Birmania, 3 navi riportano dalla Malaysia 1.476 migranti: l’Onu non ha potuto verificare se il rientro era volontario

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THANLYIN — Centinaia di famiglie hanno aspettato dalle prime luci di domenica davanti ai cancelli della base navale di Thanlyin, sulla riva del fiume di fronte a Yangon, con auto, taxi e autobus parcheggiati in fila lungo la strada. Kyaw Myint, 55 anni, era venuto a riprendersi tre nipoti che non vedeva da sei anni, detenuti in Malaysia da un anno e mezzo. «Da quando sono entrati in prigione abbiamo perso i contatti con loro», ha detto all’AFP.Poco prima delle 7.30 locali (le 3 in Italia) tre navi della marina birmana hanno attraccato con a bordo 1.476 migranti rimandati indietro dalla Malaysia, ha confermato un ufficiale della marina. Quasi tutti uomini: le donne sono 79, i bambini 27. Sono i primi dei 5.000 che il governo di Kuala Lumpur ha deciso di rimpatriare dai suoi centri di detenzione per immigrati, in un Paese consumato dalla guerra civile dal colpo di Stato militare del 2021. L’agenzia dell’Onu per i rifugiati non ha potuto incontrarli prima della partenza per accertare che la scelta di tornare fosse libera.Le navi erano salpate martedì da una base della marina reale malese, scortate fino al limite delle acque territoriali da motovedette della polizia e della guardia costiera. Due sono unità militari, la terza una nave ospedale. La televisione di Stato birmana ha mostrato i passeggeri durante la traversata, guidati in sessioni di ginnastica aerobica sul ponte, con magliette con la scritta «Buon viaggio di ritorno alla madrepatria».Il governo del premier Anwar Ibrahim definisce il programma «volontario e graduale» e coordinato con le autorità birmane. In Malaysia vivono quasi 200.000 rifugiati e richiedenti asilo del Myanmar registrati con l’Onu, due terzi dei quali rohingya, la minoranza musulmana fuggita nel 2017 da una campagna militare oggi al centro di una causa per genocidio alla Corte internazionale di giustizia. «È facile per loro dire: non rimandateli indietro. Dove le mettiamo queste centinaia di migliaia di persone?», ha risposto Anwar ai cronisti. Il comunicato del suo governo parla di «grave onere finanziario», di «seri problemi sociali» e di «una chiara minaccia alla sicurezza dei malesi».L’invito a Min Aung HlaingIl ministero degli Esteri birmano ha detto il mese scorso di lavorare con altri Paesi per il ritorno volontario di sfollati «in modo sicuro e dignitoso». Le due capitali hanno chiuso l’intesa dopo colloqui diplomatici a settembre, e Anwar ha annunciato che inviterà a Kuala Lumpur il generale Min Aung Hlaing, l’uomo che guidò il golpe e che quest’anno si è insediato come presidente di un’amministrazione formalmente civile, in cambio del ritorno dei rohingya. La visita è attesa a fine mese. Hunter Marston, direttore del programma Sud-Est asiatico del Lowy Institute di Sydney, legge l’accordo come una ricerca di legittimazione internazionale: il generale «spera in un’accoglienza calorosa a Kuala Lumpur».In Malaysia si vota entro febbraio 2028 e la coalizione di Anwar arriva da due sconfitte nelle elezioni statali. Per Joe Freeman, ricercatore di Amnesty International sul Myanmar, le espulsioni «potrebbero essere una mossa populista molto facile per assicurarsi consenso», che «arriverà al prezzo della violazione dei diritti umani di migliaia di persone». I rimpatriati, dice, rischiano l’arruolamento forzato nell’esercito o nei gruppi ribelli.Le Nazioni Unite si erano espresse prima della partenza. Volker Türk, alto commissario per i diritti umani: «Non è il momento di rimandare indietro con la forza qualcuno in un Paese afflitto da violazioni e abusi gravissimi». La vice alta commissaria dell’Unhcr per la protezione, Edem Wosornu, ha parlato di «serie domande» sulla volontarietà delle decisioni: l’agenzia non ha accesso ai centri di detenzione malesi dal 2019, e alcuni del gruppo «possono avere bisogno di protezione internazionale». La composizione etnica dei rimpatriati non è stata resa nota.Kuala Lumpur è già alla seconda fase: 3.524 persone, identificate dalle autorità birmane con una nota diplomatica del 13 agosto, aspettano che Naypyidaw fissi la data. Altri 10.388 cittadini birmani nei centri di detenzione sono sotto verifica di identità e precedenti; circa 4.000, in gran parte rohingya, passeranno invece per un programma di registrazione come rifugiati.In Malaysia la sorella venticinquenne di uno dei partiti ha perso i contatti con il fratello prima che le navi salpassero. «Non abbiamo idea di come sarà la sua vita in Myanmar», ha detto. «La nostra preoccupazione principale è che il suo arrivo non sia sicuro».