Congo, brucia il campo sfollati di Bunia epicentro dell’Ebola: 19.000 in fuga, 1.000 contatti a rischio di contagio

Wait 5 sec.

BUNIA — Il campo sfollati di Kigonze, alla periferia di Bunia, capoluogo della provincia dell’Ituri ed epicentro dell’epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo, è deserto: 19.000 persone sono fuggite dopo che i militari, entrati a cercare armi, si sono scontrati con gli abitanti e il campo è andato in fiamme. Con le tende è bruciato anche il centro di transito per i pazienti sospetti. Un campo perduto, un dirigente di partito ucciso per aver difeso in radio l’esistenza del virus, infermieri in sciopero per gli stipendi: nell’est del Congo la risposta all’epidemia più grave della storia del Paese sta cedendo un pezzo alla volta.I numeri li ha diffusi giovedì il ministero della Salute di Kinshasa: 4.018 morti su 8.300 casi confermati in sette province, quasi un contagiato su due. Oltre 2.000 i guariti, più di 50 gli operatori sanitari morti. L’epidemia, dichiarata il 15 maggio, è la diciassettesima nella storia congolese e ha già superato quella del 2018-2020. Il ceppo è il Bundibugyo, per il quale, ricorda l’Organizzazione mondiale della sanità, non esistono né vaccino né terapia approvati: i candidati sono in sperimentazione sui sanitari di prima linea da settembre.A Kigonze il problema non sono solo le tende. Circa 1.000 persone che avevano avuto contatti con malati di Ebola vivevano nel campo, hanno detto a Reuters due funzionari sanitari, e solo un quinto è stato rintracciato: gli altri sono dispersi tra la città e le strade dell’Ituri. «La sfida enorme di fermare la diffusione dell’Ebola nella Rdc è appena diventata più dura», ha scritto l’Onu in un comunicato; il coordinatore delle Nazioni Unite per l’Ebola, Julien Harneis, ha confermato che il campo «ora è abbandonato». L’esercito congolese non ha spiegato l’operazione né commentato l’incendio; funzionari del governo si sono limitati a confermarlo.L’omicidio di ButemboPiù a sud, a Butembo, città commerciale del Nord Kivu e secondo focolaio dell’epidemia, mercoledì si è celebrato il funerale di Marie-Célestin Karondwa, presidente federale facente funzione dell’Union pour la démocratie et le progrès social, il partito al governo. Domenica, poche ore dopo una trasmissione radiofonica in cui aveva difeso l’esistenza del virus e invitato a osservare distanziamento e lavaggio delle mani, è stato aggredito in casa. «Lo hanno picchiato e poi hanno dato fuoco alla casa», ha raccontato all’Associated Press la nipote. È morto in ospedale. Nessun arresto, nessun movente accertato; il partito parla di una vittima innocente «per aver difeso la posizione sull’esistenza della malattia da virus Ebola».L’aggressione si somma a una serie di attacchi contro operatori sanitari. In molti villaggi dell’est una parte dei residenti nega che l’Ebola esista, un’altra la considera un pretesto per attirare fondi internazionali; la vergogna frena le segnalazioni e i malati restano in casa. Il mese scorso le autorità hanno lanciato un approccio «villaggio per villaggio», con squadre che negoziano l’accesso comunità per comunità.Chi dovrebbe guidare quelle squadre, però, da mesi non viene pagato. Il personale di prima linea ha scioperato più volte, con cartelli «No money, no data!» e «Nessun pagamento da mesi». Medici Senza Frontiere ha intanto evacuato un proprio operatore contagiato in Congo: è arrivato giovedì notte con un volo medico nei Paesi Bassi ed è ricoverato nell’unità di isolamento ad alto livello dell’ospedale universitario di Leida.Il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha definito quella dell’est del Congo «una collisione catastrofica di malattia e conflitto»: gruppi armati controllano aree lungo i confini con Uganda, Ruanda e Sud Sudan, e nelle zone in mano ai ribelli la diffidenza verso autorità e stranieri è più forte. Il centro africano per il controllo delle malattie segnala un calo dei casi confermati, ma avverte che il dato può riflettere l’insicurezza e la mancata collaborazione delle comunità più che una frenata reale del contagio.Il confronto storico è ormai con l’Africa occidentale del 2014-2016, quando il virus uccise più di 11.000 persone su 28.600 casi tra Guinea, Liberia e Sierra Leone. L’Oms avverte che quel bilancio sarà superato.