Se l’AI pensa al posto nostro. Il dubbio, la libertà e la sfida dell’era digitale nel libro di Cangini

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Il vero rischio non è che l’intelligenza artificiale (absit iniuria verbis, poi capirete perché) impari a pensare come l’uomo. Ma che sia quest’ultimo a smettere di farlo. È da questa contraddizione che parte “La fine del pensiero. Inchiesta sulle condizioni dell’intelligenza e dello spirito critico nell’era digitale”, il nuovo libro di Andrea Cangini, presentato alla Camera di Commercio di Roma dalla Fondazione Luigi Einaudi, di cui l’autore è segretario generale. Con l’autore, il confronto ha visto protagonisti Carlo Calenda, leader di Azione; Giulio Tremonti, economista, già ministro dell’Economia e presidente dell’Aspen Institute Italia; e Walter Quattrociocchi, professore ordinario di Informatica alla Sapienza e direttore del Center of Data Science and Complexity for Society. A moderare il dibattito, il giornalista Andrea Pancani. I saluti introduttivi sono stati portati dal presidente della Fondazione Luigi Einaudi, Giuseppe Benedetto.Ma è Calenda, subito dopo Benedetto, a mettere in qualche modo il dito nella piaga. L’ex ministro dello Sviluppo economico, ricordando anche il primo G7 sull’intelligenza artificiale organizzato durante il suo mandato, definisce il libro “molto colto”, capace di tenere insieme dati, ricerca scientifica e riflessione tecnica. Ma il cuore della questione è altrove: “L’uomo non si pone più il dubbio. Non ha più la capacità di essere creativo”. Da qui la domanda che investe il fondamento stesso della conoscenza: “Siamo davanti a una condizione nella quale assistiamo alla fine del ragionamento scientifico?”. Perché, se il dubbio scompare, il rischio è che torni il dogma: “Rischiamo che il dogma venga reintrodotto”.Il leader di Azione, però, si concentra sulla parte dell’opera dedicata alla trasformazione dell’uomo attraverso lo smartphone. È il rapporto tra libertà ed etica a essere finito sotto pressione. “L’etica è la ricerca di ciò che è giusto”. E davanti a strumenti che possono incidere sui comportamenti, soprattutto dei più giovani, l’Occidente sembra incapace di fissare un limite: “Ci approcciamo a strumenti che sono di una pericolosità enorme”. Una questione che riguarda in particolare il mondo occidentale. “La crisi dell’Occidente – scandisce in chiosa – nasce dall’illusione del conseguimento di una libertà senza limiti e senza scopo”.Tremonti allarga il campo, partendo da un pezzo che il Corriere della Sera gli chiese nel 1989. L’intelligenza artificiale, nella sua lettura, non nasce in un vuoto di potere, ma dentro una trasformazione del capitalismo e della sovranità. “Lo Stato è sempre più marginale”. La globalizzazione, spiega l’ex ministro dell’Economia, è stata “l’ultima utopia del Novecento”. Ora il potere si concentra sempre più nelle mani di grandi soggetti economici e tecnologici capaci di affiancare, e in alcuni casi condizionare, le entità politiche. “In questo momento – argomenta – il pensiero è controllato dagli oligarchi”. La corsa all’AI, con i suoi fabbisogni finanziari enormi, porta così con sé una possibile frattura: il capitalismo è cambiato e la stessa intelligenza artificiale, osserva Tremonti, “si è autodenunciata come fattore di rischio”. La domanda, allora, non è soltanto chi controllerà l’AI, ma chi controllerà il potere che l’AI contribuisce a moltiplicare.Quattrociocchi porta il ragionamento sul terreno della conoscenza. “L’AI non ha una coscienza”. E proprio per questo il problema nasce quando l’uomo comincia a delegarle il proprio processo cognitivo: “Stiamo delegando il sapere – ammonisce il docente –. La macchina produce risposte plausibili a un costo sempre più basso, ma aumenta il lavoro necessario per verificarle. Abbiamo abbassato il costo della produzione di candidati plausibili e alzato il costo della verifica”. È l’illusione della conoscenza: fidarsi di un assemblaggio convincente di parole e concetti senza verificarne la solidità. “L’AI – prosegue nel ragionamento – è uno strumento efficace se è accompagnato dalla verifica”. Il paradosso è che, mentre aumentano le informazioni da controllare, diminuiscono le persone capaci di farlo.Ed è qui che l’autore riporta il discorso al cuore della sua inchiesta. “Non ci sono più le condizioni soggettive e oggettive per sviluppare pensieri complessi e autonomi – la appoggia così Cangini –. Non è soltanto colpa della tecnologia. Sono entrati in crisi anche i luoghi nei quali il pensiero si formava e si confrontava: i partiti politici, i parlamenti e i giornali”. A questo si sommano il crollo del ceto medio, l’insicurezza economica, la crisi della politica e una comunicazione sempre più dominata dalla drammatizzazione. Un contesto che produce ansia, frustrazione e una crescente difficoltà a concentrarsi.Ed è soprattutto la dimensione generazionale ad allarmare Cangini. “A me allarma che i più giovani stiano perdendo capacità intellettuali – scandisce il segretario generale –. Senza attenzione non c’è competenza, e senza competenza si restringe lo spazio dell’autonomia. L’AI è stata ‘umanizzata’ nel linguaggio comune, ma resta una macchina statistica capace di elaborare una quantità di dati che nessuna mente umana potrebbe processare. Se non c’è un dubbio, è un problema”.La conclusione è allora un gigantesco interrogativo sulla libertà. “Se delegheremo all’AI la scrittura, non saremo più in grado di scrivere – ammonisce –. Se lasceremo all’intelligenza artificiale l’elaborazione dei pensieri complessi, non saremo più in grado di pensare”. È questo il punto di arrivo dell’inchiesta: non la paura di una macchina che diventa troppo simile all’uomo, ma quella, molto più concreta, di un uomo che rinuncia progressivamente alle proprie facoltà.Dunque, è ancora giusto chiamarla “intelligenza” artificiale? La risposta, però, non la daranno i posteri. Tocca a noi. Urgentemente.