È arrivata la bufera. O per azzerare il catastrofismo di maniera, saccheggiando il poeta Sandro Penna, si sente “il soffio di qualcosa che verrà”. Incertezza elevata. Lo shock energetico deve ancora manifestarsi, si contiene la Banca Centrale Europea. Il gas aumenta. Si trascina dietro l’elettricità che fa prezzo sul gas. Alert di Confindustria, le imprese chiedono prestiti ma per pagare le bollette. Il gasolio è incontenibile. I camion che trasportano i prodotti sforano sui costi. Le scorte di petrolio scarseggiano. Così come le raffinerie, bombardate in Russia e nel Golfo, non se ne trovano che lavorano il greggio prima di arrivare alla pompa. Soluzioni immediate poche. Il bilancio dello Stato ha i cordoni tesi ed è stretto nei movimenti perché sull’energia dipendiamo dagli altri. Poco più di 120 milioni di euro per l’accise di 17 centesimi al litro di gasolio contro i 29 miliardi di euro (dati Cgia di Mestre) che gli italiani pagheranno, nel corso dell’anno, per i costi aggiuntivi di gas, elettricità e carburante. I salari sono fermi, i prezzi dei prodotti corrono all’insù. Ci si è messo pure il caldo, una tassa climatica appiccicosa che costa lo 0,4% del Pil. E la crisi del commercio.La bufera economica si tiene. Insieme. Tutto. Dove stiamo andando? Come stanno le cose?L’avevamo previsto. La guerra in Iran (come quella in Ucraina) è un focolaio che durerà. Parecchio. La Casa Bianca ha chiesto altri denari per finanziare il conflitto nel Golfo. 95 miliardi di dollari. Prima scelta rispetto la ricostruzione di Gaza. Per quella terra martoriata servirebbero 71 miliardi di dollari e 10 anni di tempo. Trump preferisce incassare che spendere, mirando al suo terzo mandato presidenziale. Obiettivo il controllo dell’energia. Nel mansionario globale aspira a diventare il valvolista del mercato. L’Italia è nell’abecedario delle brutte notizie. “Stiamo vivendo una crisi che non è iniziata adesso”. Da 5 anni, dalla pandemia, almeno. Il nuovo blocco di Hormuz cambia la situazione energetica mondiale. Parole di Claudio De Scalzi, amministratore delegato dell’Eni, davanti alla Commissione Attività produttive della Camera. De Scalzi: “Non c’è stato tempo e possibilità di recuperare, le produzioni sono state ridotte, le riserve strategiche (circa 400 milioni di barili) si stanno usando con un gradiente (massimo incremento, n.d.r.) anche superiore al Covid e le mancanze si sono accumulate e non sono state riassorbite”. Da gennaio 2027 stop completo al gas russo. 36 miliardi che dovranno essere compensati dagli Stati Uniti. O East Asia. Per la guerra in Iran, a oggi, sono bloccati circa 10 milioni di barili solo per il greggio (manca la conta pesante dei prodotti). Può capitare, così, un ritardo nella consegna di carburante per gli aerei al Marconi di Bologna. Morale. Nulla sarà come prima. Il rischio Golfo in tempi di pace (quando verrà) sarà completamente differente dal passato. Con maggior costo del denaro, premi sulle assicurazioni e impatti sugli investimenti. Rileggiamo con cura le parole di Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia. Che corregge l’atteggiamento di quelli che l’hanno presa su troppo alla leggera questa crisi. A partire dai mercati. Aleggia lo spettro di correzioni brusche. Tre i fronti critici senza soluzione. Per ora. Il caro energia che comprime i margini delle aziende e il potere di acquisto delle famiglie. Le condizioni finanziarie restrittive che rimandano a tassi d’interesse più alti e quindi credito meno abbondante per finanziare la crescita. Infine incertezza geopolitica, i conflitti e le fratture nelle catene globali di approvvigionamento.In prossimità di un inverno poco rassicurante si punta direttamente al pragmatismo. Gli italiani sono pronti a tutto pur di tagliare la bolletta. Si sceglie per necessità e non per principio. Lo scrive l’indagine Censis-Confcooperative. L’82% delle famiglie vuole accelerare sulle rinnovabili senza nucleare. “Ma anche”, il 54%, è disposta a nuove centrali nucleari. Mentre quasi una famiglia su due riaprirebbe i rubinetti del gas russo. E al carbone. Non siamo al cinismo. È realismo di chi, ogni mese, deve far quadrare i conti.Perché i salari fermi da 30 anni sono la fotografia di un impoverimento che si trascina dietro il resto. In ogni settore lavorativo. Dal 1990 le retribuzioni lorde sono in media diminuite del 6,6% in “termini reali” (studio dell’ufficio parlamentare di bilancio). Per termini reali s’intende il potere d’acquisto degli stipendi, cioè le retribuzioni corrette per l’inflazione. Se i prezzi crescono più dei salari, il valore reale delle buste paga si riduce. Non solo gli stipendi non sono cresciuti con il costo della vita, ma si sono anche ampliati i divari tra i lavoratori per un mercato del lavoro sempre più frammentato. Il crollo delle retribuzioni nei servizi, dove lavora la maggioranza degli italiani è di un -20,9% dal 1990 contro una crescita del 16,5% nell’industria. La precarizzazione ha spinto verso il basso salari e prospettive. Addio crescita. Investimenti. Innovazione. Ragionamenti salvifici senza trovare soluzioni pratiche e rapide.Non stupisce così il fenomeno dirompente di questi tempi della desertificazione del commercio. Tra il 2018 e il 2025 si registra una riduzione del 14,4% dei punti vendita. Chiusi quasi 96.000 punti vendita in sette anni, con una forte perdita per ambulanti (-27,3%) e piccoli alimentari (-17,9%).I costi di gestione delle attività aumentano. Da non far quadrare più i conti. I clienti calano per diverse ragioni, molte legate alle difficoltà economiche. Si va nei negozi delle grandi catene commerciali e lì si acquista dalle merendine ai vestiti, dal collirio alle sneaker. Questione di praticità, di tempi contingentati, di prezzi a loro modo contenuti. L’online ha fatto il resto usando da campo base i negozi per la verifica di taglie e qualità prima dell’acquisto. La mira del prezzo ha cambiato il gusto e le preferenze della clientela. Ad esempio la crisi degli abiti sartoriali. E’ da almeno 15 anni che è preferita la confezione dei grandi magazzini. Me lo ricordava spesso mia madre, sarta di alta moda con professionalità di 60 anni sulle spalle. Progressivamente sono scomparsi i negozi che vendono stoffe. Le mercerie chiudono o cercano di mettere qualche prodotto su Amazon per vedere se si riesce ad arrotondare. Nascono come funghi le botteghe dei cinesi per una sartoria di rammendo, veloce e ben fatta. Stesso fenomeno per i calzolai (qui per la verità entriamo nella categoria delle arti e mestieri, quello che i giovani non vogliono più fare, nemmeno per tradizione famigliare). Che avrebbero mille ragioni di vivere e lottare insieme con noi soprattutto ora che alle scarpe di raffinata fattura si preferisce risuolare e ‘macchinare’ qualche scucitura di troppo delle calzature consumate dal tempo.Trent’anni fa, camminando dall’inizio alla fine del porticato della mia piazza di Paese si trovava nell’ordine, lavanderia, sementi, elettricista, ottica, cappelleria, bar, cartoleria, scarpe, biancheria per la casa, abiti di moda giovane e non solo, panetteria e pasticceria, frutta, primizie del territorio e minimarket. E la piazza aperta alle auto. Oggi è il deserto. Soprattutto d’estate. Vista panoramica su uno spazio somigliante alle grandi piazzole d’ingresso delle autostrade. Di quei negozi vecchia maniera nemmeno l’ombra. Impoverimento urbano, delle piazze e delle vie del Paese. Meno attrattiva, sicurezza incerta, nascosta o peggio negata. Risalire da questo sprofondo è impresa titanica soprattutto quando l’assetto economico generale alla remuntada favorisce le mani legate e quindi le chiusure obbligate.Per rispondere alle due domande iniziali, dove stiamo andando, come stanno le cose, e quindi il capitolo gigantesco della conoscenza e la formazione delle opinioni delle persone, mi verrebbe da spendere un titolo di un libro di Natalia Ginzburg, Mai devi domandarmi, non chiedetemi niente perché tutto è molto incerto. E per trovare qualcuno che dia risposte sul nostro avvenire rimandiamo a quello che disse Giulio Andreotti a Enzo Biagi. “È stato giustamente detto che l’italiano che ha realizzato di più fu Cristoforo Colombo, che non sapeva dove andava e ignorava dove era arrivato. Non è un esempio da imitare, ma forse una ragione di conforto”.