Voci dalla Federazione. Lo studio che racconta il “sonno stregato” dei russi

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Nel quinto anno di guerra su larga scala, la società russa appare immobile, rassegnata e in larga parte disinteressata a ciò che accade al fronte, rinchiusa in un “sonno stregato” in cui i russi, convinti di non poter incidere su nulla, si rifugiano nella sopravvivenza quotidiana. È questo il ritratto che emerge da un policy brief dell’European Council on Foreign Relations, firmato da Jana Kobzová e Kadri Liik, basato su 14 focus group condotti dal Levada-Center in quattro grandi città russe tra aprile e agosto 2026 e integrato da sondaggi sociologici, su un campione comprendente lavoratori, piccoli imprenditori, dipendenti pubblici e intellettuali in età lavorativa, ma non pensionati e studenti.La guerra in Ucraina, che ovviamente è una delle tematiche principali affrontate nello studio, è una realtà data per scontata. E quasi nessuno ne prevede la fine a breve, con i più che parlano di altri due o tre anni, mentre per qualcuno (soprattutto i memori dell’invasione sovietica dell’Afghanistan) il conflitto si trascinerà negli anni Trenta. Molti danno per certa la vittoria russa, ma senza entusiasmo, e alla domanda se questa guerra sarà più importante della seconda guerra mondiale la risposta è stata totalmente negativa (come prevedibile). Un atteggiamento che fa comodo al Cremlino, perché una società che vive il conflitto come qualcosa di scomodo, perfino vergognoso, non lo trasforma in una causa sacra e non pretende una definizione chiara di “vittoria”. Anche le ragioni dell’invasione restano nebulose: la difesa del Donbass, tesi dominante nei sondaggi del 2022, è quasi sparita, e oggi prevale l’idea che Mosca abbia colpito per prima per non essere attaccata. Secondo i sondaggi, il 61% dei russi ritiene sia ora di negoziare, ma il 59% sostiene che, se la pace non è possibile, bisognerebbe intensificare gli attacchi anziché fare concessioni.Si teme che dopo le elezioni per la Duma di settembre arrivi una nuova mobilitazione, e gli uomini dicono di non voler andare al fronte, anche se molti ammettono che obbedirebbero. Colpisce la mancanza di compassione, sia verso gli ucraini sia verso i soldati russi, con i reduci che risultano essere guardati con timore e paragonati a quelli dell’Afghanistan, in netto contrasto con la propaganda che li celebra come nuova élite. Quanto all’Ucraina, pochissimi la considerano uno Stato pienamente sovrano, e questo rende la guerra più sopportabile.Sul piano internazionale, gli unici alleati sono Cina e Bielorussia, ma Minsk è vista come dipendente e Pechino come un partner interessato, più abile strategicamente e favorito dagli accordi commerciali. La “svolta verso l’Eurasia” non ha fatto presa, e c’è chi dice che la Russia, se sopravviverà, sarà “una nuova Europa”. Il cambiamento più notevole riguarda gli Stati Uniti, che con Trump hanno perso il ruolo di nemico numero uno, cedendo il posto a quell’Europa che secondo la retorica del Cremlino è segnata dalla decadenza. Pochi sanno spiegare perché l’Occidente sia diventato ostile e quasi nessuno lo lega all’invasione, eppure ci si aspetta che i rapporti con l’Europa migliorino prima di quelli con Washington, dopo l’uscita di scena di Putin e su basi pragmatiche. Chi ha viaggiato in Occidente giudica in modo molto più realistico di chi si informa solo in televisione.Il momento più rivelatore arriva alla fine, quando i partecipanti riflettono sulla conversazione e in molti dichiarano sorpresi di non pensare mai a questi temi, perché la guerra è “sepolta così a fondo” da non permettersi di ragionarci. Per gli autori non è solo paura della repressione, ma un sonno che attraversa tutta l’era Putin, come mostra il gradimento del presidente, mai sceso sotto il 59%. C’è però una minoranza che non dorme, fatta di persone nettamente contrarie alla guerra, che si sentono sole e nei disegni sul futuro tracciano filo spinato, cimiteri e campi di concentramento.Per l’Europa, gli autori suggeriscono di evitare di bollare tutti i russi come aggressori, parlando invece di valori universali, di sostenere media, università e artisti in esilio, anche perché gli Stati Uniti hanno tagliato i fondi, e di adattare le strategie ai singoli Paesi. Nessuno sa chi spezzerà l’incantesimo, né quando, ma quel giorno le opinioni dei russi conteranno molto, e l’Occidente dovrà farsi trovare pronto.