Mentre l’inflazione torna a pesare sull’economia italiana, parte della risposta del governo viene cercata fuori dai confini nazionali. Il caro energia, che si riflette sui prezzi alla pompa, sulle bollette delle imprese e in definitiva sul potere d’acquisto delle famiglie, sta trasformando la rete diplomatica costruita da Giorgia Meloni durante i suoi anni a Palazzo Chigi in uno strumento di politica economica interna.Il tentativo si muove su più piani. A Bruxelles, Meloni ha chiesto alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen maggiore flessibilità nell’applicazione delle regole fiscali, per consentire ai governi di utilizzare almeno parte delle maggiori entrate prodotte dall’inflazione per misure temporanee e mirate contro il rincaro dell’energia. Ma l’altra leva è diplomatica.Palazzo Chigi ha lavorato per mobilitare una rete che passa dall’Eni e arriva a Q8, IP e Tamoil, e dunque – se si mette da parte Eni, gigante economico italiano e storicamente parte integrante delle relazioni internazionali di Roma – passa rispettivamente da Kuwait, Azerbaigian e Libia. Secondo la ricostruzione del Corriere della Sera – curata dal chigista Marco Galluzzo, sempre tra i più informati – sono stati i rapporti costruiti personalmente dalla presidente del Consiglio con le leadership dei Paesi produttori a contribuire positivamente nel tentativo di intervenire sul prezzo dei carburanti in Italia.E dunque, la crisi energetica sta mostrando (ancora una volta, qualora ce ne fosse bisogno, e anche agli italiani meno attenti) quanto sia diventato difficile tracciare una linea netta tra politica estera e politica interna. Una crisi militare a migliaia di chilometri dall’Italia può attraversare uno stretto marittimo, raggiungere i mercati energetici e finire nel giro di settimane nelle bollette e nei prezzi pagati dagli italiani.È la vulnerabilità, già vissuta con l’inizio dell’invasione russa su larga scala dell’Ucraina, che Roma sta cercando di ridurre attraverso la diversificazione. La recente missione di Meloni in Norvegia — la prima visita di un presidente del Consiglio italiano nel Paese da quasi quindici anni — offre forse l’esempio più chiaro. Oslo ha acquisito maggiore peso per la sicurezza energetica europea dopo la riduzione della dipendenza dal gas russo; le tensioni attorno allo Stretto di Hormuz hanno aggiunto una seconda lezione. Diversificare non significa semplicemente sostituire un fornitore con un altro, ma ridurre l’esposizione a guerre, pressioni di Stati ostili e vulnerabilità dei grandi chokepoint marittimi.È anche per questo che il rapporto con Oslo si sta allargando oltre l’energia. Materie prime critiche, difesa, spazio, infrastrutture sottomarine e protezione degli asset strategici sono entrati nella stessa conversazione. Per un Paese importatore come l’Italia, sicurezza delle forniture e sicurezza delle infrastrutture che le rendono possibili stanno diventando parti dello stesso problema.E non riguarda soltanto l’energia. Esistono dipendenze meno immediatamente percepibili dall’opinione pubblica, ma altrettanto importanti per la sicurezza economica italiana. Minerali critici, semiconduttori, intelligenza artificiale e infrastrutture digitali difficilmente producono un’emergenza mainstream paragonabile all’aumento del prezzo della benzina, almeno finché una supply chain non si interrompe. Eppure anche qui la politica estera conta. È il terreno della “silica diplomacy”: la costruzione di reti diplomatiche e industriali attorno alle materie prime e alle tecnologie strategiche, sulle quali si gioca una parte crescente della competizione internazionale.Il posizionamento transatlantico dell’Italia ha un valore economico. L’accordo con Washington sui minerali critici, quello con l’Argentina e la partecipazione al Corridoio di Lobito integrano Roma nella riorganizzazione delle supply chain occidentali e nella riduzione delle dipendenze, soprattutto dalla Cina. Per l’economia manifatturiera italiana, la disponibilità di materiali essenziali per batterie, semiconduttori, automotive, difesa e nuove tecnologie è cruciale per la produzione e la competitività future. Scelte apparentemente lontane dalla quotidianità, come la scelta dei partner e l’architettura tecnologica, possono diventare questioni concrete di politica interna.La stessa logica aiuta a leggere l’attenzione verso il Golfo. Meloni è attesa a Riyad a fine ottobre per il primo incontro ad alto livello tra Unione europea e Paesi del Golfo Persico. Per Roma, la relazione con la regione tende ormai a muoversi contemporaneamente lungo più direttrici: energia, sicurezza delle rotte marittime, investimenti e presenza delle imprese italiane. Il Golfo diventa così parte di una geografia economica più ampia, nella quale la diplomazia prova a ridurre vulnerabilità immediate e allo stesso tempo ad aprire spazi per gli interessi italiani.È probabilmente qui che la strategia di Meloni assume una dimensione politica più interessante. Palazzo Chigi sta cercando di convertire il capitale diplomatico accumulato negli ultimi quattro anni in una leva di sicurezza economica, e dunque interesse, nazionale. Non è un processo automatico, né il numero dei viaggi internazionali garantisce di per sé risultati. La verifica arriva quando una relazione costruita a Baku, Kuwait City, Tripoli, Oslo o Riyad può essere utilizzata per affrontare una pressione che si manifesta a Roma.Il calendario aggiunge la dimensione ulteriore. Nel 2027 l’Italia tornerà alle urne e la politica internazionale difficilmente resterà confinata al dibattito sulla politica estera. Un sondaggio SWG analizzato dello scorso maggio mostrava che il 56 per cento degli italiani attribuiva alla politica interna un peso maggiore nella valutazione dei partiti, contro il 44 per cento della politica estera. Le crisi internazionali possono suscitare reazioni forti senza tradursi automaticamente in comportamento elettorale. Urgenze ed emergenze spesso sono percepite in modo disattento dalle collettività.Energia e inflazione complicano però questa distinzione. Se una crisi internazionale produce un aumento del prezzo della benzina, comprime il reddito disponibile delle famiglie o aumenta i costi delle imprese, la politica estera smette di presentarsi all’elettore come un dossier separato. I suoi effetti diventano domestici.Questo può pesare anche sul confronto politico che precederà il 2027. Il centrosinistra per esempio continua a mostrare differenze significative su alcuni dossier internazionali, a partire dalla Russia e dalla guerra in Ucraina, con posizioni diverse tra Partito Democratico (più atlantiste, soprattutto nel caso dei cosiddetti “riformisti”) e Movimento 5 Stelle, che vorrebbe interrompere il sostegno a Kyiv e, più in generale, modificare il posizionamento internazionale dell’Italia, avvicinandolo maggiormente alla Cina e riprendendo le relazioni con la Russia. Il punto elettorale, tuttavia, potrebbe essere meno astratto: quanto una futura maggioranza sarà capace di collegare politica estera, sicurezza nazionale e interessi economici italiani. E nel farlo, con quali partner deciderà di muoversi? Le amicizie contano.È su questo terreno che il governo Meloni sembra voler giocare una parte della fase finale della legislatura. Il banco di prova non sarà la quantità di relazioni accumulate dalla premier, ma la qualità, ossia la loro capacità di produrre risultati quando gli shock internazionali raggiungono l’economia italiana. Se la diplomazia riuscirà davvero a incidere sui costi dell’energia nei prossimi mesi, la distinzione tra politica estera e politica interna diventerà ancora più difficile da sostenere.