Goffredo Bettini ha una ricetta per l’Ucraina, e l’ha servita in un’intervista al Corriere della Sera. Prima di discuterne il merito, (e le finalità) che meriterebbero un capitolo a parte, conviene esaminarne la tenuta logica, che per dirla con un eufemismo aulico, risulta evanescente.Le frontiere ucraine dovrebbero essere garantite da forze di interposizione sotto egida Onu. Si dà invece per risolto ciò che andrebbe dimostrato, e cioè che l’aggressore accetti un arbitro: Putin ha già bollato l’idea come provocazione inaccettabile, senza lasciare margini di equivoco. La Russia siede nel Consiglio di Sicurezza con diritto di veto, per cui il garante dovrebbe essere autorizzato dall’imputato, con il risultato che il tribunale esisterebbe soltanto a patto di non celebrare alcun processo.La sicurezza russa sarebbe assicurata dalla rinuncia di Kyiv all’Alleanza atlantica, rinuncia che Trump ha già concesso e che Zelensky dà ormai per scontata nelle sue dichiarazioni pubbliche. Si risponde, cioè, a una domanda che nessuno pone più, sfondando con sussiego una porta spalancata da tempo e da altri. Il nodo dirimente è un altro, e Bettini lo aggira con cura: perché un esercito ha varcato il confine di uno Stato sovrano? Il disegno originario di Putin, insediare a Kyiv un governo di “persone perbene” (copyright Silvio Berlusconi, Porta a Porta, settembre 2022), con il Donbass c’entrava poco e con la Nato ancora meno.Gli aiuti vanno valutati, a detta di Bettini, se servano a resistere o se alimentino una “guerra infinita”, come se le alternative fossero soltanto due e come se l’infinità dipendesse da chi si difende e non da chi attacca. La guerra durerà finché Mosca riterrà conveniente restare. Imputare la durata del conflitto alla resistenza è un paradosso, un po’ come incolpare il derubato della lunghezza della rapina, mentre il rapinatore, nel frattempo, continua a ricevere aiuti e munizioni.Bettini propone l’autodeterminazione dei territori a larga maggioranza russofona, evocando un principio che ha una genealogia nobile e un uso, in questo caso, assai meno nobile. Quei territori sono già stati annessi alla Federazione, con Putin che nel settembre 2022 dichiarava la scelta non negoziabile: l’annessione per via militare diventerebbe titolo di legittimità, e il fatto compiuto si trasformerebbe in diritto per semplice decorso del tempo. È l’appello al bastone, travestito da dottrina wilsoniana. Né mancano gli inciampi collaterali, perché russofono viene fatto coincidere con russofilo, come se la lingua madre. Un assist all’AfD e all’estrema destra austriaca, che reclamano l’autodeterminazione del Südtirol in nome della maggioranza germanofona. Il diritto internazionale, che di queste scorciatoie diffida da sempre, ha una sola risposta: dall’illecito non nasce il diritto.La guerra ha una storia alle spalle, ripete Bettini, e chi non la capisce sbatte contro un muro. Giusto, ma spiegare non è giustificare, e l’eziologia di un conflitto non assolve chi lo ha scatenato. Il refrain riecheggia li improvviso “abbaiare della Nato alla porta della Russia” di papa Francesco, (il papà non è infallibile) formula che il Pontefice, a onor del vero, lasciava in forma dubitativa (“provocata non so, facilitata forse sì”), mentre Bettini la maneggia con l’albagia assiomatica di un teorema già dimostrato.Resta il capitolo cimmerio: le ingenti forniture di armi (e di truppe) a Mosca da Corea del Nord, Cina e Iran, destinate per definizione ad alimentare quella “guerra infinita” che tanto preoccupa l’intervistato. Bettini misura l’aiuto a Kyiv col bilancino del farmacista, ma sul rifornimento dell’aggressore tace. Una fallacia dovuta alla cautela. Se deve tenere assieme il campo largo certi argomenti sono come mine innescate, pronte a esplodere.Giulio Galetti, 4 ottobre 2026L'articolo Le panzane del guru Bettini proviene da Nicolaporro.it.