E adesso che fa, Pedro Sanchez? Il Primo Ministro spagnolo ha rimediato una batosta mica da poco: nel pieno delle proteste per la crisi abitativa, sollevate dal caso dell’anziana Maricarmen Abascal, ha provato il colpo di mano populista. Ha approvato due decreti per bloccare gli sfratti fino al 2030 e impedire ai gruppi immobiliari di acquistare appartamenti su cui fare affari, ma il Congresso ha respinto entrambe le misure. Costringendolo a una “pausa di riflessione” che apre all’ipotesi del voto anticipato. Magari già a novembre.Pedro Sanchez non ha ancora deciso. Vuole prendersi del tempo. L’ultima volta il premier indisse rapidamente le elezioni, non appena nel 2023 la sinistra prese una scoppola elettorale. Gli andò bene e infatti è ancora lì al governo. Stavolta, però, è diverso. Se decidesse di andare subito al voto, potrebbe sfruttare l’indignazione degli spagnoli scesi in piazza a Puerta del Sol a favore dei decreti sulle politiche abitative, bocciati di fatto dai partiti di destra (PP e Vox), a cui si è aggiunto Junts. Ma è altrettanto vero che dovrebbe fare i conti anche col disastro di Ceuta, ancora troppo fresco: una Caporetto che gli spagnoli hanno valutato negativamente.Ecco perché fonti della Moncloa hanno fatto sapere a El Pais che al momento non si può escludere “nessuna opzione”. Se Sanchez valuterà che l’indignazione progressista per il “no” ai decreti sulla casa è abbastanza forte da spingerlo in alto nei sondaggi, presentandosi come colui che ha provato a salvare Maricarmen ma è stato fermato dalle “destre”, allora potrebbe decidere di andare al voto. “Questa è l’occasione perfetta per noi per raccogliere consensi, evidenziando come il governo abbia proposto soluzioni e risposto alle richieste del popolo, in seguito alle proteste contro lo sfratto di Maricarmen, in contrasto con l’insensibilità della destra”, ha commentato un segretario generale regionale socialista a El Pais, che sogna di rendere “la questione abitativa il tema centrale e lasciandosi alle spalle la crisi di Ceuta”. L’idea sarebbe quella di vedere quale sarà la partecipazione popolare alle manifestazioni già indette per questo fine settimana. “Ora possiamo dettare il ritmo. Abbiamo l’iniziativa e il malcontento nelle piazze è evidente. Gli spagnoli hanno visto che vogliamo proporre misure e cercare di risolvere la crisi abitativa, mentre altri si dedicano a sabotare e ignorare le richieste dei cittadini”, ha commentato un deputato del Psoe.L’alternativa per Sanchez sarebbe quella di attendere qualche mese, magari fino a marzo. Il premier ha passato la giornata ad ascoltare i ministri, i membri del Psoe e anche gli alleati. “Alcuni ministri danno per scontato che si terranno nuove elezioni, altri sono meno certi, ma solo il premier può decidere, ed è entrato in una fase di ascolto, senza chiarire ai suoi interlocutori quali siano le sue intenzioni”, scrive El Pais. “Dobbiamo vedere cosa succede in Parlamento e dobbiamo ascoltare l’opinione pubblica. Siamo impegnati in questo processo ponderato”, hanno dichiarato fonti del governo. Sanchez deve decidere entro lunedì o martedì, magari in occasione della riunione del direttivo del Psoe, in modo da poter aprire le urne il 29 novembre qualora volesse convocare le elezioni il prima possibile. “La cerchia ristretta del presidente presume, salvo imprevisti, che la Spagna terrà le elezioni “con una probabilità del 99%” entro la fine dell’anno, e non nel 2027 come Sánchez ha sempre affermato”, scrive comunque El Pais.Intanto si consuma la lite politica all’interno della maggioranza. Il Psoe è infuriato con gli alleati di governo, accusati – non solo in questo caso – di aver messo i bastoni tra le ruote all’esecutivo lungo tutta la legislatura. E questo nonostante i socialisti abbiano dovuto concedere, pur di formare il governo, la discussa legge sull’amnistia ai separatisti catalani, che tanti danni in termini di consensi ha provocato a Sanchez.L'articolo “Nessuna opzione esclusa”. La Spagna va al voto? Cosa sta aspettando Sanchez proviene da Nicolaporro.it.