BRUXELLES — Nove milioni di tonnellate di grano ferme nei silos, senza una nave su cui salire. Con questo conto Kiev ha chiesto a Polonia e Romania di aumentare il transito dei cereali ucraini su ferrovie e porti nazionali e ha ricevuto un no, riferisce Politico Europe: la capacità, hanno risposto le due capitali, è già al limite. L’Ucraina insiste e chiede corridoi terrestri alternativi.Il rifiuto pesa perché la via del mare non esiste più. Dal 22 luglio nessuna nave straniera è entrata o uscita dai porti della Grande Odessa, il gruppo di scali (Odessa, Chornomorsk, Pivdennyi) da cui parte circa il 90% dell’export agricolo del Paese. Né Varsavia né Bucarest hanno commentato pubblicamente; la Commissione europea, che nel 2022 aveva finanziato con circa 2 miliardi di euro le «corsie di solidarietà» verso i porti dell’Unione, non ha preso posizione.Il ministero dell’Agricoltura di Kiev ha tagliato la stima delle esportazioni 2026/27 da 64,4 a circa 29,6 milioni di tonnellate. I prezzi interni di cereali e semi oleosi sono scesi del 30%, i silos saranno pieni entro ottobre e il mais, raccolto da metà settembre, non ha dove andare. Il Danubio, l’ultima uscita rimasta, è ai minimi: dai porti fluviali di Izmail e Reni passano appena 100.000 tonnellate al mese.Il Mar Nero fermoA chiudere il mare è stata la guerra alle navi. Secondo Ambrey, società britannica di analisi del rischio marittimo, tra luglio e fine settembre si sono contati oltre 210 attacchi a mercantili: 125 attribuiti all’Ucraina, 88 alla Russia. Gli sforzi per una tregua limitata nel Mar Nero, anche a guida turca, sono finora falliti.Reuters ha calcolato che gli attacchi hanno fermato oltre il 97% della capacità di export cerealicolo di Russia e Ucraina nel bacino tra Azov e Mar Nero, che la scorsa stagione spediva in media 7,2 milioni di tonnellate al mese. Dai terminal ucraini non parte nulla. Sul lato russo resta aperto solo Tuapse, piccolo scalo sulla costa orientale, con circa 160.000 tonnellate al mese.Le conseguenze hanno già lasciato la regione. L’export di grano di Russia e Ucraina è calato del 60% su base annua e i prezzi mondiali sono saliti rispetto a un anno fa. Gli importatori di Medio Oriente, Africa e Asia si stanno rivolgendo a fornitori più cari, Australia e Stati Uniti in testa. Per l’Europa il punto debole è l’olio di girasole, di cui l’Ucraina è il primo esportatore mondiale.Il no di Varsavia e Bucarest ha un precedente. Nella primavera del 2023 Polonia, Slovacchia, Ungheria e Bulgaria bloccarono unilateralmente l’import di cereali ucraini dopo le proteste degli agricoltori, che accusavano il grano arrivato via terra di far crollare i prezzi locali. Le corsie di solidarietà erano nate un anno prima proprio per sostituire i porti chiusi dall’invasione russa, insieme all’intesa Onu-Turchia che dal luglio 2022 aveva riaperto per un anno la rotta marittima.Il quadro oggi è rovesciato rispetto ad allora: la rotta marittima è chiusa da luglio, quella terrestre dice di essere piena, e il raccolto è già nei silos. Chi compra guarda altrove. «Al momento il traffico civile nel Mar Nero si è praticamente fermato», ha detto Yevgeny Karabanov, capo del comitato analitico dell’Unione dei cereali del Kazakhstan.