C’è una parola che sembra mancare nel vocabolario di Marco Travaglio. Una parola tanto semplice quanto difficile da pronunciare: scusa. Nel corso degli anni il direttore del Fatto Quotidiano ha costruito gran parte della propria immagine pubblica attorno alla convinzione di essere il custode inflessibile della verità, della morale e della coerenza. Una postura che può piacere o meno, ma che comporta anche un prezzo: quando i fatti smentiscono le proprie convinzioni, occorre avere l’onestà intellettuale di prenderne atto.Eppure è proprio qui che emerge il problema. Anche di fronte a cantonate che farebbero impallidire chiunque, Travaglio sembra incapace di compiere quel passo. Invece di riconoscere che alcune accuse o ricostruzioni meritavano maggiore prudenza, preferisce spostare continuamente il terreno del confronto, ridefinire i confini della discussione, cambiare il capo d’imputazione e cercare nuovi appigli per tenere in piedi una tesi che i fatti hanno progressivamente logorato.Ascoltandolo, l’impressione che si ha è quella di assistere al campionato mondiale di arrampicata sugli specchi. Una specialità nella quale Travaglio, fuoriclasse indiscusso della disciplina, sembra deciso a battere ogni record. Ogni archiviazione diventa così irrilevante, ogni smentita una sfumatura, ogni elemento contrario un banale dettaglio da reinterpretare. Tutto, purché non si arrivi mai alla conclusione più semplice: forse, almeno una volta, mi sono sbagliato.Eppure non sarebbe una tragedia. Nessun giornalista, del resto, è infallibile. Nessun commentatore, per quanto abile, possiede il monopolio della verità. Il punto, però, è che Travaglio sembra ormai prigioniero del personaggio che lui stesso ha contribuito a costruire. Ammettere un errore significherebbe incrinare quell’aura di infallibilità coltivata in anni di battaglie mediatiche e di verdetti pronunciati dalle colonne dei giornali.Così la realtà viene continuamente rincorsa, reinterpretata, piegata. Non per capire cosa sia successo davvero, ma per evitare che il castello accusatorio costruito negli anni crolli del tutto. E quando qualche mattone cade, ecco che se ne aggiungono altri, magari diversi dai precedenti, purché quel castello, per quanto traballante, resti in piedi.Il risultato è paradossale. Chi per anni ha chiesto conto agli altri delle proprie responsabilità fatica ad applicare a sé stesso lo stesso metro di giudizio. Chi pretende autocritica dagli avversari sembra considerarla un esercizio facoltativo quando si tratta di riconoscere i propri errori.E forse è proprio questo il cuore della questione. Non la difesa di una tesi o di un’inchiesta. Non il legittimo diritto di sostenere una posizione. Ma l’impossibilità, quasi fisica prima ancora che culturale, di pronunciare una frase che qualunque persona, prima o poi, è chiamata a dire: “Signori, scusate. Mi sono sbagliato.”Salvatore Di Bartolo, 8 giugno 2026L'articolo Minetti&co, quella frase che Travaglio non pronuncerà mai proviene da Nicolaporro.it.