Gli Usa lasciano l’Iraq dopo 23 anni: le ultime truppe partono dalla base di Erbil, in Kurdistan

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BAGHDAD — Le ultime truppe americane hanno lasciato l’Iraq mercoledì 30 settembre dalla base aerea di Erbil, nel Kurdistan iracheno, e il Pentagono ha dichiarato concluso un ritiro negoziato due anni fa e rispettato fino all’ultimo giorno utile. Il comando Usa per il Medio Oriente parla di una «partenza ordinata» di uomini e mezzi: prima dell’addio la base ospitava 1.500 militari americani e della coalizione. La task force contro l’Isis è stata spostata in Giordania, centinaia di soldati restano in Siria.È la seconda volta che gli Stati Uniti se ne vanno del tutto dall’Iraq, 23 anni dopo l’invasione del 2003. E se ne vanno nell’ottavo mese della guerra che loro e Israele combattono contro l’Iran, con milizie filo-iraniane che a Baghdad rifiutano di consegnare le armi. Il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha rivendicato «il successo di una campagna di 12 anni che ha sconfitto l’Isis come minaccia militare organizzata» e ha passato a Baghdad la responsabilità per «i residui dell’Isis e le milizie allineate all’Iran che minano la sovranità irachena». Trump, sul suo social Truth, ha definito l’impegno «una gita molto costosa all’Inferno» e ha parlato di «una vittoria per gli Stati Uniti, una vittoria per l’Iraq».Il primo ministro iracheno Ali al-Zaidi, alla cerimonia di consegna, ha annunciato «una nuova fase, definita dalla sovranità dell’Iraq» e ha promesso che i gruppi armati fuori dallo Stato non avranno più armi. Il suo ufficio ha assicurato che le forze di sicurezza hanno «pieno controllo» del territorio.Le milizie dicono il contrario. Kataib Hezbollah, la formazione sciita legata a Teheran nata nel 2003, ha annunciato lo stesso mercoledì la sospensione delle attività militari, con un’eccezione per gli aerei che considera ostili, e ha minacciato di rovesciare «con ogni mezzo» il governo se agirà contro gli «interessi del popolo». Un suo dirigente ha salutato «l’espulsione delle forze di occupazione, sconfitte». Il disarmo dei gruppi non statali, che doveva accompagnare la scadenza del 30 settembre, è slittato a giugno 2027: Kataib Hezbollah e Harakat Hezbollah al-Nujaba rifiutano di consegnare le armi, solo alcune sigle minori hanno accettato.Nel nord e tra i sunniti il ritiro è giudicato prematuro. I leader curdi avrebbero preferito che le truppe restassero, per le cellule dormienti dell’Isis e per la perdita della copertura aerea e dell’intelligence americana. «Tutti sono in ansia per quello che accadrà dopo il 30 settembre, l’Iraq è in una situazione fragile per la guerra tra Stati Uniti e Iran», ha detto un funzionario iracheno al quotidiano emiratino The National. Teheran non ha commentato ufficialmente la partenza.L’Iraq esce dalla mappa dei dispiegamenti americani nel momento in cui Washington la ridisegna attorno all’Iran. Mentre gli ultimi soldati lasciavano Erbil, il gruppo d’attacco della portaerei Theodore Roosevelt navigava da San Diego verso il Golfo, seguito da oltre 2.000 Marines: entro fine novembre tre portaerei saranno schierate attorno all’Iran, in aggiunta ai circa 50.000 militari già nella regione. Il Wall Street Journal riferisce che Trump ha detto ai collaboratori di aspettarsi la ripresa dei bombardamenti dopo le elezioni di metà mandato di novembre. Giovedì il Brent ha superato i 102 dollari al barile, dopo gli attacchi ad almeno tre petroliere nello Stretto di Hormuz.Il primo addio del 2011L’Iraq era già stato lasciato una volta. L’operazione Iraqi Freedom si chiuse nel 2010 e nel 2011, otto anni dopo l’invasione, partì l’ultimo soldato. Durò poco. Nel 2014 l’Isis prese Mosul e vaste aree del nord-ovest, e gli americani tornarono con l’operazione Inherent Resolve: sconfitta territoriale dei jihadisti nel 2017, sconfitta militare nel 2019, poi un contingente di circa 2.500 consiglieri. L’accordo per questo secondo ritiro lo negoziò nel 2024 l’amministrazione Biden con l’allora premier Mohammed Shia al-Sudani; Trump lo ha mantenuto.Il conto lo tengono i numeri. Al picco, nel 2007, c’erano in Iraq circa 170.000 soldati americani. Circa 4.500 sono morti, quasi tutti tra il 2003 e il 2011, gli anni in cui Washington chiamava quella guerra «Iraqi Freedom».