SARAJEVO — I bosniaci votano oggi per la decima volta dalla fine della guerra del 1992-95 e per la prima volta entrano nel seggio appoggiando il dito su uno scanner. L’identificazione biometrica degli elettori e la lettura elettronica delle schede, introdotte contro i brogli, debuttano a livello nazionale. In «dozzine» di seggi l’apertura è slittata per problemi tecnici, riferisce l’AFP. Le urne chiudono alle 19 e i primi dati preliminari sono attesi in serata dalla Commissione elettorale centrale, i risultati definitivi entro il 20 novembre.Si eleggono la presidenza tripartita, un bosgnacco, un croato e un serbo, la Camera dei rappresentanti statale da 42 seggi, i parlamenti delle due entità, il presidente della Republika Srpska e dieci assemblee cantonali. Gli iscritti sono 3,4 milioni, le liste 75 partiti e 29 coalizioni. Il nome che pesa più di tutti è quello di un uomo che non può candidarsi: Milorad Dodik, leader dei serbi di Bosnia, interdetto per sei anni dai pubblici uffici. La sua lista si chiama «SNSD – Milorad Dodik».Per il seggio bosgnacco della presidenza il socialdemocratico uscente Denis Bećirović, che promette di rilanciare il cammino verso Unione europea e Nato, sfida Bakir Izetbegović, capo del partito nazionalista SDA. Per quello croato corre Darijana Filipović dell’HDZ; per quello serbo l’uscente Željka Cvijanović, del partito di Dodik, contro Marinko Božović dell’SDS e l’indipendente Nebojša Vukanović. Un sondaggio della piattaforma Poliwave citato da Reuters dà l’SDA al 21,4 per cento a livello statale e il partito di Dodik al 34,2 nella Republika Srpska.Dodik ha chiuso la campagna venerdì sera a Banja Luka, capitale dell’entità serba, con l’ambasciatore russo in platea. «La Bosnia-Erzegovina è morta, è un Paese impossibile», ha detto. Cinque giorni prima era al Cremlino con il premier della Republika Srpska Savo Minić, ricevuto da Vladimir Putin. Il sito della presidenza russa, fonte di Stato, ha annunciato osservatori russi al voto e l’auspicio che «le forze patriottiche» ottengano il mandato; Dodik ha garantito prezzo del gas invariato, nessuna sanzione a Mosca e nessun ingresso nella Nato.Lo stesso Minić corre oggi per la presidenza dell’entità contro Branko Blanuša dell’SDS. In febbraio il voto ripetuto per quella carica lo aveva vinto Siniša Karan, del partito di Dodik, con 10.870 voti di scarto; Blanuša denunciò ricatti e compravendita di voti e l’SNSD non rispose. Nelle ore del voto né Bruxelles né l’Ufficio dell’Alto rappresentante hanno commentato.La condanna del 2025L’interdizione nasce da una sentenza del febbraio 2025: un anno di carcere, poi convertito in multa, e sei anni di divieto dai pubblici uffici per aver sfidato l’Alto rappresentante, la figura internazionale che dagli accordi di pace può imporre leggi e rimuovere funzionari. La condanna fu confermata il 1° agosto e la Commissione elettorale lo rimosse dalla presidenza dell’entità cinque giorni dopo. In ottobre il Tesoro americano ha tolto le sanzioni a lui, ai figli e a Cvijanović; dal 1° luglio scorso il tedesco Christian Schmidt ha lasciato l’incarico di Alto rappresentante e la sede è retta da un facente funzione americano, Louis Crishock. La partita si gioca su chi controllerà Banja Luka in una stagione in cui il tutore internazionale di Sarajevo è ridotto a un supplente.Mario Bikarski, analista senior per l’Europa della società di rischio Verisk Maplecroft, ha detto a Reuters che gli elettori guardano alla corruzione e alla lentezza dell’adesione europea più che alla frattura etnica. La Bosnia è candidata all’Unione dal dicembre 2022 e ha avuto il via libera ai negoziati nel 2024, ma le trattative non sono mai partite per le riforme mancate su giustizia e anticorruzione.A Tuzla, città industriale del nord-est, Adi Selman, 34 anni, del collettivo civico Karton Revolucija, non si aspetta nulla: «Non credo che queste nuove elezioni cambieranno qualcosa». A Mostar, la città del ponte ottomano distrutto nel 1993 e ricostruito, un elettore ripete che in questi anni non è migliorato niente.L’impalcatura che vota oggi fu disegnata nel novembre 1995 in una base aerea di Dayton, in Ohio, dopo tre settimane di negoziato a porte chiuse: due entità, tre popoli costituenti, un Alto rappresentante con poteri d’imperio. Serviva a fermare una guerra da circa 100.000 morti. Le prime elezioni si tennero dieci mesi dopo, nel settembre 1996, con le schede contate sotto la protezione dei soldati della Nato.