Roy De Vita e la missione in Perù nella diocesi di Papa Leone

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Portare expertise, competenze e salute là dove ce n’è più bisogno, per aiutare concretamente le popolazioni fragili. Questo l’obiettivo del “Progetto 10.19 by Roy De Vita – Medici e volontari italiani in Perù”, una missione umanitaria che dal 12 al 19 giugno porterà a Chiclayo un team di professionisti italiani impegnati in interventi chirurgici contro il tumore al seno, procedure nefrologiche e attività di formazione sanitaria a favore delle fasce più vulnerabili della popolazione. “Organizziamo una missione l’anno, che dividiamo in tre step: nel primo in genere cerchiamo di individuare la popolazione da screenare, nel secondo e nel terzo andiamo ad operare. Questa volta, in realtà, ho già fatto degli interventi anche nella prima missione, a settembre, in quella che era la diocesi di Papa Leone”. A raccontarlo a LaSalute di LaPresse è ‘il bisturi’ dell’iniziativa, Roy De Vita, celebre direttore della Divisione di Chirurgia Plastica dell’Istituto dei Tumori Regina Elena di Roma.La missione è organizzata da Ripartiamo APS con il sostegno di Enel Cuore, l’Ente Filantropico del Gruppo Enel. Prevede interventi di ricostruzione del seno post-mastectomia per donne colpite da tumore e in condizioni di fragilità economica, oltre a procedure specialistiche per pazienti nefropatici e momenti di formazione dedicati a medici e infermieri del territorio.L’attenzione della politica“Quello che colpisce di iniziative come questa – ha detto il vicepremier e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini, in collegamento da Milano – è che i risultati non si misurano soltanto nel numero delle vite salvate, ma anche nella capacità di lasciare competenze e conoscenze sul territorio. La formazione del personale medico e infermieristico locale è un investimento che produce effetti duraturi nel tempo”.Per il senatore Claudio Borghi “siamo di fronte a un’iniziativa di grande valore, resa possibile da professionisti che scelgono di mettere le proprie competenze al servizio di chi vive situazioni di particolare difficoltà. Oltre all’impatto concreto sulle persone che ricevono cure e assistenza, queste missioni rappresentano uno straordinario strumento di dialogo e collaborazione tra Paesi che contribuiscono a rafforzare i legami”. Una forma di “diplomazia” che va oltre le parole e crea legami duraturi.Le pazienti in Perù e quelle in ItaliaTornando al progetto, a colpire lo specialista del Regina Elena sono le peculiarità di Chiclayo. “In Perù ci siamo trovati a lavorare in contesti dove le risorse sono estremamente limitate. Mancano attrezzature, tecnologie e competenze altamente specialistiche. Proprio per questo il nostro lavoro assume un valore ancora più importante. Sono andato a fare un sopralluogo per capire quali strumenti avessero”, ci racconta il chirurgo, che ha dovuto usare l’ingegno per operare. “C’è tanta voglia di fare le cose, poi io sono napoletano, per cui ho quella che potremmo definire l’arte di arrangiarsi: in qualche maniera troviamo il modo. Però fa impressione di come ci sia questo stacco imperioso fra il nostro mondo e quello di tanti altri”. De Vita sottolinea poi come le pazienti “siano molto più anziane nelle nostre. Noi abbiamo una sensibilizzazione che è anche un lascito del professor Umberto Veronesi, per cui le donne si controllano e ormai si arriva a intervenire sul tumore al seno molto presto. Questo quindi favorisce anche gli interventi ricostruttivi. Quando invece il controllo non c’è, si interviene su un tumore avanzato e magari ulcerato: la situazione è completamente diversa, così come la prognosi. Da noi operi persone in seconda-quarta decade di vita, che sono le più numerose, lì invece stiamo oltre la sesta”. Da sinistra: Walter Morale, Roy De Vita e Piera VincentiChi riceve e chi dona davvero?“Ogni volta che si parte per una missione come questa – sottolinea De Vita – si pensa di andare per aiutare gli altri, ma la verità è che si riceve molto più di quanto si dà. Lo sguardo delle pazienti dopo un intervento di ricostruzione mammaria ripaga di ogni sforzo: è lì che si comprende davvero il significato del proprio lavoro. È la soddisfazione di aver restituito dignità, fiducia e speranza a una persona”, confida lo specialista, ringraziando Enel Cuore “che ha reso possibile questa missione”.Anche Walter Morale, direttore della Uoc di Nefrologia e Dialisi dell’Asp di Ragusa, rimarca il valore della cooperazione sanitaria internazionale. “Una missione umanitaria è prima di tutto un incontro tra persone, storie e speranze. Nel corso degli anni ho avuto l’opportunità di coordinare e partecipare a numerose missioni in diverse parti del mondo, in contesti dove l’accesso alle cure non è garantito. Queste esperienze mi hanno insegnato che la dignità di una persona passa anche dalla possibilità di essere ascoltata, accolta e curata nel momento della maggiore fragilità. In luoghi come questi si riscopre il valore della relazione umana oltre l’aspetto tecnico della professione e si impara l’umiltà”.Per De Vita e Morale questa sarà la seconda esperienza a Chiclayo. A settembre i due specialisti avevano partecipato a una missione sanitaria nella città peruviana, realizzando interventi specialistici e attività formative che hanno contribuito a rafforzare la collaborazione tra professionisti italiani e strutture sanitarie locali. Il progetto non si riduce alla durata delle missioni. “La nostra sarebbe una goccia nel mare, se ci limitassimo ad andare lì tre settimane in un anno. Grazie alle tecnologie invece restiamo in contatto con le comunità, i medici locali ci fanno vedere i casi clinici, ne discutiamo e diamo il nostro contributo”, racconta ancora Roy De Vita. Un dialogo diretto e costante fra Italia e Perù, reso possibile dalle tecnologie e “che continuerà anche in futuro”, assicurano gli organizzatori.Questo articolo Roy De Vita e la missione in Perù nella diocesi di Papa Leone proviene da LaPresse