Toni Zeno: l’antidoto vero ai peccati di vanità del rap italiano

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Forse nel rap non sta cambiando nulla. Forse non diamo il giusto ascolto a tutti i dischi. Forse la bolla narrativa dei social sta disabituando allo stupore. Forse i magazine pilotati stanno dirottando il senso di questa cultura. Forse… senza il forse. Ma una chiacchierata con Toni Zeno e le sue “truvature” (vedi titolo del suo album) possono cambiare i cliché e le nostre convinzioni. L’artista della provincia di Messina, all’alba di un tour che partirà a settembre, ci racconta il suo rap fatto di trame circolari che muovono il terreno e l’ultraterreno. Perché, come dice: “Capire ciò che ci serve è più importante di capire ciò che vogliamo”. Tanti i temi sul tavolo: la Sicilia sempre come nucleo del racconto e il collettivo Moltisanti sorretto come nelle processioni dai fedeli. Quello di Antonio è il racconto viscerale dei vinti che non hanno mai abbandonato le fatiche del quotidiano: “Abbiamo provato su carne che questo tesoro chiama un sacrificio”. Il viaggio che Toni Zeno ci mette davanti ha un luogo e un suono preciso. A noi il compito di capire ciò che vogliamo. Prima di tutto, cosa vogliamo dal rap italiano.Il libro del Qoelet racconta le riflessioni di un saggio che cerca il senso della vita, ma è sopraffatto dalle vanità dell’uomo. Grazie, però, alla profondità delle sue idee, l’uomo salva la sua terra da un re ricco e potente. Con quali idee Toni Zeno salverebbe il suo mondo?Grazie per il paragone su scala eterna. La mia idea di “salvare” è diversa da quella che generalmente si promuove. A livello umano, non ho la pretesa di salvare nulla. Anzi. La mia attitudine è quella di cercare di salvare me stesso e di raccontarlo dal mio punto di vista. Non voglio però che trascenda in qualcosa di egoistico. Non è la mia indole. Salvarsi credo passi da una serie di cose che non sono rintracciabili a livello materiale. Non si parla di ciò che abbiamo o non abbiamo. Piuttosto di quale attitudine si propone al mondo con ciò che si fa e con ciò che si costruisce attorno. Per la mia esperienza, la mia salvezza passa dal fatto che riesco a condividere determinate cose. In questo momento storico la più grande forma di salvezza personale è quella di riuscire ad esprimermi per come sono dentro. Sto riuscendo ad allineare due piani che permettono alle persone che ho intorno di capirmi a determinate frequenze. Questo mi salva. Penso che la mia forma di salvezza sia la bilancia tra questi due aspetti. Capire che ciò che ci serve è più importante di quello che vogliamo. Questa comprensione ci salva.Appena avevo finito di ascoltare “Truvatura” ho subito avuto la percezione di avere davanti un album che cambia le carte in tavola. A distanza di mesi dalla sua uscita, provi anche tu questa sensazione?Diciamo che ne sento il peso. Sento l’impatto proprio sulla mia vita. Questo disco è fatto con il nostro sangue, non so dirlo diversamente… È la condensazione di una serie di esperienze che negli anni ci siamo portati dietro con i ragazzi. È come se fossimo riusciti a distillare l’essenza di tutto quello che avevamo fatto. La cosa più incredibile di tutto questo è che si trattava di un cantiere aperto. Il progetto era nato infatti per Instagram, per un sentiero parallelo che avrebbe portato ad altro. Poi continuando a registrare, e iniziando a girare i video, abbiamo capito che non poteva essere solamente un lavoro destinato ad Instagram. Riascoltando l’album appena uscito, dicevo che in mezzo a tanto… è tanta roba! Riascoltandolo oggi, dico che è proprio il distillato perfetto di un percorso. Per me il miracolo è che può cambiare le circostanze secondo la percezione che ognuno ha. Ha anche cambiato la mia percezione: sulla vita, sulla scrittura e sulla musica. Più che un insieme di tracce, questo progetto documenta un mio sviluppo umano viscerale. A livello percettivo questo album rimarrà per sempre una fetta della mia esistenza.(Un album, nel suo, davvero consistente e maestoso; continua sotto)Jake La Furia, nell’undicesima puntata del podcast “Mosche Bianche”, afferma: “Oggi non esiste più meritocrazia sulla bravura, ci sono troppi altri fattori di mezzo”, tanto da concludere: “Io oggi non avrei senso”. La pensi anche tu come Jake?Sicuramente Jake è nell’industria da molto più tempo di me. Ha una percezione ed un polso della situazione differente da tutti e sa che cosa emerge a determinati livelli. Sicuramente sono d’accordo dal punto di vista numerico. Faccio musica da 14 anni, credo fermamente nel processo di crescita organica di quello che uno fa, a livello progettuale e a livello di qualità. È verissimo che la meritocrazia, in questo momento, è molto volatile. Io mi sento benedetto per aver avuto una luce di sopra. La discriminante è comunque sempre fare un lavoro di un certo livello. Credo che tutto quello che ha una forza, prima o poi riesce a trovare il modo di sbucare dal terreno o dal cemento.La truvatura esiste e si può trovare. Possederla comporta un prezzo?Immateriale. È più il processo il tesoro, che non il tesoro stesso. Paradossalmente, la comprensione di ciò che è davvero importante, è il tesoro. Non ciò che ottieni da questo processo. L’idea di truvatura come concept nasce dalla metafora di un tesoro che richiede sacrifici immani per essere raggiunto. Per poi magari capire che, a livello esistenziale, è qualcosa di prettamente vano e ammantato del peggio che ci si può aspettare. Di conseguenza, il viaggio non è ottenere il tesoro, ma capire quanto occorre stare lontani da certe cose.(Toni Zeno in azione – questa e tutte le altre foto sono di Nicola Braga; continua sotto)Nel tuo lavoro discografico sfrutti al massimo tutte le componenti di un brano. A partire già dai titoli che regalano un tour della Sicilia, senza esserci stati. Da dove nasce questa esigenza?Per me è fondamentale dare riferimenti specifici e le cose assumono solennità quando c’è circolarità nelle idee. Quello che viene inserito nel brano, è presente anche nel titolo e viene spiegato metaforicamente. È come se con la mia musica creassi macro-tappe che richiedono tappe intermedie per arrivarci. Come quando, sulla mappa, per arrivare alla X del tesoro si deve passare prima per altri punti. Gli Ep per me sono quei punti fondamentali. Non li faccio a caso, per me introducono all’immaginario che sta per arrivare. Cerco di creare una grossa circolarità, tutto è un richiamo e, grazie a Dio, il pubblico ha colto il nostro messaggio.Ascoltandoti sembra che Aleaka e Fid Mella trasformino il tuo umore in musica. Come è possibile, secondo te, questo?Totale. Questo a livello naturale si può spiegare solo con l’alchimia. Non lo so spiegare diversamente, è una comprensione su scala metafisica che ci porta ad avere chiaro l’immaginario che ciascuno ha. Ognuno sa dove vuole arrivare l’altro. Spingiamo sempre più in là il punto di rottura. È proprio questo: i ragazzi riescono a tradurre delle emozioni! È nata una forma di alchimia che non è spiegabile. Siamo allineati sugli ascolti e credo che quello che crea questa alchimia sia il profondo senso di libertà che condividiamo nel fare le cose. Senza vincoli.(La forza del collettivo; continua sotto)Che cosa rappresenta per te Moltisanti?Moltisanti è sicuramente la forma più adulta di collettivo, a cui siamo arrivati dopo 10 anni di lavoro. Con Ale e con i ragazzi lavoro da prima del Covid, di conseguenza era normale andare a sublimare la nostra affinità e battere su questa fiamma che ci unisce musicalmente. La nostra base è sempre stata la sana competizione e il divertirsi nello scrivere ogni volta una strofa più forte. Cerco di invertire il trend, abbiamo la fortuna di vivere in un paradiso come la Sicilia. Per me è un piacere portare i ragazzi direttamente qui. È come in alchimia quando bisogna introdurre la pietra filosofale. Moltisanti è una parte del nostro processo di vita, di conseguenza una parte del processo di Truvatura.La Sicilia è da sempre al centro della tua musica. Quanto la Sicilia deve a te e quanto Toni Zeno deve alla Sicilia?Non penso che la Sicilia mi debba niente. Anzi. Per me è un piacere essere al servizio della missione. Penso, invece, che la Sicilia debba a se stessa molto di più, proprio a livello identitario. Deve essere compresa per ciò che è, per ciò che rappresenta a livello culturale all’interno del mondo in cui abitiamo. Cogliere questa spinta è tornare al centro di un movimento che non passa solamente dall’arte e dalla cultura, ma da una generazione che vedo presente e vogliosa di spezzare un circolo. La Sicilia non mi deve nulla.Il Mediterraneo da secoli non è solo un mare. È luogo di incontri tra più popolazioni. Che effetto ti fa dialogare con un elemento che richiama l’infinito e come ti ha contaminato?Sono permeato. Sono io fatto da quell’elemento. Non il contrario. Vivo di un lavoro basato sull’incontro tra persone provenienti da tutte le parti del mondo. Lavoro costantemente con il mare, con l’assetto crocieristico. Per me è ancora il fattore fondamentale di come percepisco le cose. Ho vissuto fuori dalla Sicilia per diversi anni, ma l’elemento che sentivo necessario riproporre era sempre quello. È grazie a questo aspetto percettivo che riesco a definire la realtà sotto più punti di vista. Proprio perché lo percepisco e lo vivo direttamente. È l’elemento fondamentale, più di ogni altro.In “Weltanschauung Sambusoda” sei stato toccante e diretto. Come sei arrivato a questa “visione della vita”?Ho un carissimo socio che fa l’outro in radio di “Riempire Uno Stivale”. Siamo amici da quando avevo 13 anni. Lui è stato uno studente di filosofia, oltre che un grande b-boy. Mi parlava sempre di alcuni filosofi medievali e mi ha spiegato tantissimi autori di cui non ero a conoscenza. Quando eravamo ragazzini mi introdusse alla Weltanschauung, visione del mondo. Questo era anche un modo per rendergli un tributo personale, perché mi ha insegnato tanto anche dal punto di vista del rap. È stata la prima persona che mi ha fatto registrare una strofa. Lui tutt’ora mi prende in giro per questo titolo perché mi diceva: “O è la cosa più stupida del mondo, o è la cosa più geniale del mondo!”.Tornando al Qoelet, ogni epoca mostra le sue vanità. Quali pensi siano quelle più legate alla nostra?Sicuramente l’ego. Tanto ego. Questo si è poi declinato attraverso diverse modalità espressive. È stato sempre un elemento che si è manifestato nel corso della storia. Cambia solamente la forma, la sostanza, invece, è sempre quella. Oggi siamo legati ad una forma strettamente materiale e percettiva. Oggi la componente di ego nell’arte, può influenzarne la produttività e la qualità. Indipendentemente dagli ambienti. A livello umano siamo in preda e balia di tutto questo. Come è sempre stato. Il grosso difetto di vanità del rap italiano è quello di mettere davanti un sacco di questioni personali al semplice fatto che bisogna fare musica. Le questioni personali sono avallabili funzionalmente dal fatto che “deve uscire il piatto dal ristorante”. Bisogna lavorare per ingrandire le vetrine, non per dire: “Questa vetrina ce l’ho solo io!”.(Toni e il suo pubblico; continua sotto)Nel 1990 Brian De Palma, con il film “Il falò delle vanità”, critica la mediocrità e l’ipocrisia americana nel manipolare verità e giustizia. In una società dominata dalle apparenze, come mostra il finale amaro del film, quanto credi che menzogna e finzione ci manipolino?Questo è un altro bel paradigma. Le trappole in cui caschiamo più facilmente sono legate a quello di cui siamo convinti di aver bisogno e di cui ci convincono di aver bisogno. Oggi il grado di accettazione delle cose cresce sempre di più. Più veniamo abusati in termini di legge, più diventiamo passivi. Tutto questo, mi permetto di dire, deriva da un grado di impreparazione. Non di contenuti o di accademismo, ma di approccio alla vita reale. Questo manca ad una fascia enorme di persone, da Oriente a Occidente. Accettare passivamente tutto ciò è la più grossa trappola del nostro tempo, proprio in termini di vanità.Tu canti i vinti e Fabrizio De André ha cantato gli ultimi ne “La Buona Novella”. Qui il bene e l’innocenza sono impastati con l’indifferenza. Nelle tue truvature, quali ritieni siano gli opposti più polarizzanti?Io mi muovo fra dicotomie esistenziali clamorose. Mi ripeto spesso che sono benedetto e questa benedizione costa sacrifici. Nel bene e nel male. Penso che l’essere benedetto comporti un certo impegno nel fare le cose. Parto dalla concezione reale delle cose. Mia madre mi ha dato questa cultura e questi stimoli artistici. Mi ha portato al mio primo concerto, mi ha fatto ascoltare un sacco di musica, anche se non rap, e la ringrazierò a vita per questo. Ovviamente, però, nel momento stesso in cui manifestavo il voler fare musica lei mi diceva sempre che la vita reale passava da altro. Non perché non ci credesse, ma perché sapeva quanti sacrifici comporta: stare sempre in bilico, non avere mai certezze. E per un figlio magari una madre si augura che determinate cose siano il più lineari possibili. La mia famiglia è figlia del lavoro. La più grossa dicotomia è che mi capita di passare dall’essere al telefono con i miei idoli a fare transfer per la Sicilia. Quello che metto sul piatto è fatto per una forma di dovere personale verso il mio lavoro e verso la mia famiglia. Prima di prendere i sogni in mano, bisogna costruirli sotto un aspetto concreto. Parlo anche per i ragazzi, perché mi hanno dato gli strumenti per percepire cose diverse introno a me, come dicevamo prima. Mi hanno permesso di esprimermi in una maniera che nemmeno pensavo possibile anni fa. Oggi abbiamo messo basi concrete. Siamo contenti della benedizione della risposta.The post Toni Zeno: l’antidoto vero ai peccati di vanità del rap italiano appeared first on Soundwall.