di Francesca Romana Severini Per anni è stato il ragazzo timido e introverso che sognava nella sua camera.Esserci ed esistere attraverso l’ascolto degli altri, senza mai rubare la scena.Poi è arrivata la musica.Non quella studiata sui libri o ereditata da una tradizione familiare, ma quella scoperta quasi per caso, inseguendo una curiosità che si è trasformata, con il tempo, in vocazione.Da quel momento la sua voce è diventata un nuovo codice linguistico, un rifugio, la prova più forte del suo essere individuo.È proprio lì che si inserisce il beatbox, una forma di percussione vocale che gli permette di trasformare la voce in ritmo, suono e struttura musicale, creando vere e proprie basi senza l’uso di strumenti.E, di conseguenza, sono arrivate le esibizioni in piazza, il confronto con nuovi artisti e palchi speciali come quello di Rai 1.Un percorso ricco di mattoni costruiti uno a uno, posati con la consapevolezza di chi, attraverso la musica, stava imparando a conoscere davvero sé stesso. Ervin Dos Santos, classe 1997, nato da genitori capoverdiani, residente a Guidonia dal 2001 Oggi Ervin Dos Santos, classe 1997, nato da genitori capoverdiani, residente a Guidonia dal 2001 ed ex studente dell’Istituto Alessandro Volta, indirizzo tecnico industriale, è uno dei beatboxer e performer italiani più promettenti.Eletto nel 2022 campione italiano di Beatbox nella categoria Loopstation e, nello stesso anno, inserito nella Top 8 degli Italian Beatboxers, Ervin continua a portare sempre più in alto il proprio nome.Oltre al progetto musicale SOA – Sons of Alchemist – creato insieme all’amico Orlando Dotti, con cui ha partecipato al programma Rai 1 Dalla Strada al Palco lo scorso 9 maggio, Ervin lavora come solista, insegna Human Beatbox e canta nel gruppo contemporaneo Evo Ensemble. Sopra e sotto, Ervin insieme alle cantanti Noemi e Serena Brancale Nel corso degli anni ha condiviso il palco con artisti come Noemi e Serena Brancale, diventando inoltre presenza fissa del Soltero Summer Tour del cantante e cantautore Leonardo De Andreis. Ervin, quando ha scoperto il beatbox?«Nel 2016.Mi ha sempre affascinato la possibilità di riprodurre suoni con la voce. La musica non nasce da una passione ereditaria, ma da una mia esigenza. Mi è sempre piaciuta e in qualche modo mi veniva naturale. Una ragazza mi fece conoscere questa realtà e, poco dopo, incontrai un rapper che mi propose di accompagnarlo nelle sue esibizioni in strada.Da lì non ho più smesso». Ervin e Orlando condividono il progetto “Sons of Alchemist” Come si capisce di essere bravi a fare beatbox?«Sicuramente provando. Non è semplice definirlo. La bravura dipende molto dal contesto. A livello competitivo esistono criteri specifici per valutare chi è più preparato. A livello artistico, invece, conta la capacità di adattare il beatbox a diversi ambienti: concerti, teatri, televisione e festival».A chi ascolta il beatbox può sembrare quasi un gioco o un talento naturale. In realtà, quante ore di studio, esercizio e sacrificio si nascondono dietro una performance come la sua? «Molti pensano che siano soltanto rumori, ma dietro c’è studio e ricerca. Quando voglio riprodurre un suono, immagino prima come viene prodotto e poi cerco di capire quali muscoli della bocca utilizzare per avvicinarmi il più possibile a quel risultato. Posso assicurare che dietro ci sono ore e ore di esercizio». Se dovesse spiegare a un bambino di cinque anni cos’è il beatbox cosa gli direbbe?«Direi che è il modo di dare un senso a quei suoni che tutti i bambini fanno spontaneamente. È un modo di trasformare il gioco in arte e, allo stesso tempo, essendo divertente, è anche un modo per restare bambini».Essere figlio di genitori capoverdiani e crescere a Guidonia ha influenzato il suo modo di vedere il mondo e di fare musica?«Molto. Ho avuto la fortuna di vivere due culture diverse. Da una parte la musica italiana, con artisti come Ornella Vanoni e Pino Daniele, dall’altra la musica capoverdiana e internazionale.Questo mi ha permesso di sviluppare una visione più ampia e una ricerca vocale molto personale». Ha raccontato che sua madre è stata per lei sia madre che padre. C’è stato un momento preciso in cui ha capito fino in fondo la forza dei suoi sacrifici? «Non ricordo un momento preciso, ma ho sempre apprezzato ogni sacrificio che ha fatto e che fa per me. A lei devo tutto. Mi ha fatto il regalo più grande che una madre possa fare a un figlio: mi ha lasciato libertà, pur mantenendo sempre un equilibrio. Ci sono stati periodi in cui ero molto concentrato sulla musica e meno sulla scuola, ma lei mi ha sempre sostenuto. Per lei l’importante è che io sia felice e che investa il mio tempo in qualcosa che mi appassiona».Sua madre è partita da Capo Verde per dare un futuro migliore ai suoi figli. Oggi, guardando il percorso di ognuno di voi, che cosa rappresenta per lei questo risultato? «Per lei è un grande orgoglio vedere che tutti i suoi figli stanno bene e sono felici. Mio fratello fa il meccanico, una delle mie sorelle studia, mentre la più grande si è costruita una famiglia tutta sua. Io, invece, porto avanti il mio percorso nella musica. Ognuno di noi ha trovato la propria strada.Credo che il suo coraggio di partire e di inseguire qualcosa di migliore abbia insegnato anche a noi la stessa cosa: la voglia di costruirci una vita migliore a nostra volta. Forse è proprio questo che ci ha lasciato, il fatto che il cambiamento è possibile se hai il coraggio di cercarlo». Mentre molti artisti della tua generazione sono passati dallo schermo di uno smartphone, lei è passato dal marciapiede e dalle piazze. Perché ha scelto la strada come palcoscenico? E oggi, in un mondo sempre più digitale, crede davvero che la musica di strada abbia ancora qualcosa di unico da insegnare? «Il beatbox nasce come arte di strada e per me è stato fondamentale confrontarmi dal vivo con le persone. Oggi i social sono importanti, ma la strada e il contatto diretto insegnano cose che uno schermo non può trasmettere. Sono mondi diversi: online hai visibilità immediata, dal vivo sei davvero davanti alle persone, senza filtri. È un’esperienza più autentica e più impegnativa».Quando si parla di beatbox o di contaminazioni con la musica classica, capita ancora di incontrare scetticismo. Perché pensa che alcune persone facciano fatica ad accettare forme musicali diverse da quelle tradizionali? «Per paura. La gente ha paura della diversità, di ciò che non conosce. Molti vedono soltanto l’aspetto più spettacolare di questa disciplina. Sono convinto che nei prossimi anni il beatbox conquisterà spazi sempre più importanti anche in ambiti artistici diversi».Con Orlando non c’è soltanto una collaborazione artistica, ma anche una profonda amicizia. Quanto conta avere accanto una persona con cui condividere idee, dubbi e successi? E quanto è difficile mantenere l’equilibrio tra amicizia e lavoro? «Molto. Il nostro è un equilibrio delicato, ma solido. Sappiamo entrambi che siamo amici prima ancora che collaboratori. Questa sincerità ci permette di essere molto diretti quando lavoriamo e, allo stesso tempo, di condividere anche aspetti personali della vita».Nel corso degli anni ha conquistato diversi riconoscimenti nel mondo del beatbox. Quale esperienza però ricorda con più emozione? «Un workshop in Germania. Vedere persone realmente interessate a quello che insegnavo e capire che ciò che faccio può avere un’utilità concreta per gli altri è stata una soddisfazione enorme». Sopra e sotto, Ervin durante l’esibizione nel programma di Rai 1 “Dalla Strada al Palco” insieme all’amico Orlando A “Dalla Strada al Palco” c’è stato un momento prima di iniziare la performance in cui ha ripensato al ragazzo che si esibiva per strada? (CLICCA E LEGGI L’ARTICOLO DI TIBURNO). «L’ho avvertito quando Carlo Conti si è improvvisato beatboxer. Mi sono sentito fiero di me e di noi. Più che per la televisione in sé, per il fatto di aver portato il beatbox in un contesto così importante». Tra le collaborazioni che ha avuto, quale le è rimasta più nel cuore?«Ho lavorato con Noemi, Carolina Bubbico, Leonardo De Andreis e altri artisti. Ogni esibizione è speciale. Il mio percorso sta crescendo e cerco di portare il beatbox in contesti sempre più diversi. Per questo ogni volta è come se fosse la prima».Se oggi fosse un ragazzo di quindici anni che vuole avvicinarsi alla musica, Guidonia secondo lei ,le offrirebbe gli strumenti giusti o c’è ancora molto da costruire? «Secondo me si può fare molto di più. Servirebbero eventi identitari, pensati per i giovani, capaci di creare appartenenza e valorizzare i talenti del territorio».Viviamo nell’epoca dell’intelligenza artificiale. La creatività va difesa? E qual è l’elemento che nessuna tecnologia potrà mai sostituire? «Non demonizzo l’AI. Ha grandi potenzialità e va studiata. Può aiutare, ma non potrà mai sostituire la creatività umana, l’empatia e l’esperienza vissuta che stanno dietro a una canzone, a un quadro o a uno spettacolo. Come sempre, serve equilibrio».Molti artisti parlano di sindrome dell’impostore. Le è mai capitato? «Sì. Viviamo in un’epoca in cui vediamo continuamente i successi degli altri e rischiamo di sentirci sempre indietro. Bisogna imparare a ricordarsi il proprio percorso e concentrarsi sui propri obiettivi. Ognuno vive nel proprio tempo, non in quello degli altri».É ancora il ragazzo introverso di una volta?«In parte sì. Sul palco divento molto più estroverso, ma nella vita quotidiana resto una persona riservata. Il beatbox mi ha aiutato a esprimermi e a farmi conoscere dagli altri, ma soprattutto a conoscere meglio me stesso».Progetti futuri?.Un messaggio per chi vuole inseguire una passione?«Di non avere paura di essere diverso. Ognuno ha un modo unico di esprimersi. Bisogna solo trovare la propria voce e crederci».L'articolo GUIDONIA – Ervin conquista Noemi e Serena Brancale con la sua musica fatta solo di voce proviene da Tiburno Tv.