Alla fine è successo quello che molti temevano: la riforma della medicina territoriale è saltata. Dopo settimane di polemiche e pressioni sindacali, il governo ha deciso di fermare il progetto che avrebbe dovuto portare i medici di famiglia nelle Case di Comunità e aprire alla dipendenza per una parte di loro. Una retromarcia che arriva mentre l’Italia continua a spendere quasi 150 miliardi di euro all’anno per la sanità e mentre centinaia di strutture finanziate con il Pnrr faticano ancora a trovare il personale necessario per funzionare.Il risultato è che, a meno di venti giorni da una delle più importanti scadenze del Pnrr, il governo si ritrova senza la riforma che avrebbe dovuto dare personale e organizzazione a strutture sulle quali sono stati investiti miliardi di euro. E soprattutto si ritrova senza una risposta chiara alla domanda fondamentale: chi lavorerà nelle Case di Comunità?Una riforma nata per affrontare un problema realePer mesi il ministero aveva lavorato a un intervento destinato a modificare profondamente l’organizzazione della medicina generale. L’obiettivo era semplice: fare in modo che i medici di famiglia partecipassero in maniera strutturata alle attività delle Case di Comunità, il perno della nuova sanità territoriale immaginata dopo la pandemia.Nella versione iniziale del progetto era previsto anche il passaggio al rapporto di lavoro dipendente per una parte dei medici, superando almeno parzialmente il tradizionale sistema della convenzione. Parallelamente si puntava a una maggiore presenza dei professionisti nelle nuove strutture territoriali, finanziate con fondi europei e pensate per alleggerire la pressione sugli ospedali.Era una riforma che cercava di affrontare un problema evidente: lo Stato può costruire edifici, finanziare progetti e inaugurare strutture, ma senza personale sanitario disponibile a lavorarci il rischio è quello di ritrovarsi con contenitori vuoti e servizi assenti.Le corporazioni hanno avuto la meglioLa reazione dei sindacati dei medici di famiglia è stata immediata. La Fimmg, principale organizzazione della categoria, ha contestato il metodo scelto dal governo e si è opposta con forza alla modifica dello status dei professionisti.Con il passare delle settimane le resistenze hanno trovato ascolto anche all’interno della maggioranza. Prima sono emerse le perplessità di Forza Italia, poi le critiche della Lega. Alla fine il governo ha scelto di rallentare e successivamente di accantonare il progetto.Secondo diverse ricostruzioni, sarebbe stata la stessa Giorgia Meloni a invitare il ministro a procedere con maggiore cautela. Il risultato finale è una sostanziale marcia indietro su una riforma che fino a poche settimane fa veniva presentata come strategica per il futuro della sanità territoriale.È difficile non vedere in questa vicenda l’ennesima dimostrazione di una politica che annuncia cambiamenti ambiziosi salvo poi fermarsi davanti alle resistenze organizzate. Alla fine, ancora una volta, vince lo status quo.Leggi anche:Medici di base, la vergogna della mancanza di coraggioMedici di famiglia, la riforma Schillaci cambia tuttoLa rabbia delle RegioniSe i sindacati hanno accolto con favore lo stop alla riforma, molte Regioni hanno reagito in maniera opposta. Il presidente della Lombardia Attilio Fontana ha definito lo stop “una scelta sbagliata del governo”, ricordando come il progetto avesse raccolto consensi trasversali. Ancora più netto l’assessore lombardo Guido Bertolaso, che secondo le ricostruzioni emerse nelle ultime ore avrebbe espresso tutta la propria contrarietà durante il confronto con il ministero.La delusione delle amministrazioni regionali nasce da un dato concreto. Sono proprio le Regioni che dovranno fare i conti con le difficoltà operative delle nuove strutture e con la carenza di personale. Molte di loro avevano visto nella riforma uno strumento per rendere finalmente operative le Case di Comunità.Anche dalla Toscana è arrivato l’invito a raggiungere un’intesa attraverso il dialogo, mentre dall’Emilia-Romagna è stato ricordato il lavoro già svolto per integrare maggiormente i medici nella rete territoriale. Il problema, però, resta nazionale e non riguarda una singola amministrazione.I numeri che raccontano il fallimentoAl di là delle dichiarazioni politiche, sono i dati a fornire il quadro più significativo. Secondo il monitoraggio della Fondazione Gimbe, basato sui dati Agenas, al 31 dicembre 2025 risultavano programmate 1.715 Case di Comunità. Di queste, 781 avevano almeno un servizio attivo. Le strutture pienamente operative erano però soltanto 66, vale a dire meno del 4 per cento del totale.Un numero che dovrebbe far riflettere più di qualsiasi polemica parlamentare. Dopo anni di annunci, investimenti e inaugurazioni, la grande rete della sanità territoriale continua a esistere soprattutto sulla carta. Anche Cittadinanzattiva ha lanciato un allarme simile, osservando che le nuove strutture “sono ancora in una fase di attivazione tale da non essere percepite dai cittadini come riferimenti assistenziali”.Tradotto: per gran parte degli italiani le Case di Comunità semplicemente non esistono ancora nella vita quotidiana.Il vero problema resta senza soluzioneOra il ministero punta a trovare un accordo con i medici di famiglia. La stessa Fimmg ha dichiarato la propria disponibilità a “individuare soluzioni negoziali entro le scadenze previste dal Pnrr”. Schillaci, dal canto suo, ha assicurato che “l’obiettivo è trovare un accordo con Regioni e medici di medicina generale” e che nelle prossime settimane “ci saranno incontri”.Il problema è che il tempo stringe e le trattative richiedono mesi. Per questo molte Regioni guardano con preoccupazione all’ipotesi di affidare tutto alla contrattazione, temendo che le tempistiche non siano compatibili con la necessità di rendere operative le strutture già finanziate.Nel frattempo, la parte più innovativa della riforma, cioè il possibile passaggio alla dipendenza di una quota dei medici di famiglia, sembra definitivamente tramontata.Una sanità che continua a spendere senza riuscire a cambiareLa vicenda lascia una sensazione difficile da ignorare. Lo Stato ha deciso di investire enormi risorse nella medicina territoriale, ha costruito nuove strutture e ha individuato nelle Case di Comunità il fulcro della sanità del futuro.Il punto politico è difficile da aggirare. Se uno Stato che assorbe quasi 150 miliardi di euro l’anno non riesce nemmeno a organizzare il personale delle strutture che ha costruito e finanziato, il problema non è la mancanza di risorse. È l’incapacità di riformare un sistema nel quale ogni tentativo di cambiamento si infrange contro interessi consolidati, veti corporativi e continui rinvii. Alla fine restano gli edifici, restano gli annunci e restano le conferenze stampa. Quello che manca, ancora una volta, sono i risultati.Alla fine della vicenda restano le strutture, restano gli annunci e restano le promesse. Quello che ancora manca è la certezza che i cittadini possano trovare, dentro quelle strutture, i professionisti e i servizi che erano stati loro promessi. E se una riforma considerata necessaria da governo e Regioni viene ritirata al primo vero scontro con le categorie interessate, il problema non riguarda soltanto la sanità. Riguarda la capacità della politica di realizzare i cambiamenti che essa stessa considera indispensabili.Enrico Foscarini, 12 giugno 2026L'articolo Medici di famiglia, una vergognosa retromarcia del governo proviene da Nicolaporro.it.