Aggiornato alle 13:44RIAD — Ventiquattro ore dopo le fiamme, Aramco non ha ancora detto una parola. Sabato pomeriggio un cronista dell’agenzia francese AFP ha visto fuoco e fumo levarsi dalla raffineria del colosso petrolifero di Stato a sud della capitale saudita, con le autopompe al lavoro e ambulanze e polizia schierate attorno al perimetro; i satelliti della Nasa hanno registrato un’anomalia termica sull’impianto. A mezzogiorno di domenica l’azienda non ha spiegato la causa del rogo né quantificato i danni, e il governo non ha parlato di missili intercettati, come invece aveva fatto il 25 settembre, quando annunciò sei vettori abbattuti in volo verso Taif e Yanbu.Il silenzio pesa perché la guerra dello Yemen, ripresa a luglio dopo il crollo della tregua del 2022, è arrivata nelle stesse ore alla raffineria di Riad e alle montagne del Lahj, che dominano Bab al-Mandab, lo stretto tra il Mar Rosso e il golfo di Aden attraversato dalle petroliere dirette a Suez. Gli assalti houthi su Taiz, terza città del Paese e in gran parte in mano al governo riconosciuto, sono in stallo dopo ondate descritte come tra le più «aggressive» del conflitto, riferisce Arab News, quotidiano saudita in inglese: i ribelli ora cercano di prendere le alture sopra lo stretto.Sul rogo di Riad le due parti raccontano due storie. Il portavoce militare degli houthi, Yahya Saree, ha rivendicato su X e sulla televisione del movimento, al-Masirah, «un’operazione militare con missili balistici e droni» contro impianti Aramco, colpi «precisi e diretti» che hanno «provocato incendi», presentata come rappresaglia per i raid sauditi su Sanaa. Il portavoce della coalizione a guida saudita, il generale Turki al-Maliki, ha risposto nella notte al quotidiano Asharq al-Awsat, di proprietà saudita: rivendicazioni «fuorvianti», con cui i ribelli «cercano di distogliere l’attenzione dall’entità delle perdite» e dalle sconfitte a Taiz, che «li spingono a cercare vittorie illusorie». Finché Aramco tace, la misura dell’attacco resta quella che le due parti decidono di dargli.Il fronte di TaizLa coalizione preferisce parlare del sud. Il portavoce delle forze del governo yemenita riconosciuto, il colonnello Majed al-Nazili, ha annunciato domenica mattina 97 «operazioni di targeting di precisione» contro rinforzi houthi sul fronte di Tor al-Baha e sull’asse di Taiz, con aerei, droni, artiglieria, missili e tiratori scelti: «almeno 260» combattenti colpiti e 44 mezzi distrutti o danneggiati. Per sabato aveva rivendicato 700 houthi uccisi e 170 mezzi distrutti su tutti i fronti, da Marib a Lahij. Delle perdite proprie non ha fatto cenno.Alla televisione di Stato saudita al-Nazili ha parlato di «colpi dolorosi» contro «obiettivi vitali» a Sanaa, la capitale in mano ai ribelli dal 2014, e a Saada, loro roccaforte nel nord: «Le capacità della milizia non saranno al sicuro dal fuoco delle nostre forze armate, e le distruggeremo».Gli houthi non hanno pubblicato un bilancio. Al-Masirah ha contato 26 raid di «aerei nemici sauditi» su Sanaa nella giornata di sabato, due giorni dopo il primo bombardamento sulla capitale dalla ripresa delle ostilità; a Saada è stata colpita la rete di telecomunicazioni. L’ufficio stampa dei ribelli a Sanaa ha fatto sapere che il ministero della Sanità da loro controllato non ha registrato vittime dagli ultimi attacchi.La guerra era ferma da quattro anni. A metà settembre gli houthi hanno preso il porto di Mokha e alcune isole dello stretto di Bab al-Mandab, prima che i fronti si stabilizzassero; centinaia di migliaia di persone hanno lasciato le case. A fine settembre i ribelli avevano già rivendicato un attacco all’Aramco di Yanbu, sul Mar Rosso, e la coalizione li ha accusati di aver colpito una centrale elettrica a Medina. Il principe ereditario Mohammed bin Salman ha detto il 30 settembre che il regno non scenderà a compromessi sulla propria sicurezza mentre gli houthi scelgono il «caos».I mercati, per ora, non hanno visto petrolio mancare. La settimana si è chiusa in calo, con il Brent per dicembre a meno 1,98%, dopo il miglioramento dell’offerta e l’annuncio del G7 sul rilascio delle riserve strategiche; nessuna interruzione di produzione o raffinazione è stata confermata in Arabia Saudita.