Task Force Arabia è l’occasione per riaprire il dibattito sulle missioni all’estero. Scrive Coticchia

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La discussione nata attorno alla cosiddetta Task Force Arabia ha avuto almeno un merito: riportare, anche solo per qualche giorno, le missioni militari italiane al centro del dibattito pubblico. È un risultato quasi paradossale, se si considera che l’Italia è impegnata stabilmente in circa quaranta operazioni militari, con migliaia di donne e uomini schierati in numerose aree di crisi e di conflitto, eppure queste missioni ricevono tradizionalmente un’attenzione molto limitata, salvo nei momenti di emergenza o quando esplodono crisi particolarmente drammatiche.Anche il recente dibattito parlamentare sulle missioni internazionali è passato quasi inosservato. Eppure presenta un’anomalia che si ripete ormai da anni: la discussione avviene regolarmente a primavera (o addirittura a metà anno) anziché all’inizio dell’anno come previsto dalla legge 145 del 2016. La giustificazione è quella dei cosiddetti “tempi tecnici”, una prassi che governi di centrodestra e centrosinistra hanno sostanzialmente accettato. Il risultato, però, è che il Parlamento si trova ad approvare operazioni che sono già in corso da mesi. Una situazione che rappresenta bene le difficoltà e i paradossi che caratterizzano la gestione delle missioni militari italiane.Lo scoop pubblicato da Fausto Biloslavo e la comparsa della Task Force Air Arabia sul sito del ministero della Difesa hanno riportato l’attenzione su una presenza militare italiana nei Paesi alleati del Golfo (Arabia Saudita, Bahrain e Kuwait) con un focus particolare sull’Arabia Saudita. Le informazioni disponibili parlano di un dispiegamento rilevante, con velivoli Eurofighter, sistemi Samp/T e circa 700 militari, suddivisi tra componente aerea e terrestre. Si tratta, tuttavia, di dati che non sono ancora stati confermati ufficialmente nei dettagli dalla Difesa.La notizia ha inevitabilmente provocato le critiche delle opposizioni, mentre il Governo ha replicato sostenendo che si tratta di polemiche pretestuose, poiché la presenza italiana nell’area sarebbe già stata illustrata in Parlamento. In parte questa ricostruzione è corretta. La relazione analitica sulle missioni fa effettivamente riferimento ai Paesi del Golfo e sia il ministro della Difesa sia i vertici delle Forze armate avevano parlato del ricollocamento di mezzi e uomini in seguito alla crisi con l’Iran e del rafforzamento della presenza italiana in Iraq e Kuwait a sostegno degli alleati.Questo, però, non esaurisce la questione.Il punto centrale è che qui sembra emergere qualcosa di diverso da un semplice ricollocamento di forze. Si parla infatti di una nuova missione, con una propria configurazione operativa e con mezzi significativi, della quale non si è mai discusso apertamente durante il confronto parlamentare. E questo appare difficile da spiegare, soprattutto considerando che, nel corso delle audizioni, numerosi parlamentari della maggioranza e dell’opposizione avevano posto domande proprio sulla crisi iraniana e sulle attività militari italiane nella regione.È quindi singolare che una missione di questa portata emerga soltanto pochi giorni dopo la conclusione del dibattito parlamentare. Tanto più che il contesto regionale è estremamente delicato in questo momento.Naturalmente saranno necessarie ulteriori verifiche per comprendere l’effettiva consistenza della presenza militare italiana. Tuttavia, questa vicenda evidenzia ancora una volta un problema più ampio: la limitata trasparenza con cui vengono discusse le missioni militari. Non si tratta esclusivamente di una responsabilità politica, ma anche del funzionamento complessivo del sistema normativo e mediatico.Negli ultimi anni la legge 145 è stata modificata introducendo una maggiore flessibilità operativa, consentendo al Governo di autorizzare rapidamente nuove missioni e l’impiego di forze ad altissima prontezza operativa. Si tratta, a mio avviso, di una scelta in parte anche condivisibile, giacché la rapidità decisionale è spesso necessaria e consente di evitare ritardi come quelli registrati, ad esempio, nel caso della missione Aspides. Ma tale rapidità non deve andare a discapito del controllo parlamentare.Molti osservatori avevano infatti segnalato il rischio di autorizzare interventi facendo riferimento a un’intera area geografica, lasciando così all’esecutivo un margine molto – troppo – ampio per ricollocare uomini e mezzi in contesti che, pur appartenendo alla stessa regione, possono essere profondamente diversi per caratteristiche, tempi e livello di conflittualità.La speranza è che questa discussione, al di là delle inevitabili polemiche politiche, possa diventare l’occasione per rivedere l’intero processo di approvazione delle missioni internazionali. Da tempo esiste un consenso piuttosto ampio sulla necessità di modificare le procedure, lo hanno riconosciuto esponenti del centrodestra e del centrosinistra, e lo stesso ministro Crosetto ha più volte sottolineato l’esigenza di intervenire.Occorre ripensare il processo decisionale, aumentando il livello di trasparenza e consentendo un approfondimento più serio delle operazioni militari. In una fase in cui il dibattito pubblico si concentra quasi esclusivamente sull’obiettivo del 2% della spesa militare, si parla invece troppo poco delle scelte strategiche e della politica di difesa che stanno dietro all’impiego delle Forze armate. Questo Paese ha bisogno di una discussione pubblica molto più approfondita sulle proprie missioni militari e la vicenda della Task Force Arabia dimostra, ancora una volta, quanto questa esigenza sia ormai evidente.