La legge elettorale non è ancora arrivata al voto finale, ma a Montecitorio la partita del voto segreto ha già prodotto una conseguenza concreta: la Camera ha deciso di impedire agli staff dei gruppi parlamentari l’accesso alla tribuna centrale riservata ai giornalisti. La decisione arriva dopo le polemiche nate a luglio, quando alcuni dipendenti di un gruppo parlamentare furono accusati di aver osservato e anche registrato i movimenti dei deputati durante una votazione segreta.La nuova disposizione non modifica naturalmente il Regolamento parlamentare e non cambia il sistema di voto, ma interviene sulle condizioni nelle quali il voto segreto viene materialmente esercitato. Gli staff potranno eventualmente chiedere di occupare le tribune laterali, rispettando il codice di autoregolamentazione che vieta riprese o fotografie improprie (Agenzia Dire). La motivazione ufficiale è dunque legata alla tutela della regolarità e della riservatezza delle votazioni.Ma una lettura politica è inevitabile: dopo le accuse di “vedette” incaricate di individuare eventuali franchi tiratori, la Presidenza della Camera sembra voler evitare che il voto segreto sia soltanto segreto sulla carta. Non significa che siano state accertate forme di controllo organizzato sui deputati nel prossimo voto, né che tutti gli episodi denunciati abbiano avuto le caratteristiche attribuite loro. Significa però che il problema della percezione di un voto controllabile è diventato abbastanza concreto da produrre una risposta organizzativa della Camera.E qui entra in scena un dettaglio quasi da commedia parlamentare, ma molto più serio di quanto sembri: la pulsantiera. Da settembre i deputati dispongono sui banchi dei nuovi terminali elettronici con schermo touch, ma quando si vota a scrutinio segreto continuano a utilizzare la vecchia pulsantiera fisica, nascosta nella parte interna del terminale, con i tre tasti verde, bianco e rosso. Basta un dito per esprimere il voto. E proprio questo particolare ha alimentato un piccolo “teatro” preventivo della politica parlamentare: alcuni deputati stanno ragionando sulla possibilità di inserire nella pulsantiera soltanto l’indice o il mignolo, così da mostrare ai colleghi di aver rispettato l’indicazione del proprio gruppo senza rendere tecnicamente riconoscibile il voto.È qui che il particolare curioso diventa politicamente interessante. Il voto resta segreto perché il sistema elettronico non rende pubblico il singolo voto, ma il comportamento del deputato può diventare osservabile da chi gli sta intorno. In altre parole, il segreto istituzionale e il controllo politico possono convivere nello stesso momento. Il partito può chiedere di votare in un certo modo, il parlamentare può mostrare apparentemente di obbedire e contemporaneamente, almeno in teoria, esprimere un voto diverso. Nessuno può però sapere con certezza cosa sia realmente accaduto dentro quella pulsantiera. Ed è proprio questa ambiguità a rendere interessante la prossima fase della legge elettorale. Il 1° ottobre le cinque pregiudiziali di costituzionalità sono state respinte con voto segreto: 229 deputati hanno votato contro e 151 a favore. La Presidenza della Camera ha confermato ufficialmente la modalità segreta e il risultato.Ora arrivano tre voti di fiducia sui primi tre articoli modificati dal Senato, che saranno invece nominali e quindi consentiranno di conoscere pubblicamente il comportamento dei singoli deputati. Poi, l’8 ottobre, tornerà il voto finale segreto. E sarà proprio il confronto fra questi tre momenti a raccontarci molto più dei semplici numeri. Le fiducie consentiranno di vedere chi sarà presente e come voterà pubblicamente. Il voto finale consentirà invece di vedere soltanto il risultato complessivo. Se emergeranno differenze significative, potranno essere analizzate; non potranno però automaticamente essere attribuite a singoli parlamentari. La nuova stretta sulle tribune e la vecchia pulsantiera, dunque, sono due facce della stessa partita: da una parte l’istituzione cerca di proteggere il carattere segreto del voto, dall’altra i gruppi cercano inevitabilmente di capire quanto i propri parlamentari siano affidabili.E in mezzo resta il deputato, che deve poter votare senza che nessuno possa trasformare il segreto costituzionalmente garantito in una prova di fedeltà politica. È questo, più della curiosità del dito infilato nella pulsantiera, il vero retroscena della partita dell’8 ottobre. (Pier Francesco Corso)