Il Pentagono prepara in Polonia una riunione sul futuro della NATO alla quale, secondo un’inchiesta di Politico, dovrebbero partecipare Norvegia, Svezia, Finlandia, Polonia, Germania e Paesi Bassi. Francia, Regno Unito e Stati baltici non sarebbero stati invitati, mentre l’Italia non compare nell’elenco dei partecipanti.L’iniziativa è attribuita a Elbridge Colby, responsabile delle politiche del Pentagono. I criteri utilizzati per individuare i Paesi partecipanti non sono stati chiariti pubblicamente.Gli Stati coinvolti presentano il cosiddetto Gruppo di Bergen come uno strumento informale destinato a elaborare proposte che dovrebbero successivamente essere discusse con tutti gli alleati. Non si tratta quindi di un organismo decisionale della NATO e le decisioni dell’Alleanza continuano a richiedere il consenso dei Paesi membri.La composizione di un tavolo preparatorio ha comunque una rilevanza politica. Stabilire chi partecipa alla fase iniziale significa contribuire alla definizione dei problemi da affrontare, delle priorità e delle possibili soluzioni prima che il confronto venga esteso all’intera Alleanza.Un gruppo ristretto può rendere più rapido il lavoro preparatorio, ma può anche creare tensioni qualora gli Stati esclusi percepiscano di essere chiamati a discutere proposte già sostanzialmente definite.Non esistono elementi sufficienti per concludere che la mancata partecipazione di alcuni Paesi rappresenti una scelta punitiva nei confronti dei governi considerati meno vicini all’amministrazione Trump.Una possibile spiegazione strategica riguarda invece la volontà americana di aumentare progressivamente le responsabilità europee nella difesa del continente, consentendo agli Stati Uniti di destinare maggiori risorse alla competizione con la Cina e all’Indo-Pacifico.In questo scenario, il problema centrale non riguarda soltanto quanto l’Europa debba spendere, ma anche chi definisca tempi, priorità e distribuzione dei compiti nel riequilibrio dell’Alleanza.La geografia degli Stati invitati suggerisce una particolare attenzione all’Europa settentrionale e orientale. Polonia e Germania rappresentano importanti aree di transito, logistica e concentrazione industriale, mentre Norvegia, Svezia e Finlandia hanno un ruolo crescente nella sicurezza dell’Artico e del Baltico.I Paesi Bassi aggiungono capacità logistiche e infrastrutturali importanti per il trasferimento di forze e materiali dall’Atlantico verso il continente.Si tratta tuttavia di una lettura della composizione del gruppo e non di un obiettivo ufficialmente dichiarato.L’assenza degli Stati baltici rende infatti difficile interpretare la riunione semplicemente come un tavolo dei Paesi maggiormente esposti alla pressione militare russa.Ancora più significativa è la mancata partecipazione di Francia e Regno Unito. Entrambi dispongono di forze nucleari strategiche che la stessa NATO considera un contributo importante alla deterrenza complessiva dell’Alleanza.Una discussione destinata ad affrontare in termini generali il futuro della sicurezza europea dovrebbe quindi, in una fase successiva, confrontarsi necessariamente anche con Londra e Parigi.La posizione dell’Italia deve essere valutata soprattutto attraverso le capacità e le infrastrutture che mette a disposizione dell’Alleanza.Il Paese ospita a Napoli uno dei principali comandi interforze della NATO, con responsabilità nella pianificazione e nella conduzione delle operazioni. Il Mediterraneo costituisce inoltre un’area nella quale sicurezza militare, approvvigionamenti energetici, rotte commerciali e instabilità del Nord Africa e del Medio Oriente si incontrano direttamente.Se il dibattito sul futuro dell’Alleanza dovesse concentrarsi prevalentemente sul fronte settentrionale e orientale, per Roma diventerebbe importante garantire che la pianificazione continui a considerare anche il fianco meridionale.La discussione sulla distribuzione delle responsabilità militari riguarda inoltre direttamente la politica industriale.L’acquisto di un sistema d’arma non comporta soltanto il pagamento iniziale. Per decenni possono essere necessari manutenzione, munizioni, addestramento, ricambi e aggiornamenti tecnologici, creando un rapporto duraturo con il produttore.La scelta dei fornitori può quindi avere conseguenze sia sulla capacità operativa sia sull’autonomia industriale e tecnologica degli Stati europei.Il ricorso a sistemi statunitensi può rispondere rapidamente a determinate esigenze militari e sfruttare capacità già disponibili. Se questa soluzione diventasse predominante anche nel medio e lungo periodo, una quota rilevante dell’aumento della spesa europea per la difesa potrebbe però sostenere produzione, occupazione e ricerca negli Stati Uniti.Una maggiore cooperazione industriale europea permetterebbe invece di trattenere sul continente una parte più consistente degli effetti economici della spesa militare, ma richiederebbe programmi comuni, ordini sufficientemente grandi e stabili e una distribuzione delle commesse accettabile per i governi partecipanti.L’Unione Europea dispone anche di uno strumento che prevede fino a 150 miliardi di euro di prestiti destinati a sostenere acquisti e investimenti comuni nella difesa.La disponibilità finanziaria non garantisce però automaticamente maggiore autonomia. Il risultato dipenderà dalle capacità effettivamente costruite, dal coordinamento degli acquisti e dalla possibilità di ridurre duplicazioni tra programmi nazionali.Il rischio opposto è che l’aumento della spesa produca numerosi programmi paralleli, maggior debito pubblico e nuove dipendenze tecnologiche senza migliorare in misura equivalente la capacità europea di sostenere operazioni militari prolungate.Le priorità comprendono settori nei quali le istituzioni europee hanno individuato carenze significative: difesa aerea e antimissile, trasporto strategico, rifornimento in volo, mobilità militare, scorte e capacità di produzione delle munizioni.Colmare queste lacune significa soprattutto costruire la possibilità di mantenere nel tempo uomini e mezzi sul terreno. Il numero dei sistemi acquistati conta infatti meno se non esistono munizioni, manutenzione, logistica e infrastrutture sufficienti per impiegarli durante una crisi prolungata.Per l’Italia, il peso nella futura architettura della NATO dipenderà quindi anche dalla capacità di trasformare la propria posizione geografica e militare in una proposta strategica.Il Mediterraneo, le basi presenti sul territorio, le capacità delle forze armate e l’industria nazionale possono fornire strumenti di influenza soltanto se inseriti in una politica che definisca responsabilità, investimenti e obiettivi.Il Gruppo di Bergen potrebbe contribuire al processo se funzionasse come laboratorio temporaneo capace di preparare proposte successivamente sottoposte a tutti gli alleati.Un suo eventuale consolidamento come sede privilegiata e permanente di consultazione solleverebbe invece interrogativi sulla rappresentanza degli interessi dei Paesi esclusi.La questione centrale per l’Europa rimane quindi il rapporto tra risorse e potere decisionale. Un maggiore contributo finanziario e militare può rafforzare la sicurezza del continente soltanto se viene accompagnato dalla capacità europea di partecipare alla definizione delle priorità, sviluppare le capacità necessarie e sostenere industrialmente gli impegni assunti.