Lo sgarbo a Pirlo: salta come Ct per i legami con la Russia ma le accuse sono assurde

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La corsa alla panchina della Nazionale italiana, dopo l’era Mancini-Spalletti, si era chiusa in pochi giorni con un nome che sembrava già scritto sui tabellini: Andrea Pirlo. Una scelta maturata nell’asse Maldini-Leonardo, i due dirigenti che in Federazione avevano costruito il progetto tecnico azzurro, dopo che le piste più prestigiose si erano rivelate vicoli ciechi — Carlo Ancelotti bloccato dal contratto con il Brasile e Pep Guardiola fuori dai giochi per ragioni personali dopo una settimana di riflessione. Pirlo, ex Maestro del centrocampo azzurro, oggi alla guida dello United Fc negli Emirati Arabi, pareva l’approdo naturale: un nome pulito, un passato da vincente, un curriculum da allenatore ancora acerbo ma sostenuto dal prestigio del giocatore che fu. Poi, nel giro di un weekend, tutto è saltato. Non per demeriti tecnici, non per un like fuori posto, ma per un contratto di sponsorizzazione firmato con Fonbet, colosso russo delle scommesse sportive, di cui Pirlo è global ambassador dall’ottobre 2025, un ruolo che lo scorso maggio lo aveva persino portato a Mosca per un evento allo stadio Luzhniki.È qui che la cronaca sportiva ha ceduto il passo alla cronaca politica, e vale la pena raccontarlo con lo sguardo di chi ha visto altre “bufere etiche” sgonfiarsi in fretta appena cambiava il vento. Le reazioni sono arrivate a raffica e da fronti insolitamente compatti: l’europarlamentare e generale Roberto Vannacci ha preso, paradossalmente, le difese di Pirlo, sostenendo che sport e affari commerciali dovrebbero restare fuori dalla politica; dal fronte opposto, Mauro Berruto del Partito Democratico ha auspicato una rinuncia per risolvere l’imbarazzo, mentre Carlo Calenda ha equiparato la sponsorizzazione a una forma di propaganda per la Russia post-invasione dell’Ucraina, e la vicepresidente dell’Europarlamento Pina Picierno ha parlato di una scelta che avrebbe normalizzato il regime di Mosca. Pirlo, dal canto suo, ha reagito con parole misurate ma piccate, rivendicando la natura squisitamente commerciale dell’accordo e respingendo ogni lettura politica della vicenda. Non è bastato: il presidente della Federcalcio Giovanni Malagò ha chiuso la partita, e Pirlo ha annunciato la fine della propria candidatura, trascinando con sé le dimissioni di Maldini e Leonardo dopo appena sedici giorni di incarico.Ed è proprio qui che l’osservatore smaliziato deve fermarsi a guardare le contraddizioni, perché questa vicenda ne è piena, e ignorarle sarebbe pigrizia intellettuale travestita da indignazione. La prima: si contesta a Pirlo un legame con un’azienda di scommesse, in un calcio italiano ed europeo che vive letteralmente sponsorizzato dal betting, con maglie, cartelloni a bordocampo e naming right di intere competizioni finanziati dagli stessi book-maker che oggi vengono agitati come prova d’accusa. Il problema, dunque, non è il settore, è la bandiera: se Fonbet fosse maltese o inglese, la storia semplicemente non esisterebbe, ed è bene dirlo senza ipocrisie.La seconda contraddizione riguarda i tempi. Il contratto risale all’ottobre 2025, il viaggio a Mosca allo scorso maggio: fatti pubblici, noti, mai nascosti, tanto che Pirlo li ha rivendicati apertamente sui social. Che tutto questo diventi uno scandalo dirimente soltanto nel momento in cui il suo nome si avvicina alla panchina più ambita del calcio italiano racconta più della logica dell’opportunità politica che di una reale scoperta giornalistica. Non è la sostanza dei fatti a essere cambiata: è cambiato il contesto in cui quei fatti sono stati riletti.La terza, forse la più scomoda per chi ha innalzato le barricate etiche, è quella che emerge dagli approfondimenti degli inquirenti dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli: Fonbet risulta inserita nell’elenco dei siti non autorizzati alla raccolta di scommesse in Italia, e resta ancora da accertare se l’attività promozionale di Pirlo si sia limitata ai mercati esteri o abbia coinvolto anche il pubblico italiano. È il paradosso di un caso nato come questione di opportunità politica e morale che rischia di trasformarsi, silenziosamente, in una questione più propriamente giudiziaria — proprio mentre il dibattito pubblico se ne è già disinteressato, soddisfatto della testa consegnata.Resta, sullo sfondo, la Federazione decapitata: Malagò senza i due dirigenti che quel CT lo avevano scelto, costretto a ripartire da un dossier bianco proprio nell’anno in cui l’Italia deve difendere la qualificazione mondiale. Il “cartellino rosso” sventolato a Pirlo, insomma, rischia di essere ricordato meno come un atto di rigore etico e più come l’ennesimo autogol di un sistema calcio che fatica cronicamente a distinguere la gestione dello sport dalla gestione della propria immagine.The post Lo sgarbo a Pirlo: salta come Ct per i legami con la Russia ma le accuse sono assurde appeared first on Radio Radio.