Il ritorno di MadMan: «Sto lontano dai social. Mi penalizza? Forse, ma è il prezzo che pago per stare sereno». L’intervista

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Uno dei migliori e più seguiti rapper del game italiano, MadMan, pugliese, 38 anni, venti di carriera alle spalle, ha sganciato MM Vol. 5, un mixtape, il quinto di una saga che ha freddato pubblico e critica. MadMan non è uno di quei personaggi che vivono di follower sui social, la sua presenza pubblica è sempre misurata, ci ha sempre abituati ad esprimersi facendo suonare le canzoni, caratterizzate da sempre, comprese queste nuove 15 tracce, da uno stile, un flow, una costruzione delle barre, un’interpretazione, davvero sempre unico nel suo genere. Un conscious con lo stile di un rapper da piani alti delle chart, che vive d’istinto e che in questi mixtape, come spiega nell’intervista sotto, a differenza degli album, si costruisce una propria prateria, un proprio spazio di divertimento per i suoi rari esercizi di stile. Spazi che decide di condividere con alcuni selezionatissimi colleghi, in questo caso Nitro, Joshua, Fabri Fibra, Gemitaiz, Nello Taver, Nayt, Johnny Marsiglia, Toni Zeno, Nerone, Ensi, Mattaman e Vegas Jones.Complimenti per il disco…«Grazie mille. Anche io sono contento in particolare di questo disco».Allora cominciamo da qua: come mai in particolare?«Perché ci ho lavorato davvero serenamente, è un periodo molto più tranquillo della mia vita rispetto agli ultimi due dischi. Ci ho lavorato veramente divertendomi, ma con una visione lavorativa più matura, senza particolari pressioni o paranoie».In che momento della tua carriera arriva questo disco?«Diciamo che l’ultimo disco, Lonewolf, quello di due anni fa, è stato un disco scuro, cupo, intricato, lo vedo un po’ come una giungla rispetto ad altri dischi, mi ricorda un po’ Doppelganger. È stato un disco un po’ divisivo, anche per la mia fanbase, a qualcuno è piaciuto un botto, ad altri non è piaciuto e questo, figurati, ci sta, è sacrosanto. Questo qui, invece, penso che possa piacere a più persone, penso che sia scritto con più tranquillità e che ‘sta cosa si noti poi nella musica. Mi sono divertito di più, non è stato uno sfogo terapeutico come l’ultimo disco, mi ha riportato veramente ai primi lavori, come mood. L’ho fatto molto in studio da solo, ci ho messo molto mano, anche sulla parte musicale, la cover, il video, la regia…ho fatto tutto io, è tutto partito da idee mie. Addirittura ho fatto un beat, che per me è una novità assoluta, quindi penso che sia una fase della mia carriera sicuramente più matura e proiettata verso un futuro in cui vorrei continuare su questa linea. Mi sono occupato anche del marketing, facendo una promo di un mese su Twitch, più di così non potevo fare, manca solo di stamparmi io fisicamente i vinili e spedirli».A livello di ispirazione, qual è la differenza tra un disco e un mixtape?«Il mixtape lo faccio sempre un po’ più a cuor leggero, perché per me è sempre stata una cosa da sentire in macchina. Io faccio sempre questo paragone: un album può essere un sentiero, un bosco più intricato, il mixtape invece lo vedo come un’autostrada, una roba più scorrevole. Io poi ho una mia estetica, una serie di cose che a me piacciono e cerco sempre di infilarcele. Sono molto fan del cinema action movie anni ‘80-‘90, mentre scrivevo questo mixtape ho fatto un rewatch di molti film action anni ‘90, i miei preferiti sono Terminator e Terminator 2, ma anche tutti gli action di Van Damme, Schwarzenegger, tipo Commando, Predator…e ho trasferito tutta ‘sta roba nel mixtape. Poi ci sono tanti riferimenti alle arti marziali, che io seguo, sono molto fan di UFC, pratico il kickboxing. Oltre alle influenze musicali naturalmente, a livello di sound ho fatto veramente la roba che mi piace fare».Tu non sei uno presente, né sui social né in featuring nei dischi degli altri, il modo che hai di portare avanti il tuo progetto rispetto agli altri è davvero particolare, te ne rendi conto?«Sì, io mi rendo conto di vivere sotto una pietra. È voluto, fa parte della mia personalità il voler stare un po’ per conto mio. Diciamo che rispetto agli anni in cui ho iniziato questo lavoro a livello mainstream, io non mi sento più parte di una scena rap italiana, non mi sento di avere più tanto in comune con gli altri. Adesso la musica la sto vivendo molto più a livello personale, cerco una gratificazione e di lasciare qualcosa di buono al pubblico. Se prima il motore potevano essere i soldi, adesso penso che il mio motore sia l’automiglioramento e il voler lasciare qualcosa di positivo e originale. L’originalità mi preme tanto. Per il resto, sono una persona introversa e negli anni ho imparato ad assecondare un po’ quella che è la mia natura, per tirare fuori il meglio di me. E poi comunque sì, umanamente ho avuto anche i miei problemi negli ultimi anni, da dopo il Covid fino a un paio d’anni fa non sono stato benissimo. Quindi non c’è manco troppa voglia di stare sui social. So che mi penalizza non essere presente costantemente con progetti, featuring e tutto il resto, però è una cosa che mi accollo, è un prezzo che pago per essere sereno io».Effettivamente è una scelta coraggiosa, anche considerando il fatto che tu provieni da una scena, quella milanese, che poi è quella che si è presa in mano il mainstream, una scena che spesso tende anche ad escludere senza precisi motivazioni una parte di rapper…«Io posso parlare per me, non posso parlare per gli altri. Per quanto mi riguarda sicuramente non era quello il mio obiettivo, che poi per rimanere mainstream penso che comunque al tavolino qualcosa devi studiarti, anche più o meno spontaneamente devi fare delle hit, cercare certi featuring, cercare di rientrare in certe dinamiche, quelle di cui parlavi anche tu. Io questo non ho voglia di farlo, sincero, anche se mi penalizza. Per me tutta ‘sta questione è nata come un gioco e voglio che rimanga tale, semplicemente. Non ho mai studiato le robe pensando “Adesso devo fare il featuring col tipo, parlando di questa cosa, per cavalcare ‘sto trend”; sinceramente no, non ci riuscirei neanche».Come invecchia un rapper?«È una cosa molto relativa nei tempi in cui viviamo, i miei coetanei sembrano mio zio, il 90%, lo dice pure la mia ragazza che è molto più giovane di me, ha una famiglia, un ufficio e sicuramente non mi rivolgo a loro con la mia musica, anche se cerco di mandare un messaggio che sia fruibile a livello emotivo dalle persone. Poi ovviamente il ragazzo di vent’anni non la prenderà come il ragazzo di 30, di 40, io tra un mese e mezzo faccio 38 anni, ho molti fan che sono miei coetanei, pochissimi statisticamente, guardando i dati di Instagram, sotto i 18. Mi rendo conto che non sono un 38enne tipo, non parlo della vita del 38enne italiano sicuramente, però sì, cerco di essere comunque sempre me stesso, non voglio sgarrare, né da un lato fare troppo il giovane, né dall’altro fare troppo il vecchio solo perché ho 38 anni. Io come mi vedi sono, faccio una vita che è la mia, personale, sballata in certi sensi, cerco sempre di essere vero verso me stesso e spero che dall’altro lato, quello del pubblico, ci sia chi mi capisce, chi può capirmi. Il rischio con me è che, veramente, dico sempre quello che mi passa per la testa: se voglio fare il pezzo strappalacrime, depresso, in cui mi metto a nudo e dico cose pesantissime, lo faccio. Se voglio fare le triple rime parlando di Terminator 2 lo faccio uguale, perché comunque non penso che una cosa escluda l’altra. Certo non mi metto a fare roba da club perché l’ultima volta che ci sono andato avevo vent’anni e già all’epoca non mi piaceva».Tu quest’anno festeggi anche i 20 anni di carriera, nel 2006 ti aspettavi che il rap sarebbe diventato questa cosa gigante?«No assolutamente no. Tra le poche cose che ricordo bene è che comunque quando eravamo a Roma con Gemitaiz, quindi si parla comunque 2010, 2011, 2012, nessuno di noi pensava di farci veramente i soldi. Era un po’ un “proviamo e vediamo dove andiamo a sbattere”, era un po’ “nulla da perdere” il mood, che è molto figo, secondo me, perché escono le cose più belle. Però nessuno di noi, ti garantisco, aveva idea; speravamo tutti di non andare in ufficio a lavorare, nel senso di non dover fare un lavoro che poi avremmo odiato, però nessuno all’epoca avrebbe immaginato. Poi ad un certo punto le cose sono cominciate ad andare sempre meglio, vedevi magari i grossi come Fibra, i Dogo, e dicevi “Cazzo, si è aperto uno spiraglio”. Poi l’anno dopo si apriva uno spiraglio in più e così via. Adesso siamo arrivati al punto che se tu fai sei mesi buoni, un disco buono, ti riempiono i soldi e se sei intelligente ci vivi anche di rendita. Noi siamo stati una generazione un po’ a cavallo, nel senso che non ci hanno sommerso di soldi con la pala, però comunque abbiamo preso più soldi di quelli che venivano prima di noi e abbiamo trasformato questa passione in un lavoro, è stata una bella fortuna».Adesso il trend continua, pare ci sia una nuova generazione che ne fa anche più di voi…«Anche due, tre generazioni».Forse dipende dal fatto che sanno sfruttare meglio tutta la parte forse economica, di comunicazione, etc etc…. insomma, fare quello che tu hai deciso di non fare…«Non voglio fare il Che Guevara di turno, io ho fatto le mie cose, l’etichetta indipendente che si è interfacciata sempre con Island, mantenendo una libertà artistica totale, certe cose sono andate meglio, certe cose peggio, però non è che voglio fare quello che giudica o si mette contro quell’altro, io mi faccio i cazzi miei, te lo posso assicurare, è proprio la cosa che mi piace: farmi i cazzi miei. Cioè, io ho il mio percorso, gioco la mia partita».A proposito di giovani, uno dei tratti distintivi della tua musica è lo stile, la riconoscibilità: un tuo brano è sicuramente tuo. Ma sembra un valore che piace poco ai giovani rapper italiani, che tendono un po’ tutti all’omologazione funzionale alla classifica…«Sicuramente per ottenere un risultato di riconoscibilità ci vogliono tanti anni, quindi secondo me è anche fisiologico che i ragazzi più giovani ancora non ce l’abbiano, non è colpa loro. Io ci ho messo tanti anni a trovare il mio stile, pietra su pietra a costruire poi una cosa che fosse riconoscibile, è sempre stato il mio obiettivo da quando ho iniziato. Poi non penso sinceramente che sia proprio vero in maniera assoluta, nel senso che sì, c’è tanta roba omologata, questo è vero, però c’è anche tanta roba che porta una ventata d’aria fresca. Io non sono più così assiduamente interessato e documentato su tutto quello che esce, perché c’è veramente tanta roba, però, per dirti, un Toni Zeno, che trovi nel disco, porta una roba originale al massimo, a me sembra veramente Marracash 2.0, perché racconta la Sicilia, racconta la provincia, racconta l’underground, ma con un sound totalmente opposto. che non trovi una roba che dice ha preso da sta roba americana o ha preso da quello. Ti faccio un esempio a me vicino che io conosco, perché io questi dischi me li ascolto, ma ci sono anche altri, anche più mainstream, che comunque portano una roba più originale secondo me. Poi, nel marasma generale, ti dico: sì, esce tanta roba e la maggior parte così come arriva, così va via».Cosa ti piacerebbe che rimanesse di questo mixtape in chi lo ascolta?«Le belle barre, i bei flow, i fondamentali. Come hai detto tu, la riconoscibilità. Spero di aver fatto anche a ‘sto giro una roba che è mia, che non assomiglia a nessuno, sia in Italia che in America».L'articolo Il ritorno di MadMan: «Sto lontano dai social. Mi penalizza? Forse, ma è il prezzo che pago per stare sereno». L’intervista proviene da Open.