Qualche giorno fa, leggendo un articolo riguardante l’iter compiuto per il riconoscimento dei diritti delle persone con disabilità in Svizzera, mi sono alquanto stupita, in senso negativo. L’articolo mette in luce come tale percorso sia stato molto lento, e soprattutto è avvenuto negli ultimi decenni, molto dopo rispetto a noi.L’autrice, Elizabeth Camozzi, sottolinea come solo nel 1999 la Confederazione abbia sancito all’interno della propria Costituzione il divieto di discriminazione fondata su una disabilità: “Nessuno può essere discriminato in particolare a causa di menomazioni fisiche, mentali o psichiche”. Solo nel 2004 entrò in vigore la Legge federale sull’eliminazione degli svantaggi nei confronti delle persone con disabilità, finalizzata ad abbattere le barriere che limitano l’accessibilità nei settori più importanti, come l’edilizia, l’istruzione e i trasporti. La Svizzera non fu nemmeno tempestiva nell’aderire alla Convenzione Onu del 13 dicembre 2006 sui diritti delle persone con disabilità; infatti, ciò avvenne solo nel 2013. Bisogna poi arrivare al 2023 per assistere alla prima sessione delle persone con disabilità nella sala del Consiglio nazionale, durante la quale fu approvata una risoluzione dedicata alla partecipazione politica e ai diritti civili di questa parte della società. In seguito a questo, è stata revisionata, anche se in modo parziale, la legge sulla disabilità, e nello stesso tempo furono avviati programmi per il lavoro e le prestazioni.Tale “arretratezza e lungaggine normativa” svizzera nei confronti delle persone con disabilità mi ha lasciato sorpresa, in quanto discordante con la cultura estremamente matura e piena di attenzioni, diffusa nel Paese, che ho provato sulla mia pelle. Tra la fine degli anni ottanta e gli inizi novanta, quindi in un’epoca precedente al periodo di riferimento citato dell’articolo, mi sono recata per diverso tempo, a cicli di un mese o due in un centro all’avanguardia di riabilitazione, nel Cantone dei Grigioni, dove ho constatato un’attenzione particolare verso ogni singolo paziente da parte di tutto lo staff medico, un approccio molto diverso da quello italiano. Da noi, infatti, ero abituata a sottopormi a semplici sedute di fisioterapia, seppur gestite da personale esperto. Per anni i fisioterapisti mi facevano svolgere gli stessi esercizi sempre nella stessa sequenza; esercizi uguali per tutti i pazienti, indipendentemente dalla patologia di ognuno. Nel centro svizzero, invece, ognuno degli ospiti aveva il suo personale percorso riabilitativo che mutava, quasi ogni giorno, in base a quelli che erano via via i piccoli progressi raggiunti. Tale approccio presuppone che già in quegli anni, e in assenza di una normativa legislativa a tutela delle persone con disabilità, c’era un’attenzione particolare ai bisogni dei singoli, ponendo la persone al centro; discorso che da noi si è iniziato a fare solo in anni molto più recenti, nonostante che a quei tempi in Italia fosse già in vigore la legge 104 a favore delle persone disabili.Questa attenzione verso i singoli pazienti dava un aiuto vitale, quando le condizioni del paziente lo permettevano, al raggiungimento della sua autonomia. Sebbene io avessi già poco più di vent’anni ed ero in grado di provvedere da sola alla cura della mia persona, in Italia nessuno aveva sollecitato me e la mia famiglia ad acquisire un’indipendenza che mi permettesse di poter vivere da sola. Una conquista fondamentale che ho raggiunto invece, in Svizzera. Durante i miei soggiorni riabilitativi, quando l’equipe medica ha ritenuto che avessi ottenuto l’adeguata condizione, i medici mi hanno obbligato a rimanere da sola, alloggiando in un complesso di appartamenti dedicati, attigui alla clinica. Lo ammetto, non è stato per nulla facile; mi riferisco, in particolare, ai primi giorni, quando per la prima volta mi sono trovata sola, lontana oltre trecento chilometri da casa in un Paese straniero. Due sono stati gli elementi che mi hanno aiutata molto: il continuo “dialogo – supporto” da parte dell’equipe medica che mi seguiva, in particolare dal mio fisiatra, dialogo finalizzato a convincermi che ero in grado di compiere questo importante passo per il mio futuro e che ce l’avrei potuta fare. E i semplici ma fondamentali “ausili” di cui l’alloggio era dotato, come, il miscelatore dell’acqua, le piastre elettriche per cucinare, i tappetini antiscivolo in bagno che mi hanno dato fiducia nell’autogestirmi. Tutte cose che adesso si trovano anche da noi ma che in quegli anni in Italia era lontano anni luce.Non voglio certamente sminuire la normativa all’avanguardia di cui l’Italia si è dotata sul tema della disabilità. Le leggi servono a cambiare la cultura ma hanno bisogno di un costante monitoraggio e di una concreta volontà nell’applicarle. Ma la mia esperienza svizzera mi ha dimostrato che l’inclusione e l’autonomia si raggiungono anche con la competenza, il senso civico, la creatività, l’educazione alla responsabilità.