di Giuseppe Gagliano – La Cina ha compiuto un nuovo passo nella competizione tecnologica globale estendendo la tutela dei segreti commerciali agli asset digitali dell’intelligenza artificiale. Dal 1° giugno 2026, algoritmi, dati, modelli, codici sorgente e sistemi di addestramento non pubblici saranno formalmente protetti come beni strategici, soggetti a regole più rigide di accesso, controllo e tracciabilità.La misura riflette la crescente consapevolezza di Pechino che il vantaggio nell’intelligenza artificiale non dipende soltanto da semiconduttori e infrastrutture di calcolo, ma anche dal patrimonio informativo accumulato dalle aziende tecnologiche. Dati, modelli e processi di sviluppo vengono così considerati risorse essenziali per la competitività nazionale.Le nuove norme aggiornano il concetto tradizionale di segreto industriale, storicamente legato a brevetti, processi produttivi e formule tecniche, adattandolo all’economia digitale. L’obiettivo è proteggere il valore strategico generato da algoritmi, architetture software e basi dati, considerati ormai elementi centrali della crescita economica e dell’innovazione tecnologica.La decisione si inserisce nel contesto della crescente rivalità tra Cina e Stati Uniti. Mentre Washington limita l’accesso cinese ai semiconduttori avanzati e alle tecnologie più sensibili, Pechino rafforza il controllo su ciò che potrebbe uscire dal Paese: conoscenze, dati, modelli di intelligenza artificiale e competenze specialistiche.Particolare attenzione viene riservata alla tracciabilità delle informazioni. Le nuove disposizioni prevedono controlli più severi sugli accessi ai dati, sul lavoro da remoto e sulle collaborazioni internazionali, con l’obiettivo di prevenire trasferimenti non autorizzati di tecnologia e ridurre il rischio di spionaggio industriale.La strategia riflette una visione nella quale sicurezza nazionale e sviluppo economico risultano strettamente collegati. Le imprese continuano a operare come soggetti economici, ma vengono inserite in un quadro nel quale la protezione delle informazioni contribuisce direttamente alla potenza tecnologica complessiva del Paese.Per l’Europa, la scelta cinese rappresenta un segnale importante. Mentre Bruxelles concentra gran parte dell’attenzione sulla regolazione dell’intelligenza artificiale e sulla tutela dei diritti digitali, Pechino punta a consolidare la protezione degli asset strategici che alimentano la competizione tecnologica globale. Il rischio per l’Unione Europea è quello di trovarsi tra il modello statunitense, dominato dalle grandi piattaforme private, e quello cinese, caratterizzato da una forte integrazione tra interessi industriali e obiettivi nazionali.Dal punto di vista strategico, la Cina considera ormai algoritmi, dati e modelli come elementi essenziali della propria sicurezza economica. La protezione di queste risorse mira a impedire fughe di conoscenze, trasferimenti di tecnologie sensibili e perdita di vantaggi competitivi in settori destinati a influenzare industria, finanza, difesa e innovazione.La decisione conferma una tendenza ormai evidente: l’intelligenza artificiale sta diventando sempre meno uno spazio globale aperto e sempre più un terreno di competizione tra grandi blocchi tecnologici. In questo scenario, dati e algoritmi assumono un valore paragonabile a quello delle infrastrutture strategiche tradizionali, trasformandosi in uno degli strumenti principali attraverso cui gli Stati misurano e difendono la propria sovranità.