Iran, il deputato Rasaei entra nel carcere di Evin: aveva accusato di falso il presidente del Parlamento

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TEHERAN — «Non è legale, è politico. Ma lo rispetterò, perché è una sentenza giudiziaria». Hamid Rasaei, deputato di Teheran e chierico, ha parlato così domenica scorsa ai colleghi, collegato online a una seduta del Parlamento. Lo stesso giorno è entrato nel carcere di Evin, la prigione della capitale dove la Repubblica islamica rinchiude da decenni oppositori e giornalisti, per scontare dieci mesi di reclusione.La condanna, definitiva, è per «pubblicazione di falsità con l’intento di nuocere ad altri». L’ha annunciata lunedì Mizan, l’agenzia della magistratura iraniana: a emetterla in appello è stato il Tribunale speciale del clero, la corte che giudica i religiosi, e Rasaei è stato sistemato nel reparto riservato ai chierici. Secondo Iran International, emittente dell’opposizione con sede a Londra, è il primo deputato della storia della Repubblica islamica a finire in cella durante il mandato.La vicenda nasce da un articolo del gennaio 2024 sul settimanale ultraconservatore 9 Dey, di cui Rasaei era direttore responsabile. Il titolo accusava il presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf, di aver «manipolato i documenti parlamentari». Ghalibaf lo querelò ai primi di febbraio, tramite l’ufficio legale del Parlamento, prima ancora che Rasaei entrasse in aula da deputato. Per un video su Telegram in cui lo definiva «dittatore parlamentare» Rasaei è stato invece assolto.La sentenza gli impone anche una rettifica in prima pagina su 9 Dey, con lo stesso carattere e lo stesso corpo del titolo incriminato. Il settimanale, però, non esce da due anni. Rasaei ha sostenuto che per un primo reato la pena minima sarebbe stata di 91 giorni, e ha ricordato che esposti contro deputati li hanno presentati anche l’ex presidente Hassan Rouhani, il presidente Masoud Pezeshkian e il segretariato del Consiglio supremo di sicurezza nazionale.La magistratura replica, sempre attraverso Mizan, che Rasaei ha avuto più di diciotto mesi per chiudere il caso con delle scuse a Ghalibaf. Il presidente del Parlamento non ha commentato pubblicamente la detenzione del collega; altri esponenti conservatori hanno difeso il procedimento.La faglia tra i conservatoriRasaei non è un dissidente. È vicino al Fronte Paydari, l’ala più intransigente del campo conservatore, e a Saeed Jalili, l’ex negoziatore nucleare sconfitto alle presidenziali del 2024. Fu eletto terzo nella capitale tre anni fa, in un voto disertato da circa l’80 per cento degli aventi diritto di Teheran.Da allora ha attaccato Pezeshkian paragonandolo ad Abolhassan Banisadr, il primo presidente della Repubblica islamica, destituito dal Parlamento nel 1981. E ha accusato Ghalibaf di sostenere un’intesa che impedirebbe a Teheran di vendicare l’uccisione della Guida suprema Ali Khamenei, parlando di un possibile «colpo di Stato senza spargimento di sangue». I suoi sostenitori accusano ora Ghalibaf di «mettere a tacere le voci critiche». Mohammad-Manan Raeisi, deputato di Qom e già capo della campagna di Jalili nella città santa, ha avvertito di una possibile reazione popolare. Nel mirino degli ultraconservatori è finito anche il capo della magistratura, Gholam-Hossein Mohseni-Ejei.Lo scontro arriva dopo sette mesi di guerra. L’offensiva congiunta di Stati Uniti e Israele è cominciata il 28 febbraio; Khamenei è stato ucciso negli attacchi e l’8 marzo l’Assemblea degli esperti ha nominato al suo posto il figlio Mojtaba, 56 anni. Ghalibaf salutò allora la scelta definendo l’obbedienza al nuovo leader «un dovere religioso e nazionale». Un memorandum con Washington firmato a giugno è crollato in pochi giorni; a settembre, all’Onu, Pezeshkian e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi hanno proposto un piano in sette giorni che riapre lo Stretto di Hormuz al sesto, con la mediazione di Qatar e Pakistan.Donald Trump ha risposto in un’intervista al settimanale Time che l’offerta iraniana «non è abbastanza buona» e ha ripetuto di valutare la ripresa delle operazioni militari su larga scala dopo le elezioni di metà mandato di novembre. La cella di Rasaei misura quanto sia stretto il margine di chi, a Teheran, difende i colloqui dagli attacchi di chi li considera una resa. Karim Sadjadpour, analista del Carnegie Endowment, ricorda che nella politica iraniana la parola «sazeshkar», chi scende a compromessi, «è praticamente un insulto».In udienza, riferisce l’agenzia Fars, vicina ai Guardiani della rivoluzione, i giudici chiesero a Rasaei di scusarsi con Ghalibaf. Lui rispose di non avere alcun motivo per farlo.