Covid, la consulenza d’oro all’ex socio di Conte: “450mila euro per una sola lettera”

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Di nuovo mascherine. Di nuovo strutture commissariali. Di nuovo consulenze. E, guarda caso, di nuovo il nome di Luca Di Donna, avvocato ed ex collega di studio di Giuseppe Conte, che torna a orbitare attorno agli affari della stagione più opaca della Repubblica recente: l’emergenza Covid. La scena è la Commissione parlamentare d’inchiesta Covid. Oggi, lunedì 8 giugno, a Palazzo San Macuto, in programma l’esame testimoniale di Marco Spadaccioli, dipendente di Adaltis Srl, insieme all’avvocato Nicoletta Spaziani.Il punto non è burocratico. È politico. Ed è anche molto semplice: perché una società che forniva kit molecolari alla struttura commissariale guidata da Domenico Arcuri avrebbe pagato complessivamente circa 454mila euro agli avvocati Luca Di Donna e De Luca? Per fare cosa? Per aprire porte? Per scrivere carte? Per controllare documenti?Nel corso dell’audizione, Spadaccioli ha spiegato che Adaltis effettuò due forniture alla struttura commissariale: una da circa 800mila euro nel giugno 2020 e una seconda da 2.455.500 euro nel dicembre dello stesso anno. Il lavoro operativo — predisposizione e caricamento della documentazione — sarebbe stato svolto dalla stessa società. E allora la domanda dei parlamentari diventa inevitabile: quei compensi agli avvocati a cosa servivano?La risposta attribuita a Spadaccioli è una di quelle frasi che in un Paese normale farebbero tremare i vetri: “Possono essere stati pagati solamente per l’attività di controllo dei documenti prima di caricarli e per — credo — la lettera che hanno scritto quando non ricevevamo l’incasso. Non vedo altre attività oltre a queste”. Traduzione per chi non frequenta il legalese: quasi mezzo milione di euro per verificare carte e scrivere una lettera. Non una fusione internazionale. Non un arbitrato planetario. Non una causa da miliardi. Una consulenza legata a forniture pubbliche in piena pandemia, quando agli italiani veniva spiegato che bisognava stare zitti, obbedire, chiudere le serrande e fidarsi dello Stato. E qui spunta il nome che fa rumore: Luca Di Donna.https://www.nicolaporro.it/wp-content/uploads/2026/06/WhatsApp-Video-2026-06-08-at-13.44.59.mp4Di Donna non è un avvocato qualunque. E’ un ex collega ed ex socio di studio di Giuseppe Conte. Ed è anche stato indicato come colui che si presentava agli imprenditori come “collega” di Conte e chiedeva il 10% di commessa. Attenzione: il leader grillino non risulta imputato in questa vicenda e ha sempre negato ogni coinvolgimento. Nel 2021, rispondendo ai giornalisti, disse di non aver mai collaborato con Di Donna da quando era presidente del Consiglio: “In passato lo frequentavo, ma da quando sono diventato Presidente del Consiglio non l’ho frequentato più. Non so nulla della sua successiva attività professionale”. E definì “complete falsità” alcune ricostruzioni sul ruolo di Di Donna nel Movimento 5 Stelle. Benissimo. Prendiamo atto. Ma il problema politico resta enorme.Perché mentre il presidente del Consiglio chiedeva sacrifici agli italiani, mentre il Paese era chiuso in casa, mentre si decidevano acquisti, forniture, autorizzazioni, pagamenti, sblocchi e piattaforme, attorno alla macchina commissariale si muoveva un sottobosco di consulenti, mediatori, avvocati, faccendieri veri o presunti, professionisti delle relazioni. Basti pensare alle accuse sulle presunte irregolarità nell’assegnazione di appalti e forniture da parte della struttura commissariale, del Mise e di Invitalia, allora guidata da Arcuri.È normale che in piena emergenza sanitaria un avvocato collegato professionalmente al giro dell’allora premier finisca più volte evocato in vicende di forniture, mascherine, test, documenti e compensi? È normale che una società paghi 93.288 euro per il primo incarico e poi si arrivi, secondo gli appunti della Commissione, a un totale di circa 454mila euro per attività che il testimone avrebbe ridotto a controllo documentale e una lettera di sollecito? È normale che, finita l’era Arcuri, certi rapporti sembrino evaporare?Leggi anche:Conte e l’esplosivo Covid-gate sulle mascherine. Ma i manettari tutti mutiIl punto non è fare processi sommari. Il punto è pretendere trasparenza. Perché durante il Covid la politica ha sospeso libertà costituzionali, ha chiuso attività, ha imposto regole minuziose persino sugli affetti familiari. E mentre al cittadino comune si chiedeva di compilare autocertificazioni per portare fuori il cane, nelle stanze delle forniture pubbliche giravano parcelle che un imprenditore normale non vede in una vita.E Conte? L’ex premier non può essere chiamato a rispondere penalmente delle condotte altrui se non ci sono elementi. Ma politicamente una domanda gli va posta: possibile che attorno al suo mondo professionale si muovessero figure capaci di spendere relazioni, vicinanze, amicizie vere o presunte, senza che lui ne sapesse nulla? Possibile che il presidente “avvocato del popolo” non abbia mai percepito il rischio che il suo nome diventasse una moneta reputazionale nel mercato dell’emergenza?Massimo Balsamo, 8 giugno 2026L'articolo Covid, la consulenza d’oro all’ex socio di Conte: “450mila euro per una sola lettera” proviene da Nicolaporro.it.