Il ritorno in campo a 44 anni di Serena Williams, vincente e tonica a Londra in coppia con la 19enne Victoria Mboko, ha riacceso i riflettori sugli effetti del più celebre farmaco anti-obesità nello sport e su quello che gli esperti hanno ribattezzato ‘doping metabolico‘. Semaglutide e l’arrivo dei Glp-1 “rappresentano una delle più importanti innovazioni terapeutiche degli ultimi decenni nel trattamento dell’obesità”, riflette Adele Romano, coordinatrice del gruppo di lavoro “Obesità, sindrome metabolica e disordini alimentari” della Società Italiana di Farmacologia (Sif) e docente di farmacologia alla Sapienza Università di Roma.“Ma la possibilità di ottenere una significativa riduzione del peso ha suscitato crescente interesse anche nel mondo dello sport, dove peso e composizione corporea possono rappresentare determinanti fondamentali della prestazione”. Ecco perché semaglutide ha attratto l’attenzionedelle autorità antidoping internazionali, che stanno valutando il potenziale impatto di questo e altri farmaci anti-obesità sul comportamento degli atleti e sulle dinamiche competitive. D’altra parte, proprio l’ex regina del tennis è il volto di Ro, società che promuove l’uso di semaglutide e che l’ha vista protagonista di celebri spot in Usa. Facciamo allora un po’ di chiarezza. “Allo stato attuale, la semaglutide non rientra tra le sostanze proibite dalla World Anti-Doping Agency (Wada), pertanto non può essere considerata una sostanza dopante. Ciò nonostante, l’interesse della comunità antidoping verso questa classe di farmaci è cresciuto significativamente negli ultimi anni, parallelamente alla loro diffusione clinica e alla straordinaria efficacia nel trattamento dell’obesità”, dice Romano parlando con LaPresse.Semaglutide e doping, il 2024 l’anno della svolta per WadaCosa è successo? Nel 2024 la Wada ha inserito la semaglutide nel proprio Monitoring Program, “uno strumento di sorveglianza scientifica dedicato a sostanze che, pur non essendo proibite, meritano una particolare attenzione per il loro potenziale utilizzo in ambito sportivo”, ricorda la farmacologa. Nello stesso anno, l’Agenzia ha finanziato un progetto di ricerca presso la German Sport University Cologne coordinato dal professor Mario Thevis, uno dei maggiori esperti internazionali di analisi antidoping. “L’obiettivo dichiarato è lo sviluppo di metodiche analitiche avanzate in grado di identificare agonisti del recettore del Glp-1, tra cui la semaglutide, nel sangue degli atleti, al fine di comprendere meglio l’eventuale diffusione di questi farmaci nel contesto sportivo”, chiarisce Romano.L’attenzione della Wada è stata confermata dal Monitoring Program 2026: “Accanto alla semaglutide è stata inclusa anche la tirzepatide. Una chiara evidenza dell’interesse della comunità antidoping internazionale verso le possibili implicazioni sportive dei moderni farmaci anti-obesità e della volontà di raccogliere dati scientifici prima di qualsiasi eventuale valutazione regolatoria”, continua l’esperta.A che punto siamo“Non esistono evidenze che dimostrino un effetto diretto della semaglutide sul miglioramento della forza muscolare, della capacità aerobica o di altri parametri prestativi tradizionalmente associati al doping”, puntualizza l’esperta. Ma, a differenza delle sostanze dopanti tradizionali, il potenziale interesse in ambito sportivo non risiederebbe in un miglioramento diretto della prestazione atletica, “bensì nella sua capacità di modificare fattori biologici che possono influenzarla indirettamente, quali il peso, la composizione corporea e il comportamento alimentare. È proprio questa peculiarità ad aver attirato l’attenzione della comunità antidoping internazionale”.Il doping metabolicoAlcuni autori, ricorda la farmacologa, hanno richiamato il concetto di metabolic doping, “ovvero strategie farmacologiche volte a modificare il metabolismo a fini prestazionali. Sebbene si tratti di un parallelismo ancora prevalentemente teorico e non supportato da evidenze definitive nel caso degli agonisti del recettore Glp-1, esso riflette l’emergere di nuove questioni scientifiche e regolatorie che stanno progressivamente ampliando il tradizionale paradigma antidoping”, avverte l’esperta.Le discipline più interessate potrebbero essere quelle nelle quali il peso corporeo costituisce una variabile rilevante per la prestazione o per l’accesso alla competizione. È il caso di pugilato, lotta, judo, taekwondo e sollevamento pesi: “La letteratura documenta da tempo il ricorso a strategie di riduzione ponderale finalizzate al raggiungimento della categoria desiderata. In questo contesto, una riduzione farmacologica del peso corporeo potrebbe teoricamente facilitare tale processo, configurando un possibile vantaggio competitivo indiretto”.Ci sono poi sport nei quali il rapporto tra massa corporea e potenza espressa è particolarmente rilevante, “come ciclismo in salita, corsa in salita, sci alpinismo e arrampicata sportiva. Una riduzione del peso, a parità di capacità funzionale preservata, può migliorare l’efficienza del gesto atletico o il rapporto peso/potenza. È tuttavia essenziale sottolineare che, allo stato attuale, non esistono evidenze che dimostrino un miglioramento diretto della performance sportiva indotto da semaglutide o tirzepatide. Il razionale resta quindi teorico”, precisa l’esperta.L’effetto boomerang per gli sportiviQuando si parla di semaglutide molti si concentrano sui possibili vantaggi, “ma i rischi meritano la stessa attenzione – sottolinea Romano – Il primo riguarda la perdita di massa magra. Per un paziente con obesità, il beneficio complessivo resta chiaramente favorevole. Per un atleta già normopeso o particolarmente allenato, la perdita di massa muscolare potrebbe compromettere forza, resistenza e recupero”.C’è poi il capitolo effetti indesiderati: i più frequenti sono nausea, vomito, diarrea, stipsi e dolore addominale. Per un atleta che si allena intensamente possono essere un problema. “Semaglutide riduce l’appetito in modo particolarmente efficace e può determinare una significativa riduzione dell’introito calorico. In soggetti sottoposti a intensi programmi di allenamento – continua l’esperta – un apporto energetico non adeguatamente compensato rispetto alle richieste dell’organismo potrebbe, almeno teoricamente, influenzare alcuni processi fisiologici importanti per la salute”.Insomma, “allo stato attuale la semaglutide non può essere considerata una sostanza dopante in senso regolatorio e non esistono evidenze che dimostrino un miglioramento diretto della performance sportiva. Tuttavia, la sua capacità di modificare in modo significativo il peso, la composizione corporea e il comportamento alimentare ha aperto una riflessione scientifica sulle possibili implicazioni sportive dei farmaci anti-obesità”, conclude l’esperta.Questo articolo Semaglutide e sport, nel mirino della Wada le ombre di doping metabolico proviene da LaPresse