di Giuseppe Gagliano – L’aumento delle importazioni di gas naturale liquefatto russo nei porti europei riporta al centro una contraddizione che Bruxelles fatica a nascondere: mentre l’Unione Europea continua a fissare l’obiettivo di azzerare le forniture energetiche da Mosca entro il 2027, l’industria continentale continua ad aver bisogno dell’energia russa per sostenere produzione e competitività.Nei primi cinque mesi del 2026 le esportazioni russe di GNL verso l’Europa sono aumentate del 16,7%, raggiungendo 7,7 milioni di tonnellate. Nel solo mese di maggio i volumi hanno toccato 3,12 milioni di tonnellate, il livello più elevato dalla fine del 2023. Numeri che evidenziano come il continente non sia ancora riuscito a costruire alternative sufficientemente stabili, competitive e sicure per sostituire completamente le forniture provenienti dalla Russia.Francia, Belgio e Spagna restano tra i principali punti di ingresso del gas russo grazie ai loro terminali di rigassificazione. La dipendenza energetica non passa più attraverso i grandi gasdotti che collegavano direttamente l’Europa alla Russia prima della guerra in Ucraina, ma continua attraverso le rotte marittime e il mercato del gas liquefatto.Mosca ha adattato la propria strategia alle nuove condizioni. I progetti artici continuano a esportare, il gas di Yamal trova ancora sbocchi nel mercato europeo e la domanda del continente consente al Cremlino di mantenere una fonte significativa di entrate. La Russia ha perso una parte del rapporto energetico privilegiato con l’Europa, ma non la capacità di sfruttarne le vulnerabilità.La crisi dello Stretto di Hormuz ha ulteriormente evidenziato la fragilità delle alternative energetiche europee. Le tensioni nel Golfo Persico hanno colpito fornitori fondamentali come il Qatar, dimostrando che la diversificazione non elimina automaticamente i rischi. Quando le rotte marittime diventano instabili e i prezzi aumentano, il gas russo torna a essere competitivo per ragioni economiche prima ancora che politiche.Per molte industrie europee il problema resta concreto. Settori come siderurgia, chimica, ceramica, vetro e manifattura ad alta intensità energetica necessitano di forniture continue e a costi sostenibili. La transizione energetica procede, ma non è ancora in grado di sostituire integralmente il ruolo del gas nel sistema produttivo continentale.La vicenda conferma che l’energia resta uno strumento di potere geopolitico. Gli Stati Uniti hanno spinto l’Europa a ridurre la dipendenza da Mosca, mentre i produttori del Golfo e altri fornitori cercano di occupare gli spazi lasciati liberi dal gas russo. Tuttavia la dipendenza non scompare, cambia semplicemente forma, esponendo il continente a nuove vulnerabilità legate alle rotte marittime, ai prezzi globali e alla competizione internazionale per le forniture.Le conseguenze sono anche politiche. Dopo anni di annunci sull’autonomia energetica europea, il ritorno del gas russo nei porti del continente alimenta dubbi sulla reale efficacia della strategia perseguita da Bruxelles. Le imprese chiedono energia disponibile e competitiva, mentre i governi devono conciliare obiettivi geopolitici, sostenibilità economica e sicurezza degli approvvigionamenti.La lezione che emerge è chiara: la sovranità energetica non si ottiene con dichiarazioni politiche, ma attraverso investimenti in infrastrutture, stoccaggi, reti, rigassificatori, nucleare, fonti rinnovabili e sicurezza delle catene di approvvigionamento. Fino a quando questo percorso non sarà completato, l’Europa continuerà a confrontarsi con una realtà difficile da ignorare: per mantenere accesa la propria industria, una parte significativa dell’energia continuerà ad arrivare anche dalla Russia.