Mentre i club della Premier League concludono operazioni plurimilionarie, per le società della nostra Serie A, il calciomercato deve ancora cominciare. Tante trattative ma pochi, pochissimi colpi: tra conti in rosso, debiti e il nuovo Fair Play Finanziario, il tema della sostenibilità del calcio europeo evidenzia una vera e propria spaccatura tra i club del nostro Continente. Da una parte, infatti, le squadre sotto la lente d’ingrandimento dell’UEFA, alcune delle quali strette nei limiti del Settlement Agreement; dall’altra, l’elite, i club più “ricchi”, protagonisti di una ascesa economica che sta già segnando le sorti del football internazionale.In questo contesto, è chiara l’affermazione di un’Europa del calcio economicamente stratificata, in cui coesistono club che corrono e club che inseguono, con questi ultimi che provano a seguire i sentieri strategici delle società più sostenibili. E allora la domanda è: perché alcuni club possono spendere centinaia di milioni ogni estate senza mettere a rischio i conti?La stabilità dei flussi economici è la chiave degli investimentiNon è necessariamente una questione di fatturato, o meglio, non solo: è la stabilità dei flussi economici a rendere un club un’entità forte e credibile rispetto ai diktat imposti dalla UEFA. Nondimeno, questo è l’aspetto che, più di ogni altra cosa, traccia un’evidente linea di demarcazione tra società che possono operare massicciamente sul mercato da quelle che, viceversa, presentano ancora criticità reddituali tali da ridurne fortemente la capacità di spesa.La dipendenza dagli introiti derivanti dalla partecipazione alla UEFA Champions League, in questo senso, evidenzia una realtà ormai consolidata: le entrate garantite dal palcoscenico europeo possono generare un importante surplus di cashflow operativo, ma non garantiscono, di per sé, il raggiungimento dell’equilibrio finanziario o il miglioramento delle capacità di spesa.Questo è il motivo per cui club e società del nostro calcio non crescono come accade invece in Inghilterra, poiché ancorate a un modello di business estremamente volatile. L’esigenza, invece, è quella di muoversi velocemente verso un obiettivo non più derogabile: il riferimento è alla capacità di generare ricavi elevati, ricorrenti e diversificati, dalle sponsorizzazioni al merchandising, dalla biglietteria ai diritti TV.Perché le big inglesi possono investire sul mercato e le italiane noProprietà solide, ricavi strutturalmente elevati, ma, soprattutto, il “sistema Premier”, che opera come ecosistema che alimenta la crescita economica dei suoi club. Il parallelo con l’Italia è praticamente un match impari: che siano Inter, Milan o Juventus, nessuna delle tre “grandi” della nostra Serie A possiede la stessa struttura reddituale delle formazioni di Premier, né può competere sul mercato con le stesse, specialmente quando si alza l’asticella dei prezzi. ll gap tra squadre italiane e inglesi è evidente e risiede sostanzialmente nella qualità dei ricavi, nella discontinuità, da parte dei nostri club, di incassare proventi da fonti ricorrenti e da un minore appeal commerciale.D’altra parte, le grandi squadre d’oltremanica godono di un vero e proprio vantaggio cumulativo rispetto alla concorrenza italiana, poiché la maggiore solidità economica permette loro di pianificare investimenti, assumersi un maggiore livello di rischio e attrarre calciatori di alto profilo. A proposito di rischio: da questo punto di vista, una base di ricavi ampia e diversificata consente di assorbire con maggiore facilità eventuali investimenti poco redditizi.L’internazionalizzazione del marchio, poi, è un’altra delle aree di sviluppo dei ricavi in cui gli inglesi sono maestri. Tuttavia, il vero problema del calcio italiano è un altro: per molte società, infatti, il mercato rappresenta un modo per risanare i conti mentre per i club di Premier rappresenta un fattore di crescita sportiva e commerciale.Il Chelsea continua a generare ricavi da top club nonostante i risultati sportivi: il valore del brandIl caso del Chelsea, se vogliamo, è tra quelli più emblematici riguardo al rapporto tra successi sportivi, investimenti ed effetti sulla crescita. È un esempio di come i risultati di campo, di fronte a un brand riconosciuto in tutto il mondo, possano condizionare, ma solo in parte, la traiettoria di una strategia degli investimenti che continua ad alimentare la competitività del club dentro e fuori dal rettangolo di gioco.Infatti, a dispetto di alcune stagioni vissute in chiaroscuro, i Blues continuano a disporre di una base di ricavi relativamente elevata (e diversificata) tant’è che, nonostante la mancata partecipazione alla Champions League per ben due stagioni consecutive, il club ha dichiarato ricavi di poco inferiori ai 600 milioni di euro (di cui 239 milioni solo a livello commerciale), il secondo miglior risultato di sempre.Un apparente paradosso che testimonia la solidità dell’impalcatura economica della squadra di Londra, che, pur dovendo risanare un enorme passivo di bilancio, continua a perseguire un progetto tecnico fatto anche di grandi investimenti. In questo senso, il club del presidente Todd Boehly, anche se sotto Settlement Agreement (dopo aver speso sul mercato 1,5 miliardi in soli tre anni) dimostra di sapersi dividere tra il rispetto degli obblighi finanziari e quello legato all’investimento sportivo.A darne conferma, da una parte, vi è il ricorso alle plusvalenze, che contribuiscono a migliorare gli equilibri economico-finanziari del club; dall’altra invece a parlare sono i numeri: in questa finestra di mercato, infatti, il Chelsea ha già investito 257 milioni di euro, a fronte di cessioni per 132 milioni. Un saldo netto negativo di ben 125 milioni. Tutto questo mette a nudo l’aggressiva strategia sportiva dei londinesi, che non rinunciano a investire sul rafforzamento del patrimonio tecnico pur rimanendo sottoposti al monitoraggio da parte della UEFA.Il City: un grande esempio di modello che integra sport e finanzaIl Manchester City, da parte sua, dimostra invece come i successi sul campo possano sostenere un modello di business che lega a doppio filo sport e finanza aziendale. I Citizens, infatti, stanno dimostrando come una strategia a lungo termine basata su enormi investimenti di mercato possa consolidare un circolo virtuoso in cui le vittorie si trasformano in ricavi, i ricavi in nuovi investimenti e gli investimenti in nuovi successi sportivi.In altre parole, un moltiplicatore del valore che permette al club di Manchester di poter acquisire nuovo valore tecnico mantenendo una struttura dei ricavi tale da rimanere entro i parametri del FPF. Sponsorizzazioni internazionali, merchandising, partnership commerciali, sviluppo digitale: sono questi i pilastri che permettono al City di sviluppare volumi di ricavo in grado di attenuare, in prospettiva, gli effetti di eventuali risultati sportivi negativi.La vera forza del City risiede dunque nell’abilità di accrescere, anno dopo anno, i ricavi commerciali, mentre le plusvalenze, pur contribuendo al risultato economico generale, si inseriscono in una strategia di valorizzazione della rosa, non nella necessità di finanziare il mercato o di coprire perdite strutturali. I numeri, d’altra parte, sono chiari: quest’anno, dal comparto commerciale, il club ha iscritto a bilancio una cifra pari a 408 milioni di euro (quasi il triplo rispetto all’Inter).Inoltre, il prematuro addio alle fasi finali della Champions League 2024-25 non ha avuto effetti economici rilevanti se non una lieve flessione del fatturato, che rimane comunque elevatissimo. Questo, in pratica, è lo spartiacque che separa davvero i club inglesi da quelli italiani: chi si basa sulla volatilità dei premi UEFA contro la ricorrenza dei ricavi che caratterizza invece le società d’Oltremanica.Spendere di più non è l’obiettivoIn un simile stato di cose, è dunque chiaro che i nostri club, per competere con le big dei campionati esteri, in particolare con quelli di Premier, avrebbero bisogno di aumentare le voci di bilancio più decisive e strategiche. Tuttavia, in un sistema dove quello che conta è la forza dei ricavi, per le squadre italiane, la sfida non è soltanto spendere di più, ma costruire un modello di business capace di sostenere gli investimenti nel lungo periodo.