E’ tornato recentemente agli onori delle cronache il concetto di “normalità”. “Normali” sono infatti stati definiti, da un noto esponente politico, gli Italiani di pelle bianca rispetto a quelli di pelle scura, i quali sarebbero dunque “anormali”, ossia “fuori norma”, statisticamente minoritari. “Normali” sono anche stati considerati, dallo stesso, i non disabili rispetto ai disabili, i quali, proprio in quanto “anormali”, dovrebbero, sin da piccoli, frequentare scuole “speciali”. “Normali” sono infine state ritenute, sempre da questo uomo politico e dal suo partito, le persone con orientamento eterosessuale, maggioritario, ed “anormali” le persone omosessuali, minoritarie, alle quali pertanto non si dovrebbero concedere troppi diritti.Dato il rilievo mediatico ottenuto da queste tesi, cercherò di entrare nel merito del concetto di “normalità” sottostante alle stesse, per valutare se realmente esso autorizzi le deduzioni esposte. “Normale”, come riportano i principali dizionari, è termine derivato dal latino, e che, soprattutto nell’accezione moderna, indica effettivamente ogni caratteristica che si presenta in maniera maggioritaria, per uno specifico contenuto (colore della pelle, funzionamento psicofisico, orientamento sessuale, ecc.), in una determinata popolazione. Nelle affermazioni sopra riportate, quindi, il concetto di “normalità” è adoperato in modo conforme. Mi sembra, però, che tali proposizioni vadano oltre il corretto impiego del termine. Esse, in effetti, lo utilizzano in maniera indebita non tanto per constatare situazioni maggioritarie, quanto per far passare, in modo surrettizio, come “naturali” queste condizioni, e come “innaturali” le condizioni minoritarie, con l’effetto di rafforzare molti pregiudizi.L’errore di tale operazione, tuttavia, sta nel fatto che dalla “normalità” non è possibile dedurre in alcuna maniera la “naturalità”. La “normalità”, che descrive come le cose empiricamente sono in un certo contesto, non può infatti indicare come esse idealmente dovrebbero essere. Più in generale, nessuna proposizione descrittiva (ad esempio: la maggioranza degli Italiani ha la pelle bianca, non è disabile, è eterosessuale, ecc.) può legittimare indicazioni prescrittive di tipo etico-politico, quali che esse siano. Il passaggio dal genere descrittivo a quello prescrittivo, così come ogni passaggio deduttivo tra generi diversi, caratterizzati come tali da principi diversi, costituisce infatti, come dimostrato da Aristotele, una maniera fallace di argomentare.Il significato di “normalità” delineato dal noto politico risulta pertanto corretto, ma non lo è l’utilizzo che di esso viene praticato. Mi sembra importante segnalare questa distinzione. L’utilità del concetto di “normalità”, sul piano descrittivo, è in effetti difficilmente confutabile. Ciò è mostrato indirettamente dal fatto che anche chi non lo usa impiega comunque, per indicare i comportamenti più frequenti, in sostanza dei sinonimi, quali tipicità, ordinarietà, regolarità, i cui rispettivi contrari suonano semplicemente meno discriminanti rispetto ad “anormalità”. Per tale motivo, nel criticare le tesi di questi politici, contrariamente a quanto molti commentatori fanno, il bersaglio non dovrebbe essere il concetto di “normalità”, bensì il suo utilizzo capzioso.Fermo restando, dunque, che per “normalità” si intende la conformità ad una norma maggioritaria, occorre ancora rilevare che essa, per gli enti naturali, è data soprattutto dalla loro natura. La natura di un ente possiede in effetti elementi essenziali che si ripresentano in maniera regolare. La norma naturale, tuttavia, può anche lentamente, in parte, modificarsi. La “normalità” è infatti una sorta di “naturalità relativa”, che caratterizza la tipicità di una certa situazione in un determinato contesto. Il fatto che essa non rappresenti una condizione di “naturalità assoluta”, valida cioè sempre, mostra ulteriormente come non possa essere usata come supporto, sul piano politico, per sostenere tesi prescrittive, valide sempre.“Normalità” e “naturalità”, quindi, non sono sinonimi, né dalla prima si possono trarre disposizioni relativamente alla seconda. L’evidenza empirica “normale”, ad esempio, mostra che i gatti hanno, “per natura”, quattro zampe. Ciò, tuttavia, non è un buon motivo per ritenere “contro natura”, pertanto da discriminare, i gattini nati con tre zampe, per i quali, semmai, occorre maggiore cura. La natura ha le proprie regole, ma le regole ammettono eccezioni, le quali, anche se sono minoritarie, rientrano comunque nel campo naturale. Si tratta di un esempio naturalistico, ma il lettore potrà estenderlo a tutti i possibili casi di discriminazione sociale di condizioni minoritarie, soprattutto quelli più premianti sul piano elettorale: colore della pelle, funzionamento psicofisico, orientamento sessuale, non a caso, appunto, i contenuti più utilizzati da questi politici.La tesi filosofica centrale, dunque, che tali posizioni sottendono, è quella di far passare ciò che è “anormale”, nel senso di minoritario, come “innaturale”, giocando sulla caratterizzazione semantica negativa di questi termini. In merito, pur concordando sul fatto che nella realtà, spesso, “normalità” e “naturalità” si sovrappongono, ossia che, in genere, la situazione più “normale” è anche quella più “naturale”, va comunque detto che le cose non stanno sempre in questo modo, poiché, come ricordato, la natura ammette insieme regole (“normalità”) ed eccezioni (“anormalità”). Ciò che è “naturale”, infatti, come ad esempio un’eclissi, può non essere “normale”, in quanto si verifica eccezionalmente, così come ciò che è “normale” può non essere “naturale”, come ad esempio la vita condotta da milioni di animali allevati, per scopi di profitto, in capannoni industriali.Per concludere, in base a quanto argomentato, vorrei ribadire che ciò che è “anormale” non per questo è “innaturale”. Le persone di colore che risiedono in un Paese occidentale, le persone disabili che cercano di integrarsi in un contesto abilista, le persone omosessuali che desiderano vivere con la persona amata in una società prevalentemente eterosessuale, possono anche essere una minoranza, ma il loro comportamento non è affatto “contro natura”. Esso, anzi, costituisce una delle possibilità rese disponibili proprio dalla natura, che non danneggiano nessuno, e che pertanto vanno rispettate. Dico ciò per riaffermare che l’utilizzo del concetto descrittivo di “normalità” per finalità prescrittive – ossia per imporre, ad esempio, politiche di remigrazione per le persone di colore sgradite, oppure politiche segreganti per le persone disabili, o ancora politiche inique per le persone omosessuali – risulta contrario, oltre a molti dettami costituzionali, all’essenza stessa del concetto su cui pure queste tesi si fondano. Usato per prescrivere, infatti, il concetto di “normalità” è utilizzato in maniera impropria, ovvero per sostenere in modo arbitrario orientamenti pregiudiziali, discriminando milioni di persone.luca.grecchi@unimib.it