Si gira di notte. Per proteggersi dalla polizia e dai servizi segreti. Siamo su una terrazza o un balcone di Tel Aviv, per poter parlare senza esser intercettati. Due cineasti israeliani, Yuval Abraham e Rachel Szor, dal 2023 iniziano a raccontare, tramite interviste, un diario di guerra vietato: Naza (2026, prodotto da The Guardian), Leone d’oro alla 83esima Mostra del Cinema di Venezia. Sono le testimonianze di ventiquattro uomini e donne, ufficiali/soldati dei servizi segreti e dell’esercito israeliano. Coloro che hanno collaborato a pianificare e/o a realizzare la lunga, atroce sequela di bombardamenti (mentre scriviamo continua) sulla popolazione di Gaza: a oggi 73.000 vittime civili, tra attivisti di Hamas e normali cittadini.Le testimonianze, a voce, sono accompagnate, in qualche caso, da alcuni schematici disegni su un quaderno, ad opera dell’intervistato, per meglio spiegare come funzionano i sistemi di intelligenza artificiale al fine d’individuare ed eliminare gli attivisti di Hamas, nei loro appartamenti, all’interno di grandi condomini, palazzine popolari di sette otto piani.L’AI per individuare e uccidere cittadini inermi. E mentre dormono.“Ecco, questo è un palazzo – disegna un piccolo parallelepipedo – diciamo otto piani. Io conto le finestre e riesco a capire quanti piani. Normalmente un piano non supera i tre metri. Il sistema Lavender (usa l’intelligenza artificiale) mi dice come selezionare il luogo in cui si è individuato un terrorista all’interno di una palazzina. Per esempio dovrebbe essere al quarto piano. Ma non sappiamo in quale appartamento. Circoscrivo il piano e questo diventa obiettivo da raggiungere.” / “Ma possono essere colpite anche persone che sono sul piano e non sono attivisti di Hamas?”, chiede l’intervistatore. “È inevitabile. È l’effetto NAZA (dalle due parole “Nezek agavi”, “Effetto collaterale”). “Quindi, uccidendo un miliziano o fiancheggiatore di Hamas in quel palazzo, si uccidono altre persone non considerate miliziani?” / “Purtroppo è così”. Del resto il sistema Lavender, uno dei più precisi, ammette un “errore superiore al 15%”.Il documentario illustra, poi, altri sistemi di individuazione messi in uso dai Servizi. Quali il programma Homeland per le intercettazioni telefoniche, nato già negli anni Settanta, ma oggi altamente perfezionato, e Where’s Daddy. Il primo riguarda il controllo dei telefoni domestici. Abraham e Szor, montano brani di cinquant’anni fa, in bianco e nero, in cui vediamo le installazioni dei cavi, delle centraline, e dei telefoni, nei territori occupati di Gaza, a opera del personale israeliano (i tecnici palestinesi non potevano farlo!): “Per avere un sistema di intelligence via telefono avevamo solo una soluzione: costruirlo noi stessi”. Insomma, inserire nelle strutture proto-cibernetiche delle centraline sistemi di spionaggio garantiti.Il recente Where’s Daddy, sviluppo di Homeland, è in grado di registrare e sintetizzare le conversazioni tra familiari, la durata, il luogo, ed eventualmente le persone presenti in casa. “Ti senti un po’ come Dio: puoi ascoltare tutto”, commenta un altro testimone. “Quasi sempre si attacca di notte, nel sonno, quando gli attivisti sono rientrati in casa”. Naturalmente, il sistema non fa differenza tra un “attivista Hamas di basso livello o uno di alto livello. In alcuni casi abbiamo colpito uno o più appartamenti – sempre con i droni – e poi ci siamo accorti che l’attivista quella sera non era in casa. È l’effetto Naza. L’obiettivo era quello”, taglia corto, senza emozione, un altro testimone.Il cecchinaggio come video-gamePoi, vi sono i soldati cecchini. Sparano su chiunque sia in strada. “Abbiamo ucciso anche dei bambini che giravano per cercare cibo. Ti hanno detto che ogni palestinese è un potenziale attivista di Hamas o fiancheggiatore. Non pensi alle vite. Ti hanno detto di raggiungere l’obiettivo, e tu fai quello, non pensi a chi cade. (…) Dopo il 7 ottobre eravamo tutti motivati da un senso di “giustizia”. Poi, con il tempo ho cambiato idea”. Un altro testimone: “A forza di sparare diventa quasi un video-game”. Ci vengono in mente gli stranieri e gli italiani (questi almeno 230!), che dal 1992 al 1995, dalle colline intorno a Sarajevo, col permesso delle truppe di occupazione serbe, si pagavano il loro safari umano: sparare sulla popolazione inerme della capitale bosniaca (cfr. I cecchini di Sarajevo, di Ezio Gavazzeni).“Hamas aveva fatto un massacro [7 ottobre 2023, ndr] – un testimone –, eravamo sconvolti. Io intendevo fare qualcosa, rendermi utile, reagire. L’unico modo era svolgere il mio ruolo nell’esercito”. “Davanti al massacro del 7 ottobre – è un giovane che parla, con il suo berretto da baseball – l’idea di reagire e sterminare Hamas mi parve una ottima idea. Andiamo lì dentro! Annientiamoli! E torniamo indietro”.“Volevamo cancellare Gaza”“Improvvisamente iniziammo ad abbattere interi edifici, solo per aver individuato un eventuale attivista di Hamas ivi residente. Questo non ci creava nessuna difficoltà”: mentre il testimone parla la camera inquadra palazzine di Tel Aviv in campo medio, sempre di notte, con alcune luci ancora accese negli appartamenti. I registi creano una antinomia tra la vita a Tel Aviv nei palazzi e i palazzi annientati di Gaza (che dobbiamo immaginare, almeno sino alla forte scena finale del film), di cui parlano gli intervistati.Una sequenza di un telegiornale, con le dichiarazioni di un politico, interrompe la confessione: “Siamo sicuri che Hamas utilizzi – dice l’intervistato – normali cittadini come scudi umani.”Si torna sul terrazzo. “Non ci facevamo problemi con i Naza – continua il testimone –: noi volevamo fortemente cancellare Gaza. Questo era il sentimento che ci animava in quei giorni” (vediamo solo la sagoma al buio, in F.I., del testimone: di fronte c’è l’intervistatore).Quasi tutti i testimoni sono pentiti per aver creduto nella “giusta reazione”, scelta che oggi non rifarebbero. Alcuni, si autoassolvono in parte: “in quel momento mi sembrava la cosa giusta”. Qualcun altro si assolve del tutto: “il mio apporto – specifica un informatico – era scientifico, non ho ucciso nessuno. Non mi potevo rifiutare. Era il mio lavoro sui sistemi di intelligence”. Qualcuno, non si sente colpevole, pur avendo accettato di fornire il suo parere: “Si doveva raggiungere l’obiettivo, non pensavo a chi potesse morire”: risposta tanto alla Netanyahu quanto alla Putin.“Dove sei Sai’d?” Arriviamo alla scena finale: siamo in pieno giorno. Un uomo cerca disperatamente con un martello escavatore manuale, invano, si spezza il cemento di solai accartocciati su sé stessi, in un aggrovigliato ammasso di macerie, per allargare un buco tra le macerie. Grida un nome: “Sai’d! Sai’d, sono papà! Mi senti? Sai’d sono papà!” Grida, piange. Ora fa cadere il martello e cerca di scavare a mani nude. Impossibile. “Ti avevo detto di guardare tua sorella!”. Si accascia e piange. Si intravedono, tra le macerie, gambette e braccia di bambini o bambine, inermi, incastrate lì per sempre. Non è finzione. È uno spezzone video girato con il telefonino da un amico. Schermo nero. Fine.Confessione senza assoluzioneYuval Abraham e Rachel Szor (coautrice del profondo No Other Land, Oscar 2025) sfruttano le condizioni oggettive di un documentario “povero” di scenografia, di immagini, poiché girato in clandestinità, quasi tutto risolto con immagini fisse, ma dal cambio di inclinazione, e di asse, arrivando a una sinfonia da camera. Ripetiamo: noi spettatori siamo bloccati su terrazze e balconi con sullo sfondo i palazzi di Tel Aviv, immersi nella notte. Dunque una iniziale “ristrettezza” di piani visivi si trasforma, una camera obbligata teatralmente, man mano che passano i minuti, diventa stile, tra Robert Bresson e Bela Tarr. Ecco come la camera ci coinvolge tracciando contorni di sagome nel buio, come scavi nella notte con i quadrati illuminati delle finestre dei palazzi in campo lungo: finestre hitchcockiane depositarie di altre sconosciute vite: distratte, indifferenti, addolorate? Non lo sapremo mai.La lingua e l’immagineAbraham e Szor, accanto a inquadrature perfettamente anaforiche, sostanzialmente statiche, fanno scorrere il codice della lingua parlata: la sceneggiatura è, in sostanza, una lunga confessione. Naza è anche uno dei migliori film della storia del cinema sulla confessione cui manca un’assoluzione. Il racconto di quello che alcuni storici definiscono un genocidio.Stiamo uscendo dalla sala. Le parole dei ventiquattro uomini e donne, due volte il numero 12, caro alla tradizione ebraica, un numero che indica completezza, qui ironicamente (?) raddoppiata, non intendono lasciare tranquillo il nostro cervello. E, quella scena finale, cruda nella sua innegabile oggettività, che nessun set di finzione avrebbe potuto ricostruire, rimarrà nella nostra cineteca mentale per anni. Un colpo forte, come ha ricordato l’ambasciatore Piero Benassi.