L’addio all’Italia di Umberto II senza abdicare e senza andare in esilio

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AGI - Non aveva riconosciuto la vittoria referendaria della Repubblica, non aveva abdicato e non era neppure andato in esilio. Il pomeriggio del 13 giugno 1946 Umberto II partiva dall’aeroporto di Ciampino per Cascais in Portogallo, ma pensava fosse solo un allontanamento temporaneo. Il sorriso del sovrano immortalato da una iconica fotografia scattata mentre si affaccia dall’abitacolo del Savoia Marchetti pronto al decollo era l’opposto della sua situazione personale e dinastica e di quella dell’Italia che cercava nella forma repubblicana la leva per risollevarsi dal disastro del fascismo, della guerra perduta e delle lacerazioni della guerra civile.Erano trascorsi dieci giorni dalla chiusura delle urne e appena tre dalla prima adunanza della suprema Corte di Cassazione con i risultati provvisori che davano la sconfitta della monarchia per due milioni di voti, in attesa di decidere su una miriade di ricorsi e contestazioni su schede bianche e nulle, e validare l’esito delle urne. Due giorni prima, l’11 giugno, in via Medina a Napoli, c’erano stati 9 morti e 120 feriti negli scontri tra sostenitori dei Savoia e dei partiti repubblicani, e tra poliziotti, carabinieri e soldati inviati a ripristinare l’ordine pubblico. Lo spettro di una nuova guerra civile era dietro l’angolo.Il governo di De Gasperi assume in via provvisoria i pieni poteriIl 10 giugno la Cassazione aveva fissato per il 18 una nuova adunata, per poter nel frattempo esaurire le procedure di convalida e quindi ufficializzare con i dati definitivi dei conteggi la vittoria della repubblica. C’era anche una questione giuridica da dirimere, che da formale risultava sostanziale. L’articolo 2 del decreto luogotenenziale del 16 marzo 1946 n. 98 che istituiva il referendum del 2-3 giugno, sanciva la vittoria dello schieramento che avrebbe ottenuto "la maggioranza degli elettori votanti", che è concetto assai diverso dalla maggioranza dei voti validamente espressi.All’alba del 13 giugno il Consiglio dei ministri, dopo una notte di accese discussioni, si era attribuito il dovere di rettificare la proclamazione dei risultati provvisori del 10 giugno, ritenendo che quindi, in regime di transizione, i poteri passavano in via provvisoria al presidente Alcide De Gasperi. Tra gli stessi repubblicani era emersa qualche perplessità su quella forzatura che di fatto detronizzava il re senza il crisma dell’ufficialità giuridica.I quattro scenari possibili dell’azione dei monarchici in attesa della CassazioneA Umberto i monarchici prospettano quattro possibili scenari, dal più morbido della resistenza passiva col rifiuto di... riconoscerne l’operato del governo all’azione militare; quanto al suo ruolo, senza un atto di forza le possibilità prevedevano l’abdicazione in favore del figlio Vittorio Emanuele e l’esilio volontario, ma la prima opzione non andava a invalidare in nulla la scelta repubblicana del referendum. Quello che non sfuggiva alla cerchia dei fedelissimi dei Savoia era che già nella serata del 6 giugno il capo dell’Allied Control Commission, l’ammiraglio statunitense Ellery Stone, aveva detto a chiare lettere a De Gasperi e al ministro dell’Interno, il socialista Giuseppe Romita, di adottare tutte le misure necessarie a reprimere con severità ogni disordine o atto eversivo.E se qualche dubbio permaneva al riguardo di un eventuale e improbabile appoggio armato straniero, il ministro della Real Casa Falcone Lucifero se l’era tolto quando proprio il 13 aveva interpellato il generale Maurice Stanley Lush: questi aveva escluso un intervento al fianco dell’esercito italiano per proteggere Umberto e la monarchia; aveva pure aggiunto che qualora i repubblicani avessero preso d’assalto il Quirinale o se il governo avesse compiuto ondate di arresti per motivi d’ordine pubblico, questo sarebbe stato considerato un problema interno italiano.Il quotidiano socialista l’Avanti! il 28 maggio aveva avanzato l’ipotesi di un complotto militare monarchico, con l’appoggio dei soldati polacchi del II Corpo d’armata del generale Władysław Anders, ma alla prova dei fatti si trattava di un’iperbole giornalistica: un conto era proteggere l’incolumità dei Savoia (lo stesso Umberto in quelle frenetiche ore era precauzionalmente ospite nella casa di amici e la famiglia era stata fatta andare via dall’Italia il 5 giugno), un conto il colpo di stato armato.Il "gesto rivoluzionario" e l’allontanamento per evitare la guerra civileAlla fine sul tavolo, oltre le proteste contro il governo, rimane solo l’allontanamento per scongiurare la guerra civile. Il Quirinale invia una nota formale a De Gasperi nella quale riafferma di voler rispettare "la volontà degli elettori votanti", in attesa della pronuncia definitiva della Corte di Cassazione, e Umberto II, assai scosso per i morti di Napoli, rivolge un proclama agli italiani: "Improvvisamente, questa notte, in spregio alle leggi ed al potere indipendente e sovrano della magistratura, il governo ha compiuto un gesto rivoluzionario, assumendo, con atto unilaterale ed arbitrario, poteri che non gli spettano, e mi ha posto nell’alternativa di provocare spargimento di sangue o di subire la violenza. (…) Io credo mio dovere fare quanto sta ancora in me perché altro dolore ed altre lacrime siano risparmiate al popolo che già tanto ha sofferto. Confido che la magistratura potrà dire la sua libera parola; ma, non volendo opporre la forza al sopruso, né rendermi complice della illegalità che il governo ha commesso, io lascio il suolo del mio Paese, nella speranza di scongiurare agli italiani nuovi lutti e nuovi dolori".