di Yari Lepre Marrani – A oltre quattro anni dall’invasione su vasta scala dell’Ucraina, iniziata il 24 febbraio 2022, il conflitto continua a rappresentare la più grave guerra combattuta in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale. L’obiettivo iniziale del Cremlino, cioè rovesciare rapidamente il governo di Kiev e ricondurre l’Ucraina nella sfera di influenza russa, è fallito. Al suo posto è emersa una guerra di logoramento che ha provocato centinaia di migliaia di vittime, distrutto intere città, destabilizzato gli equilibri strategici del continente e riportato la competizione militare tra Russia e NATO a livelli che non si vedevano dalla Guerra fredda.La responsabilità politica dell’apertura del conflitto ricade sulla decisione del presidente russo Vladimir Putin di ordinare l’invasione di uno Stato sovrano, violando apertamente il diritto internazionale e gli impegni assunti dalla Federazione Russa nei confronti dell’integrità territoriale ucraina. Le motivazioni addotte dal Cremlino, dalla cosiddetta “denazificazione” alla presunta minaccia rappresentata dall’allargamento della NATO, non hanno trovato riconoscimento nella comunità internazionale e sono state considerate dalla maggioranza degli Stati membri delle Nazioni Unite come giustificazioni di un’aggressione militare.L’Ucraina era già, prima della guerra, uno dei Paesi economicamente più fragili d’Europa. L’invasione ha colpito un tessuto produttivo vulnerabile, distruggendo infrastrutture energetiche, reti ferroviarie, ospedali, scuole e quartieri residenziali. Milioni di cittadini sono stati costretti ad abbandonare le proprie case; migliaia di bambini sono cresciuti conoscendo soltanto il rumore delle sirene antiaeree e dei bombardamenti. In termini economici e sociali, il danno subito dall’Ucraina richiederà probabilmente almeno due decenni per essere ricostruito.Questa guerra ha però colpito anche l’Europa nel suo complesso, mettendone in luce vulnerabilità che erano rimaste sottovalutate e sottostimate per molti anni. La forte dipendenza energetica dalla Russia, le limitate capacità produttive dell’industria della difesa europea e la difficoltà di elaborare una politica estera realmente unitaria hanno mostrato quanto il continente fosse impreparato ad affrontare un conflitto convenzionale di lunga durata ai propri confini. In questo senso, la guerra ha rappresentato anche una sfida aperta e diretta alla sicurezza europea.L’azione del Cremlino appare inserita in una strategia più ampia di ridefinizione degli equilibri del continente. Numerosi analisti interpretano la politica estera russa come orientata non soltanto al controllo dell’Ucraina, ma anche all’indebolimento della coesione dell’Unione Europea e dell’Alleanza Atlantica, attraverso pressione militare, guerra dell’informazione, uso delle forniture energetiche come leva geopolitica e sostegno a campagne di disinformazione. Si tratta di interpretazioni diffuse negli studi strategici, anche se le autorità russe respingono questa lettura e sostengono di agire esclusivamente per la propria sicurezza nazionale.Dal punto di vista militare, il conflitto ha assunto ormai le caratteristiche di una guerra di attrito. Le offensive terrestri producono avanzamenti limitati, mentre l’impiego massiccio di droni, missili balistici, artiglieria di precisione e guerra elettronica domina il campo di battaglia. Entrambe le parti cercano di colpire le capacità logistiche, energetiche e industriali dell’avversario, trasformando la profondità strategica in un nuovo fronte della guerra.Nelle ultime settimane il conflitto ha registrato un’ulteriore escalation. Nella notte tra il 26 e il 27 luglio 2026 missili balistici russi hanno colpito Kiev, causando danni anche a edifici residenziali. In risposta, le forze ucraine hanno intensificato gli attacchi contro obiettivi militari e infrastrutturali nella Crimea occupata, nell’ambito dell’operazione denominata “Crimean Switch Off”, volta a compromettere il sistema energetico e logistico della penisola. Parallelamente, il presidente Volodymyr Zelensky ha sostenuto che Mosca starebbe preparando una nuova mobilitazione e sarebbe pronta ad accogliere ulteriori contingenti militari provenienti dalla Corea del Nord, nell’ambito del crescente rapporto strategico tra Russia e Pyongyang.Un ulteriore elemento di tensione riguarda il coinvolgimento di altri attori regionali. L’Iran ha accusato Kiev di avere colpito una propria nave nel Mar Caspio; il governo ucraino ha replicato sostenendo che l’imbarcazione trasportasse materiali militari destinati alla Russia, episodio che testimonia come la guerra abbia ormai assunto una dimensione internazionale ben più ampia del teatro ucraino.Sul piano delle perdite militari, nessuna delle due parti pubblica dati completi e verificabili. Per questo motivo non esistono “stime esatte”. Le valutazioni più autorevoli provengono dai governi occidentali, servizi di intelligence e centri di ricerca indipendenti, che utilizzano metodologie differenti. Alla metà del 2026, tali stime convergono nell’indicare che la Russia abbia subito oltre un milione di perdite complessive (“casualties”), comprendendo cioè militari uccisi e feriti. Le stime sui soli caduti oscillano generalmente tra circa 200.000 e oltre 250.000 soldati, mentre il numero complessivo di morti e feriti supera ampiamente il milione.Questi numeri restituiscono la dimensione umana della tragedia anche dal lato russo. Migliaia di famiglie hanno perso figli, mariti e padri; centinaia di migliaia di reduci convivranno con ferite permanenti, amputazioni o traumi psicologici. La prosecuzione della guerra, unita alle periodiche campagne di mobilitazione e al crescente ricorso a volontari, detenuti e personale proveniente da Paesi alleati, evidenzia il costo elevatissimo che il conflitto continua a imporre alla società russa.L’impatto della guerra non si limita tuttavia all’Ucraina e alla Russia. Le ripetute violazioni dello spazio aereo della Romania, così come gli episodi analoghi registrati in prossimità della Polonia, hanno aumentato la tensione lungo il fianco orientale della NATO. Negli ultimi giorni la Romania ha abbattuto il terzo drone di origine russa in tre giorni, definendo tali incursioni “inammissibili e intollerabili”. Bucarest considera questi episodi una grave violazione della propria sovranità e dell’intero spazio aereo dell’Alleanza Atlantica. Sebbene tali eventi non costituiscano di per sé la prova di un’imminente intenzione russa di attaccare un Paese NATO, essi aumentano il rischio di incidenti militari e sono interpretati da molti osservatori come un serio fattore di destabilizzazione regionale.Dopo oltre quattro anni, la guerra in Ucraina appare quindi come una sconfitta collettiva per la sicurezza europea. La scelta del Cremlino di ricorrere alla forza per modificare i confini ha prodotto un conflitto che continua a causare sofferenze immense ai civili ucraini e pesantissime perdite anche tra i soldati russi. Al tempo stesso ha accelerato il riarmo europeo, rafforzato la cooperazione tra gli Stati della NATO e trasformato il confine orientale dell’Europa nel principale punto di frizione geopolitica del continente. Qualunque sarà l’esito militare finale, il prezzo umano, economico e politico di questa guerra segnerà l’Europa per molti anni ancora.A ben vedere, il conflitto ucraino si colloca entro una prospettiva storica assai più ampia di quella, pur rilevantissima, delle contingenze militari. Esso richiama alla memoria le grandi crisi dell’equilibrio europeo, nelle quali la pretesa di una potenza revisionista di ridefinire unilateralmente gli assetti territoriali ha finito per destabilizzare l’intero continente. Non è casuale che numerosi storici abbiano richiamato il cosiddetto “concerto europeo” sorto dopo il Congresso di Vienna del 1815, quando le grandi potenze cercarono di fondare la stabilità continentale sul rispetto di un equilibrio condiviso, pur con tutte le gravi contraddizioni di quell’ordine politico. Anche il sistema internazionale nato dopo il 1945, e rafforzato dopo il 1991 con la Carta delle Nazioni Unite e con gli accordi di Helsinki(1975), si fondava sul principio dell’inviolabilità delle frontiere e sul divieto dell’uso della forza quale strumento di revisione territoriale. L’invasione dell’Ucraina costituisce pertanto una rottura profonda di tale architettura giuridica e politica, riaprendo una stagione nella quale il diritto rischia di essere subordinato ai rapporti di forza.Sotto questo profilo, la guerra assume una valenza che trascende il solo destino dell’Ucraina. Essa rappresenta una sfida diretta all’idea stessa di Europa quale spazio fondato sul diritto internazionale, sulla cooperazione tra Stati sovrani e sulla soluzione negoziale delle controversie. La strategia perseguita dal Cremlino sembra mirare non soltanto alla subordinazione politico – militare di Kiev, ma anche alla dimostrazione dell’incapacità delle democrazie europee di sostenere nel lungo periodo un conflitto ad alta intensità. L’usura economica, la pressione migratoria, la guerra energetica, la propaganda e le campagne di disinformazione hanno costituito strumenti complementari all’azione militare, nel tentativo di incrinare il consenso interno delle società occidentali e di alimentare divisioni politiche all’interno di un’ Europa debole e disunita.La persistenza del conflitto testimonia, peraltro, il fallimento di quella che nelle intenzioni iniziali avrebbe dovuto essere una rapida “operazione militare speciale”. La Russia dispone ancora di considerevoli risorse industriali e di una capacità di mobilitazione superiore rispetto all’Ucraina; tuttavia tali vantaggi sono stati compensati dalla resilienza ucraina, dal sostegno occidentale e dalle rilevanti perdite subite dalle forze armate russe. Il continuo ricorso alla mobilitazione di nuove classi di coscritti, all’arruolamento di detenuti, all’impiego di mercenari e alla crescente cooperazione militare con Stati autocratici o teocratici come la Corea del Nord e l’Iran evidenzia come Mosca sia ormai impegnata in uno sforzo bellico strutturale, incompatibile con la narrazione di un conflitto limitato e circoscritto. Perché la guerra russo – ucraina non è assolutamente un conflitto circoscritto.L’aspetto forse più drammatico rimane tuttavia quello umano. Ogni dato statistico, ogni rapporto militare e ogni analisi strategica rischiano di occultare la realtà concreta di una guerra che continua quotidianamente a produrre lutti, mutilazioni e devastazioni. Alle città ucraine sottoposte ai bombardamenti corrispondono, sul fronte opposto, migliaia di famiglie russe private dei propri figli, spesso inviati al combattimento con un addestramento insufficiente e destinati a operazioni di logoramento caratterizzate da costi umani elevatissimi. La responsabilità politica di tale tragedia non può essere disgiunta dalla scelta originaria di ricorrere alla guerra come strumento di affermazione della potenza statuale.La vicenda ucraina costituisce, infine, un monito per l’intera Europa. Essa dimostra come la pace non possa essere considerata una condizione irreversibile, bensì un equilibrio che richiede costante tutela politica, diplomatica e militare. Il conflitto ha imposto all’Europa una profonda revisione delle proprie priorità strategiche, rendendo evidente che la difesa della libertà degli Stati, della sovranità nazionale e dell’ordinamento internazionale non rappresenta soltanto un principio giuridico, ma una condizione essenziale per la stabilità del continente. È in questa prospettiva che la guerra d’Ucraina continuerà a essere studiata dagli storici non solo come una tragedia del XXI secolo, ma come uno spartiacque destinato a ridefinire gli equilibri geopolitici europei per una generazione.