Immaginatevi bambini, a giocare a palla nei corridoi di un attico a Roma. A dare i calci al pallone, dall’altra parte della casa, c’è Pier Paolo Pasolini. Si è appena confrontato con Giorgio Bassani sulle sue “Ceneri di Gramsci”. Mentre lo scrittore ferrarese gli ha poco prima letto qualche passo delle “Cinque storie ferraresi”. Paola ed Enrico Bassani sono i protagonisti involontari di una storia che intreccia quella con la S maiuscola. I loro ricordi, che passano inevitabilmente dalla produzione letteraria del padre, sono diventati – a 110 anni dalla nascita – un docufilm. Ieri, la prima nazionale francese alla Sorbona.La platea è quella delle grandi occasioni. Il Grand Amphithéâtre del Campus Malesherbes ammutolisce fin dalla prima scena, che si apre nello studio dello scrittore dove campeggiano libri, riviste, la Lettera 22 e l’immancabile pipa.Giorgio Bassani nell’opera di Toni Trupia, prodotta da Gabriele Manservisi per Civetta Movie, casa di produzione di Bondeno, non è solo lo scrittore. È il padre, è l’uomo.Certo, non si può immaginare la vita di uno scrittore prescindendo dalla sua produzione letteraria. Anzi, si può quasi dire che ogni opera assuma anche una dimensione esistenziale. E qui torna Pasolini, che nel ricordo della figlia Paola ammonisce lo scrittore ferrarese dicendogli che avrebbe trovato la sua vera e autentica dimensione letteraria quando avrebbe fatto i conti con suo padre.Ed ecco che arriva “Il giardino dei Finzi-Contini”. Dopo “Gli occhiali d’oro”. E poi il “Romanzo di Ferrara”. La letteratura come luogo della memoria, ma anche come spazio nel quale un uomo prova a fare i conti con se stesso, con le proprie radici, con il tempo e con la storia.“In gran segreto. Un racconto familiare su Giorgio Bassani” è, prima di tutto, un viaggio. Non ha la pretesa di insegnare, ma racconta. E lo fa cercando una strada diversa dal documentario tradizionale. Una piccola saga familiare, per usare le parole del regista, costruita partendo da chi Bassani lo ha conosciuto quando la letteratura ancora non era diventata monumento: i suoi figli.La ricerca sul materiale documentale è straordinaria. La fotografia lascia increduli, la regia è meticolosa e ricercata senza scadere nell’agiografia. È un’opera completa. E che in qualche modo aggiunge più di un tassello inedito al complesso mosaico di uno dei più grandi intellettuali del Novecento.“L’idea era quella di fare una piccola saga familiare. Raccontare non solo la parte didattica, ma Bassani sul piano umano”, racconta Trupia. E per farlo, aggiunge, “è stato fondamentale trovare come approccio l’idea narrativa di partire dai figli”. Da lì il film diventa una ricerca del padre, “dove ha lasciato tracce, dai luoghi ai libri”.È una ricerca che attraversa anche la storia della letteratura italiana. Non c’è solo lo scrittore, dicevamo. C’è anche il talent scout: colui che per Feltrinelli scopre – folgorato già dalla prima pagina, come lui stesso racconta in uno spezzone di un’intervista – Giuseppe Tomasi di Lampedusa con “Il Gattopardo”. Un libro fondamentale, un capolavoro totale.Ma c’è anche il Bassani colpito dalle critiche del Gruppo 63. Quello che arriva a scrivere “L’Airone”. E ancora una volta la biografia e la letteratura finiscono per sovrapporsi, come se i libri fossero le diverse stanze attraverso cui entrare nella vita dell’autore.Il punto di partenza del film, però, resta la famiglia. Paola ed Enrico forse non sono neanche semplicemente testimoni: sono la porta attraverso cui Trupia prova a entrare nell’universo privato di Bassani.“Paola è un personaggio della letteratura di Bassani, nei Finzi-Contini”, ricorda il regista. E proprio per questo il lavoro sulla figura dei due figli, insieme alla ricerca del materiale di repertorio, è stato “complesso”. Un patrimonio che, sottolinea, contiene “materiale bellissimo”, reso organico dal lavoro di montaggio di Lorenzo Conte.Dietro questo risultato c’è anche una scelta produttiva precisa. “È importante avere un punto di riferimento produttivo come Gabriele, indipendente”, spiega Trupia, perché questo ha garantito “libertà assoluta sul piano narrativo ed espressivo”.Manservisi, racconta un progetto nato quasi cinque anni fa, approfondendo la conoscenza dei figli dello scrittore. “L’idea è rendere immortali i racconti di famiglia con un genio del ’900”. Un percorso costruito “con tanti sacrifici”, fino a formare una squadra capace di trasformare quei ricordi in linguaggio cinematografico. “Non è il classico documentario”, sottolinea il produttore. “Ha dei ritmi che secondo me tengono l’attenzione”.Cento dieci minuti per raccontare cento dieci anni dalla nascita di Bassani. Ma soprattutto per sottrarre, almeno per un momento, lo scrittore alla sua stessa leggenda. Dopo Cannes, il Salone internazionale del Libro di Torino, Biografilm Festival di Bologna e Pordenonelegge, “In gran segreto” è arrivato alla Sorbona nell’ambito di “Laboratoire Bassani 8”, iniziativa dedicata al rapporto tra Bassani, letteratura e cinema.Una tappa che assume un significato particolare anche perché anticipa idealmente la XXVI Settimana della Lingua Italiana nel Mondo e porta in Francia la voce di uno degli autori che più profondamente hanno saputo trasformare un luogo – Ferrara – in una geografia universale.E forse è proprio questo il senso più profondo del viaggio parigino. Bassani non arriva alla Sorbona soltanto come autore del “Giardino dei Finzi-Contini”, come intellettuale, come testimone del Novecento.Ci arriva attraverso i figli, attraverso una pipa, una macchina da scrivere, fotografie, ricordi e persino una partita a pallone nei corridoi di casa.Ci arriva, in gran segreto, come padre.