La lezione Ceuta: se la “logica del nemico” cancella la realtà

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di Maurizio Delli Santi * – Sono in tanti a voler rappresentare a tutti i costi la linea di confine che separa l’Unione Europea dall’Africa, ora drammaticamente centrata sul focus di Ceuta, nel quadrante più sensibile e inquietante delle relazioni internazionali contemporanee. Serve senz’altro a diversi interessi elettorali costruire un’area critica: c’è sempre una stagione della “logica del nemico” e oggi quel frame ideologico è utile come ‘tecnica di distrazione di massa’, applicandolo ai migranti per come è costantemente declinato dai movimenti sovranisti nel dogma della “remigrazione”. Quale migliore rappresentazione plastica, per i teorici della “difesa dei confini”, di una calca oceanica che preme sulle barriere della “fortezza europea”? Eppure la narrazione si scontra con un paradosso geografico e politico elementare: Ceuta, pur spagnola, non si trova affatto in terra europea, ma è incuneata in pieno continente africano, laddove i confini sono storicamente iper-presidiati. Tanto è vero che la tanto paventata e spettacolarizzata invasione si è subito autoannientata per l’oggettiva impossibilità fisica dei migranti di trasferirsi in Europa, lasciando però sul campo la tragica realtà di oltre 80 morti, di cui il dibattito pubblico continentale si è già frettolosamente dimenticato. In questo scenario, la decisione di diversi governi europei, Italia in testa, di ventilare un’immediata sospensione del trattato di Schengen con la Spagna rappresenta l’atto più deleterio e miope che l’Europa potesse compiere in questo preciso momento storico. Invece di decodificare una complessa strategia geopolitica, la politica continentale si è ripiegata in una disputa fratricida tra capitali, reagendo colpendo un partner comunitario e ignorando la natura di “minaccia ibrida” perpetrata da Stati terzi, che usano la disperazione umana come arma di ricatto diplomatico, segno evidente che l’Europa è ormai ostaggio delle sue stesse scelte sulle politiche migratorie. Bruxelles si è infatti appiattita sul dogma dell’esternalizzazione delle frontiere, illudendosi che delegare la difesa dei confini a regimi illiberali garantisse una duratura stabilità, laddove ha invece consegnato alle autocrazie una micidiale leva di pressione politica in un’epoca di profonda anarchia globale e di ritorno alle logiche egemoniche dei nuovi imperi.È in questo quadro che emergono le radici del forte sostegno concesso al Marocco dalle amministrazioni americane orientate sulle politiche del movimento MAGA. Fin dal dicembre del 2020, con l’adesione di Rabat agli Accordi di Abramo promossi da Donald Trump, Washington ha unilateralmente riconosciuto la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale, ex colonia spagnola occupata all’81 per cento dalle forze del Regno alawita, alterando i fragili equilibri del Maghreb e inasprendo lo scontro con il Fronte Polisario e con l’Algeria. La Spagna del premier Pedro Sánchez si è trovata alla fine sospesa su un instabile pendolo diplomatico: dopo aver ceduto nel 2022 alle pressioni di Rabat, appoggiando il piano di autonomia marocchino pur di tutelare le enclavi, Madrid ha recentemente tentato un necessario riavvicinamento strategico ed energetico con Algeri. Così è derivata la mossa dell’allentamento immediato dei controlli alla frontiera da parte del Marocco, forte del ruolo di pivot d’Africa per conto di Trump: è stata una risposta automatica a qualsiasi deviazione diplomatica europea, dimostrazione di come il flusso migratorio possa essere aperto o chiuso come un rubinetto negoziale. Ma tutto questo non è stato preso in considerazione in Europa e, piuttosto, ha fatto comodo accusare solo il governo di Madrid di aver alimentato irresponsabili politiche di accoglienza. La miglior risposta ai leader che hanno accusato la Spagna di demagogiche politiche incontrollate è arrivata direttamente dal primo ministro spagnolo Pedro Sánchez, il quale ha voluto ristabilire la realtà dei fatti: “La solidarietà e l’empatia sono opzionali. Il rispetto dei trattati europei e dei dati, no”. Brandendo le statistiche ufficiali fornite dall’agenzia Frontex, Sánchez ha dettagliato con esattezza il numero complessivo degli ingressi irregolari registrati nel periodo compreso tra il 2021 e il 2026: 478.600 attraverso l’Italia, 340.600 lungo la rotta dei Balcani occidentali, 259.800 dalla Grecia e 224.750 dalla Spagna, numeri che ridimensionano la retorica emergenziale contro Madrid. Era inevitabile, dunque, il monito del premier spagnolo: “Non è tempo di dividere. È tempo di continuare a costruire un’UE forte e unita”.Di fronte a questa realtà, occorre un radicale cambio di paradigma che superi la sterile dicotomia tra la chiusura emergenziale e la cinica esternalizzazione, poiché una politica migratoria davvero realistica e lungimirante esige che l’Unione Europea smetta di subire la Realpolitik altrui e torni a scrivere la propria politica. Occorre l’istituzione di corridoi di accesso legali, sicuri e strutturati, capaci di sottrarre alle reti criminali e ai regimi ricattatori il monopolio della mobilità umana, uniti a un vero piano di partenariato economico paritario e di sviluppo condiviso con i Paesi della sponda sud del Mediterraneo e dell’Africa subsahariana, slegato dalla mera logica neocoloniale o del gendarme di frontiera. Che senso ha aver parlato del Piano Mattei senza poi tradurlo in pratica, con una visione che davvero crei occasioni di lavoro per chi, sull’altra sponda del Mediterraneo, sopravvive agli stenti e ancora vede i Paesi europei come sola speranza di crescita personale e familiare? Al contempo, diviene imprescindibile una gestione centralizzata e interamente comunitaria del diritto d’asilo, che sollevi i singoli Stati confinari del Mediterraneo dal peso esclusivo dell’accoglienza e metta fine ai veti dei nazionalismi interni, non solo per un’esigenza pragmatica, ma per un preciso orizzonte etico che non può dimenticare la storia delle nostre migrazioni del Novecento. Da Ceuta è giunta una lezione profonda: quando l’essere umano viene ridotto a un’arma non convenzionale per fini geopolitici, a crollare sotto i colpi del ricatto non sono i muri di confine, ma la dignità stessa e la civiltà dell’intero continente europeo. È il momento di dire basta alla propaganda elettorale alimentata sulla “logica del nemico” contro i migranti. I leader europei devono dare risposte concrete a un’altra domanda: come porre le basi per restituire unità di intenti e dignità all’Europa e all’umanità.* Membro dell’International Law Association.