Le forze federali etiopi e le milizie alleate hanno ripreso il controllo di Maccalè, capitale del Tigrè, mentre il Fronte di liberazione del popolo del Tigrè ha annunciato il ritiro delle proprie unità. L’avanzata di Addis Abeba raggiunge così un risultato militare e politico importante, senza tuttavia determinare automaticamente la fine del conflitto.La conquista di Maccalè restituisce al governo di Abiy Ahmed il principale centro amministrativo della regione e può costringere le forze tigrine a riorganizzare comandi, rifornimenti e collegamenti.Il precedente della guerra del 2020-2022 invita però alla prudenza. Anche allora le forze tigrine abbandonarono inizialmente Maccalè, ripiegando nelle aree montuose prima di riuscire successivamente a riconquistare la città.Il problema per Addis Abeba diventa quindi trasformare l’avanzata militare nel controllo stabile del territorio. Occupare una città richiede uomini per proteggere edifici pubblici, strade, depositi e vie di comunicazione, riducendo contemporaneamente le forze disponibili per proseguire le operazioni.La superiorità aerea federale rappresenta un vantaggio soprattutto contro concentrazioni di uomini, mezzi e infrastrutture identificabili. Può diventare meno decisiva contro unità disperse, mobili e capaci di utilizzare un territorio montuoso che conoscono approfonditamente.Un eventuale passaggio dalla guerra convenzionale a operazioni di guerriglia aumenterebbe quindi il costo necessario per mantenere le aree conquistate.Anche la partecipazione delle Forze di pace del Tigrè schierate con Addis Abeba introduce una componente politica. Il conflitto tra il governo federale e il TPLF rischia infatti di sovrapporsi alle divisioni interne alla stessa società tigrina.Una formazione locale può facilitare il controllo del territorio e fornire conoscenza dell’ambiente operativo, ma la sua capacità di contribuire alla stabilizzazione dipenderà anche dal consenso di cui dispone tra la popolazione.Un secondo elemento riguarda le esplosioni segnalate ad Addis Abeba. Fonti diplomatiche hanno riferito di averle udite, mentre una fonte vicina all’opposizione ha rivendicato attacchi con droni, compreso un presunto tentativo di colpire il quartier generale militare.La rivendicazione non risulta però confermata indipendentemente e i testimoni citati non hanno segnalato danni visibili presso la base. Non è quindi possibile stabilire sulla base di questi elementi l’effettiva capacità delle forze antigovernative di condurre attacchi a lunga distanza contro la capitale.Se questa capacità venisse confermata, le conseguenze potrebbero comunque essere significative anche in presenza di danni materiali limitati.La possibilità di raggiungere Addis Abeba obbligherebbe infatti il governo a distribuire sistemi di sorveglianza, difesa aerea e personale tra un numero maggiore di installazioni. L’obiettivo di simili operazioni potrebbe essere proprio quello di costringere le forze federali a disperdere risorse destinate al fronte.La capacità di effettuare singoli attacchi con droni non significherebbe tuttavia conquistare la superiorità aerea. Colpire occasionalmente un obiettivo e controllare stabilmente lo spazio aereo rimangono capacità militari differenti.Il rischio maggiore deriva dalla possibile regionalizzazione della guerra. Addis Abeba accusa Eritrea, Sudan ed Egitto di sostenere le forze avversarie, mentre i tre Paesi respingono le accuse.In assenza di prove pubbliche sufficienti, queste affermazioni devono essere considerate come posizioni delle parti e non come dimostrazione dell’esistenza di un coordinamento militare contro l’Etiopia.La rottura diplomatica tra Addis Abeba e Asmara rende comunque più fragile il quadro regionale. L’Eritrea, che durante la precedente guerra del Tigrè era intervenuta al fianco delle forze federali etiopi, viene oggi indicata dallo stesso governo di Abiy Ahmed come uno dei possibili sostenitori dei suoi avversari.Il cambiamento mostra quanto gli equilibri del Corno d’Africa siano determinati da interessi contingenti piuttosto che da alleanze permanenti.Per l’Eritrea assume particolare importanza la questione dell’accesso etiope al mare. Addis Abeba considera la dipendenza dai porti dei Paesi vicini una vulnerabilità strategica, mentre Asmara considera il controllo della propria costa un elemento essenziale della sovranità nazionale.Una maggiore disponibilità di accessi commerciali al mare potrebbe essere negoziata attraverso accordi economici e infrastrutturali. Qualsiasi ipotesi che implicasse invece modifiche territoriali aprirebbe un confronto molto più pericoloso con l’Eritrea.Con l’Egitto rimane aperta un’altra disputa, quella relativa alla grande diga etiope sul Nilo. Per Addis Abeba l’infrastruttura rappresenta uno strumento fondamentale di sviluppo energetico, mentre il Cairo considera la sicurezza delle acque del Nilo una questione strategica nazionale.La questione marittima e quella del Nilo sono distinte, ma possono creare interessi convergenti tra Paesi che intendono limitare il margine di manovra dell’Etiopia. Questa convergenza non dimostra tuttavia l’esistenza di un sostegno militare egiziano o eritreo alle forze tigrine.Il pericolo è piuttosto quello di una progressiva trasformazione del conflitto interno in una competizione regionale indiretta, nella quale diversi attori utilizzino forniture militari, finanziamenti, intelligence o pressioni diplomatiche per migliorare la propria posizione senza intervenire apertamente con le proprie forze armate.Un simile scenario potrebbe prolungare la guerra anche nel caso in cui Addis Abeba mantenesse il vantaggio sul campo.Particolarmente importante rimane la situazione nell’Afar, regione attraversata o affiancata dalle principali vie che collegano la capitale etiope a Gibuti.Secondo i dati della Banca mondiale relativi al 2023, oltre il 95 per cento del commercio estero etiope in volume transitava attraverso il corridoio Addis Abeba-Gibuti. Questa concentrazione costituisce una delle principali vulnerabilità logistiche del Paese.I combattimenti nell’Afar non significano automaticamente che il corridoio commerciale sia stato interrotto. Una sua eventuale chiusura o una riduzione significativa della capacità di transito avrebbe però conseguenze immediate sull’economia etiope.Carburanti, fertilizzanti, prodotti industriali e numerosi beni importati diventerebbero più costosi, mentre anche le esportazioni incontrerebbero maggiori difficoltà nel raggiungere i mercati internazionali.Una guerra prolungata avrebbe inoltre conseguenze sulle finanze pubbliche. L’aumento della spesa militare sottrarrebbe risorse agli investimenti e ai servizi, mentre distruzioni e interruzioni delle attività produttive aumenterebbero successivamente il costo della ricostruzione.Le nuove tensioni arrivano inoltre mentre l’Etiopia deve già affrontare pressioni sui prezzi, sul finanziamento dell’economia e sugli scambi internazionali. Un deterioramento della sicurezza interna potrebbe quindi rendere più difficile il percorso di risanamento economico.Dopo la riconquista di Maccalè rimangono aperti diversi scenari. Addis Abeba potrebbe consolidare il vantaggio militare e utilizzarlo per riaprire un negoziato politico, oppure le forze tigrine potrebbero ripiegare nelle aree periferiche e trasformare il conflitto in una guerra di logoramento.Lo scenario più pericoloso sarebbe invece un coinvolgimento crescente dei Paesi vicini, attraverso sostegno indiretto alle parti o un confronto militare aperto tra Etiopia ed Eritrea.L’Unione africana continua a indicare nell’accordo di Pretoria del 2022 il quadro di riferimento per una soluzione negoziata.La riconquista di Maccalè rappresenta quindi un risultato importante per il governo federale, ma non costituisce da sola una soluzione della crisi. Per Abiy Ahmed la prova decisiva sarà trasformare il controllo della capitale regionale in un assetto politico capace di ridurre le ragioni della resistenza e impedire l’allargamento della guerra.In caso contrario, il successo militare potrebbe trasformarsi nella necessità di presidiare per lungo tempo un territorio ostile, mentre le tensioni con Eritrea, Sudan ed Egitto aumenterebbero il rischio che una nuova guerra del Tigrè diventi una crisi dell’intero Corno d’Africa.