Voglio ricordare, e vorrei che chi legge condividesse, la strage fascista alla stazione di Bologna per le riposte che vennero da uomini e donne della società civile e delle istituzioni. La prima risposta è quella dello straordinario impegno dei soccorritori che scavarono nelle macerie, che aiutarono i molti feriti, che diedero prova di una solidarietà senza pari. Filmati e foto la preservano per sempre. E per sempre quei cittadini, non solo bolognesi, si sono meritatamente guadagnati riconoscenza e affetto.La seconda risposta è la mano di Sandro Pertini che si appoggia sul braccio di Renato Zangheri in Piazza Maggiore, sul palco con alle spalle la basilica di San Petronio, il patrono della città, che sta pronunciando un solenne discorso, essenziale, senza cedimenti retorici, di commemorazione delle vittime, di richiesta di verità e giustizia, di piena disponibilità alla collaborazione fra istituzioni, politica e persone. Quella mano del socialista Presidente della Repubblica Italiana sul braccio del sindaco comunista della città, non solo simbolo, ma esempio del buongoverno delle sinistre, esprimeva certo i sentimenti profondi di Pertini, ma conteneva un messaggio politico-istituzionale di altissimo rilievo.In quel momento, in quel luogo, il Presidente fortemente dava corpo all’art 87 della Costituzione che gli attribuisce il compito di rappresentare “l’unità nazionale”. Quelle bombe volevano lacerare quell’unità che il Presidente, già esponente di vertice dell’antifascismo militante, era totalmente consapevole di dovere difendere in maniera ostentata.La terza risposta venne dai magistrati, da almeno tre generazioni di magistrati, al lavoro per individuare esecutori e mandanti della strage. Intralciati, depistati, denigrati, alcune decine di magistrati hanno svolto il compito difficilissimo di raccogliere le prove, di ricostruire il contesto, di identificare i responsabili, di processarli consentendo loro il massimo delle possibilità di difesa, di scrivere sentenze che hanno anche un valore storico. Comunque, quelle sentenze hanno prodotto una verità giudiziaria da molte prospettive inoppugnabile. Non abbiamo i nomi dei mandanti, ma i molti elementi raccolti e analizzati dai magistrati consentono di formulare molto di più che ragionevoli ipotesi e congetture. Non fu una strage di Stato, ma troppi funzionari e dirigenti statali, nei servizi segreti “deviati”, nella Forze Armate, nell’apparato burocratico, ebbero cognizioni e responsabilità. Furono più che “semplici”, ma volonterosi, felloni, traditori dello Stato democratico.Da ultimo, ma davvero non minimo, credo che sia opportuno e giusto ricordare, apprezzare, elogiare l’attività indefessa dell’Associazione Parenti delle Vittime. Voglio farlo a cominciare dal suo primo presidente Torquato Secci, che nella strage perse un figlio. Tenere alta anno dopo anno, nel 2026 significa per 46 anni, la memoria, premere sulle autorità, organizzare un corteo sempre molto partecipato (chi scrive vi si è recato almeno 35 volte) significa svolgere un importantissimo compito civile. Senza memoria un popolo sarebbe una massa indistinta di individui. La memoria consente di costruire una storia, identità collettive anche conflittuali, un futuro. Solo celebrando il 2 agosto è possibile andare oltre tutto quello che è stato il 2 agosto.