Safe e spese per la difesa. I soldi ci sono, il coraggio della politica no. Scrive Caruso

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Partiamo da un dato che nessuno può onestamente contestare: quei soldi non sono un’opzione tra tante. Sono qui, ora, a un costo inferiore a quello che pagheremmo emettendo Btp per la stessa identica spesa — spesa che, va detto con chiarezza, faremo comunque, perché gli impegni Nato non sono negoziabili e il piano di incremento della spesa difesa è già scritto nei documenti di bilancio. La domanda vera non è “spendere o non spendere”. È: spendere risparmiando o spendere di più, indebitandoci allo stesso modo ma pagando interessi più alti, e per giunta senza l’obbligo di tracciabilità che il Safe impone sui programmi europei? Perché è questo che pochi dicono ad alta voce: con il Safe sappiamo esattamente dove va ogni euro. Con il debito generico, quei miliardi si perdono nelle pieghe di un bilancio pubblico che l’opinione pubblica non ha né il tempo né gli strumenti per scandagliare riga per riga.La sinistra che non vuole disturbare il proprio elettoratoIl Partito Democratico nicchia, prende tempo, non si schiera con chiarezza — non perché abbia argomenti tecnici solidi contro il Safe, ma perché ha paura di irritare un elettorato ancora abituato a pensare alla difesa come a un tabù morale piuttosto che come a un dovere costituzionale verso chi indossa la divisa. Più a sinistra, Bonelli e Fratoianni non hanno nemmeno questo alibi: la loro opposizione al riarmo è la merce elettorale con cui hanno costruito il proprio bacino di consenso, e cambiarla costerebbe voti. È coerenza, si dirà. Io la chiamo rendita di posizione pagata da chi, in questo momento, sta ancora addestrandosi con mezzi vetusti.Il Movimento 5 Stelle, dal canto suo, oppone un no ideologico che sembra scritto ignorando volutamente la mappa geopolitica del 2026 — droni sopra le basi Nato, guerra ibrida quotidiana, un fianco orientale dell’Alleanza sotto pressione costante. Ma d’altronde siamo nel Movimento dei cinque fucili in meno per finanziare una borsa di studio. Populismo dichiarato, non travestito.E la destra non è messa meglioSul fronte opposto, la Lega si è ritagliata il ruolo di compagno di viaggio ideale dei Cinque Stelle: stesso afflato populista, stessa tentazione filorussa mascherata da prudenza fiscale, stessa difficoltà a distinguere tra un dibattito legittimo sui tempi e un ostruzionismo che rischia di far perdere all’Italia una finestra che Bruxelles ha già detto di non voler tenere aperta oltre dicembre.Ma il caso più sorprendente – e per me, da generale in congedo, il più amaro – è quello di Vannacci e del suo Futuro Nazionale. Un ex generale, che ha vissuto in prima persona le caserme, le manutenzioni rimandate, i mezzi tenuti in vita ben oltre la loro vita operativa utile, che conosce – o dovrebbe conoscere – meglio di chiunque altro in Parlamento lo stato reale dell’equipaggiamento delle nostre Forze Armate, si ritrova oggi tra i più contrari all’aumento della spesa e al Safe. Da comandante, la mia preoccupazione principale è sempre stata una sola: la sicurezza e l’addestramento del mio personale, e garantire loro il miglior equipaggiamento possibile per operare con la massima efficienza e il minimo rischio. Chi ha vestito la stessa uniforme dovrebbe sapere che ogni euro non investito in ammodernamento si traduce, prima o poi, in un rischio in più per chi è schierato. Un politico che non ha mai avuto quella responsabilità può avere – e trovo comunque discutibile, perché il senso dello Stato e il rispetto per chi lo serve dovrebbero essere sempre in cima alle priorità di chi fa politica – una giustificazione ideologica. Chi ha comandato uomini e donne in uniforme, no. Lì non è più una posizione politica: è un tradimento di chi, ogni giorno, continua a indossarla con mezzi che meriterebbero da tempo la sostituzione.Gli altri copiano, noi ci crediamo più furbi. Un appello, prima che sia troppo tardi.Belgio, Danimarca, Francia – e una lista che si allunga di settimana in settimana – hanno aderito al Safe. O hanno tutti sviluppato improvvisamente tendenze suicide, oppure, più semplicemente, hanno fatto due conti e hanno riconosciuto in questo strumento un’occasione da prendere al volo. In Italia, invece, prevale sempre lo stesso riflesso: quando dovremmo imparare dagli altri, decidiamo di essere più intelligenti di loro. Salvo poi, puntualmente, rincorrere.Eppure, a un certo punto bisognerebbe avere l’onestà di ammettere una cosa semplice: la difesa non è di destra né di sinistra. È un bene comune, come la sanità o l’istruzione, perché riguarda la sicurezza di tutti – di chi vota PD e di chi vota Fratelli d’Italia, di chi manifesta per la pace e di chi indossa la divisa per garantirla. Le Forze Armate non appartengono a un governo o a una maggioranza: sono della Repubblica, e la Repubblica siamo tutti noi. Su questo, un Paese serio dovrebbe saper mettere da parte la propaganda, smettere di usare l’uniforme come terreno di scontro elettorale, e fare semplicemente ciò che va fatto: ammodernare uno strumento che ci appartiene collettivamente e di cui abbiamo un bisogno reale, non ideologico.Il paradosso più amaro è che tutti, da sinistra a destra, si riempiono la bocca di “più Europa”. Poi, quando l’Europa mette sul tavolo uno strumento concreto – vincolato, tracciabile, obbligato a sviluppare capacità industriali europee comuni – la stessa classe politica trova mille modi per bloccarlo, rinviarlo, annacquarlo. Ma su un punto conviene essere chiari fin da ora, senza illusioni: a quell’ammodernamento arriveremo comunque, con o senza Safe, perché la situazione geopolitica non aspetta i tempi della nostra politica. La sola differenza, se continuiamo a perdere tempo, è che ci arriveremo spendendo di più – pagando in interessi quello che oggi potremmo risparmiare, e chiedendo a chi indossa la divisa di aspettare ancora un po’ per un equipaggiamento che gli spetta già ora. Su questo, almeno su questo, un po’ di unità corale non guasterebbe.