TEHERAN — Lo Stretto di Hormuz «non si aprirà finché non saranno soddisfatte le nostre sette condizioni», ha detto oggi Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento e capo negoziatore iraniano con Washington. Lo dice il governo di un Paese dove un dollaro vale ormai più di 2,5 milioni di rial e l’inflazione sfiora il 90%. E tenere chiuso lo Stretto, secondo una stima della Foundation for Defense of Democracies di Washington, costa a Teheran circa 435 milioni di dollari al giorno.A certificare la sofferenza è il vertice stesso dell’apparato di sicurezza. Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale ed ex comandante dei Pasdaran, ha riconosciuto in pubblico la gravità della crisi economica: un’ammissione che il New York Times e Al Jazeera definiscono rara per un dirigente del suo rango. Teheran ammette di soffrire e, nello stesso tempo, conferma la chiusura dello Stretto da cui in tempo di pace passa un quinto del petrolio e del gas mondiale, bloccato da oltre sette mesi, dagli attacchi americani e israeliani del 28 febbraio.Ghalibaf ha parlato all’agenzia iraniana para-statale Nournews, ripresa da Al Jazeera. Le sette condizioni discendono dal memorandum firmato a Islamabad e naufragato a luglio; gli Stati Uniti devono sapere «che l’epoca di perdere tempo e dettare richieste unilaterali è finita». Washington ha fatto arrivare nei giorni scorsi «alcune proposte tramite un mediatore»: l’Iran non ne è «né entusiasta né intimidito», ha detto, e «combatterà e negozierà».Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha ricevuto oggi gli ambasciatori stranieri a Teheran: l’Iran è «serio nel cercare soluzioni diplomatiche tanto quanto è serio nel difendersi» e, se gli americani tornassero alle armi, è «più preparato di prima». Il portavoce del ministero, Esmaeil Baghaei, ha indicato dove corre il disaccordo: Washington insiste sul nucleare, mentre «in questa fase ci concentriamo soprattutto sullo Stretto». Lo Stretto chiuso è l’unica carta che obbliga la Casa Bianca a trattare sul terreno scelto da Teheran e non su quello dell’atomica.Il rial a 2,5 milioniI numeri dietro l’ammissione di Rezaei li fissano i cambi di Teheran. Martedì scorso il rial ha toccato un nuovo minimo, oltre 2,5 milioni per dollaro: era a 1,5 milioni a inizio anno e a 35.000 nel 2018. L’inflazione è stimata tra l’84 e il 90%, il prodotto interno lordo è atteso in calo del 5,4% quest’anno, l’energia è razionata. Dall’inizio della guerra il riso costa il 60% in più, la carne di manzo il 150%. Il blocco navale impedisce le importazioni via mare, carburanti compresi, e le rotte terrestri sono intasate, spiega Homayoun Falakshahi, analista della società di dati energetici Kpler.Ancora il 28 agosto Rezaei raccontava un’altra storia. Alla tv libanese Al-Manar, emittente di Hezbollah, aveva sostenuto che l’Iran aveva «rotto il blocco navale» esportando 70-80 milioni di barili durante il cessate il fuoco e che le vendite di greggio erano tornate ai livelli precedenti alle sanzioni. Su X aveva avvertito che, «se la guerra economica continua, non una sola goccia di petrolio sarà esportata» dal Golfo.Washington rivendica il risultato. «Operation Economic Outcast», la stretta sanzionatoria lanciata in agosto e battezzata dal segretario al Tesoro Scott Bessent «D-Day economico», è «un successo completo», ha detto in un’intervista televisiva il sottosegretario per gli Affari internazionali Erin Browne: «Credo che gli iraniani sappiano che gli Stati Uniti stanno vincendo». Questa settimana il Tesoro ha sanzionato altri 11 individui accusati di rifornire l’apparato militare. Donald Trump ha respinto la settimana scorsa il piano iraniano in sette punti e, il 23 settembre all’Assemblea generale dell’Onu, ha minacciato di «annientare» l’Iran.La Casa Bianca non ha commentato le parole di Ghalibaf, né ha reagito finora all’ammissione di Rezaei. Il 27 agosto Trump aveva scritto sui social che l’Iran «è una nazione che sta fallendo» e «implora un accordo». Il segretario di Stato Marco Rubio ha fissato il perimetro americano: «Non è in gioco solo ciò che accade nello Stretto di Hormuz. È un principio fondamentale sulla libertà di navigazione. Se è minacciata, è minacciata l’economia globale».