Sblocchiamo ricordi: processo in contumacia a un Nobel in prima serata

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Nelle redazioni c’è un attrezzo che nessuno vede ma che tutti usano: l’asticella. Non misura i salti, misura le persone. Chi resta sotto si ascolta anche quando non lo si condivide, anche quando usa modi spicci, perché ha un cervello e lo mette al servizio di un italiano decente. Chi la scavalca esce dalla conversazione, e non per censura: per sfinimento di chi ascolta.All’inizio del 2022 Luc Montagnier, premio Nobel per la Medicina per la scoperta del virus dell’HIV, venne in Italia a parlare in piazza contro la gestione della pandemia. Si poteva essere d’accordo con lui o no, e molti non lo erano. Ma in uno studio televisivo si scelse una terza via, più comoda: mandare in onda il suo intervento annunciando prima che subito dopo un altro professore avrebbe spiegato al pubblico perché aveva torto. Non per farlo ascoltare, dunque, ma per farlo correggere. Lui assente, la replica impossibile, il verdetto già scritto nella presentazione.È lì che l’asticella salta, e di parecchio. Il punto non è difendere ogni parola di Montagnier, ma il metodo. Si parte dal presupposto che la verità stia da una parte sola e che dall’altra ci sia soltanto rumore da smaltire. L’articolo 21 della Costituzione, però, non prevede un diritto di parola con sottotitoli obbligatori. E nessuna istituzione aveva mai tolto a quell’uomo un titolo o un riconoscimento: le scomuniche arrivavano dai salotti, dalle associazioni, dal chiacchiericcio. Il suo curriculum avrebbe potuto avvolgere qualunque contraddittore come le bende di una mummia egizia, eppure era lui a dover essere spiegato agli spettatori, come un bambino che ha detto una parolaccia a tavola.Processo in contumacia C’è poi un precedente che pesa. Nello stesso clima fu messo alla berlina anche il francese Didier Raoult, e uno degli studi usati contro le sue tesi uscì su The Lancet prima di essere ritirato perché fondato su dati inaffidabili. Quando la smentita viene smentita, la lezione dovrebbe essere la prudenza. In televisione si è preferita la certezza.Va fatta una distinzione, perché senza distinzioni ogni critica diventa tifo. All’epoca a Montagnier non furono risparmiate battute feroci, alcune di pessimo gusto. Non ci appartengono, ma restano sotto l’asticella: la satira, anche irrispettosa, è un’opinione che si espone e si firma, e chi la legge sa di leggere una satira. Il processo in assenza dell’imputato è un’altra cosa. È informazione che si traveste da arbitro.E per la stessa ragione chi pretende il contraddittorio non può permettersi di diventare a sua volta un tribunale. La tentazione di rispondere con le liste di proscrizione, con i nomi da mettere alla gogna, è forte e va respinta. Certi episodi si mostrano per far capire quanto in basso sia scesa la comunicazione, non per regolare i conti.Resta una domanda, e non riguarda i conduttori ma chi sta sopra di loro. Un editore degno del nome una cosa del genere nella propria televisione non dovrebbe permetterla. Lo spettacolo è legittimo, la polemica pure, ma il pubblico ha il diritto di sapere quando sta guardando uno spettacolo e quando la realtà. Ed è proprio questo che inquieta più di tutto: non chi ha confezionato quel momento, ma chi lo ha preso per buono.Montagnier è morto nel febbraio del 2022. Quell’udienza è rimasta com’era: l’accusa ha parlato, l’imputato no. In un’aula di giustizia lo chiameremmo vizio di forma; in televisione, a quanto pare, si chiama palinsesto.The post Sblocchiamo ricordi: processo in contumacia a un Nobel in prima serata appeared first on Radio Radio.