Petrolio, sauditi e russi lasciano ferme le quote dell’Opec+: mancano 5 milioni di barili al giorno

Wait 5 sec.

TEHERAN — I grandi produttori lasciano ferme quote che già non riescono a riempire, i Paesi ricchi aprono le riserve e l’Iran ripete che lo Stretto di Hormuz resta chiuso. Domenica, nel giro di poche ore, i sette membri centrali dell’Opec+ hanno deciso in una breve riunione online di «mantenere per novembre la produzione richiesta di settembre», mentre a Teheran il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf avvertiva in aula che lo stretto «non si aprirà» finché Washington non accetterà le condizioni iraniane.È il secondo mese consecutivo di pausa, dopo l’identica decisione del 6 settembre. I sette che fissano la rotta mese per mese — Arabia Saudita, Russia, Iraq, Kuwait, Algeria, Kazakhstan e Oman — hanno quote complessive di 31 milioni di barili al giorno. Ad agosto ne hanno prodotti circa 25, secondo i dati dell’Opec: 5 milioni in meno rispetto a febbraio, l’ultimo mese prima della guerra. La revisione delle capacità produttive, che serve a fissare le quote del 2027, è stata rinviata e nessun cambio di rotta è atteso prima dell’anno prossimo, riferisce Reuters.L’Opec+ riunisce il cartello dei produttori e gli alleati guidati da Mosca. Le esportazioni del Golfo oscillano tra il 60 e l’80 per cento dei volumi normali e il Brent, il greggio di riferimento europeo, viaggia sopra i 100 dollari al barile contro i 73 di prima del conflitto. «Nonostante i flussi in aumento attraverso lo Stretto di Hormuz, i livelli di produzione restano ben sotto quota», ha detto all’agenzia Giovanni Staunovo, analista di Ubs: «Di conseguenza il mercato petrolifero resta teso».Lo stretto, da cui in tempo di pace passa circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiali, è di fatto chiuso dal 28 febbraio, primo giorno delle ostilità tra Stati Uniti e Israele da una parte e Iran dall’altra. Il 4 marzo Teheran lo ha dichiarato «chiuso». Il blocco dura da oltre sette mesi.Cento milioni di bariliSull’altro fronte si muovono i consumatori. Venerdì i leader del G7, in una videoconferenza d’emergenza presieduta dal presidente francese Emmanuel Macron, hanno deciso di rilasciare fino a 100 milioni di barili di gasolio, benzina e greggio dalle riserve strategiche in quattro mesi, con un «rilascio sostanziale anticipato» di gasolio nei primi venti giorni. Il coordinamento spetta all’Agenzia internazionale dell’energia. I governi si sono impegnati a non limitare le esportazioni di prodotti energetici: Washington aveva minacciato un divieto di export del diesel americano se l’Europa non avesse aperto i propri depositi.Donald Trump, pochi minuti prima del comunicato, ha scritto sui social che l’Europa «ha appena accettato di rilasciare una quantità enorme del suo gasolio pesantemente stoccato». Macron ha parlato di «un segnale chiaro ai mercati» e ha stimato che, tra Hormuz e l’oleodotto saudita di Yanbu sul Mar Rosso, oggi si muovono «tre quarti dei volumi prebellici». Gasolio e Brent sono scesi dopo l’annuncio.Negli Stati Uniti il gasolio costava venerdì in media 6,37 dollari al gallone, sotto il record di 6,52 del 22 settembre, a un mese dalle elezioni di metà mandato del 3 novembre. Michael Lynch, dell’Energy Policy Research Foundation, ha detto ad Associated Press che il rilascio europeo potrebbe far scendere i prezzi americani di 25-50 centesimi al gallone nel giro di qualche settimana. Il direttore dell’Aie Fatih Birol ha però ricordato martedì che un terzo del rilascio precedente non ha ancora raggiunto il mercato.Finché il Golfo non torna a esportare, la partita dei prezzi si gioca sui depositi dei consumatori più che sulle quote dei produttori, e la chiave resta a Teheran. Ghalibaf, che guida anche la delegazione negoziale iraniana, ha detto che l’Iran non è «né emozionato né intimidito»: «Combatteremo e negozieremo». Gli Stati Uniti, ha aggiunto, devono sapere che «l’era del perdere tempo e del dettare richieste unilaterali è finita». Le sette condizioni iraniane si basano sul memorandum discusso a Islamabad; Washington ha fatto arrivare nuove proposte tramite il Qatar, ma nessun accordo è stato annunciato.Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha detto agli ambasciatori riuniti a Teheran che l’Iran è «serio nel cercare soluzioni diplomatiche tanto quanto lo è nel difendersi». La scorsa settimana Trump ha respinto il piano iraniano in sette giorni per riaprire lo stretto; a settembre, all’Assemblea generale dell’Onu, aveva minacciato di «annientare» l’Iran.Né Riad né Mosca hanno commentato oltre il comunicato, e la Casa Bianca non ha reagito alla decisione sulle quote. Il comitato ministeriale di monitoraggio dell’Opec+, riunito anch’esso domenica, ha ribadito la «preoccupazione» per gli attacchi alle infrastrutture energetiche. I sette torneranno a collegarsi il 1° novembre per decidere la produzione di dicembre, due giorni prima del voto americano; la riunione plenaria dei ministri è fissata per il 29 novembre.