di Mauro Morbello * – Lo scorso 31 maggio in Colombia si è svolto il primo turno delle elezioni presidenziali per scegliere il successore di Gustavo Petro, primo presidente di sinistra nella storia del Paese, il cui mandato terminerà il prossimo 7 agosto. La sfida elettorale ha visto confrontarsi due candidati principali, espressione non solo di visioni politiche opposte, ma anche di profili personali profondamente diversi. Da un lato, Abelardo De La Espriella, influente avvocato penalista, protagonista di processi controversi e imprenditore, titolare di tre cittadinanze – colombiana, italiana e statunitense – leader di una destra radicale antisistema, che guarda al modello autoritario di Nayib Bukele in El Salvador e alle concezioni anarco-capitaliste di Javier Milei in Argentina. Tra le sue principali proposte figurano l’abbandono immediato dei processi di dialogo e negoziazione con i gruppi armati ancora attivi in Colombia e il ritorno a una strategia di confronto militare diretto, la costruzione di dieci nuovi penitenziari di massima sicurezza, il taglio del 40% della spesa pubblica, una radicale liberalizzazione dell’economia, l’introduzione del fracking per lo sfruttamento non convenzionale degli idrocarburi e il ritiro dall’ONU, da lui definita un “direttorio politico della sinistra”.Dall’altro lato, Iván Cepeda, filosofo e parlamentare, figlio del senatore del partito Unione Patriottica Manuel Cepeda, assassinato nel 1994 durante la campagna di sterminio contro quel movimento politico, condotta da strutture paramilitari con la complicità di settori delle forze armate e apparati dello Stato colombiani. Una persecuzione che, tra la fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta, provocò l’uccisione di oltre 5.000 militanti dell’Unione Patriottica, tra cui due candidati presidenziali, sei parlamentari e decine di rappresentanti locali. Cepeda, riconosciuto per il suo impegno nella difesa dei diritti umani, il ruolo svolto nei processi di pace e la costante denuncia dei legami tra politica, paramilitarismo e violenza, rappresenta la continuità del progetto politico progressista inaugurato nel 2022 da Gustavo Petro. A differenza della retorica aggressiva del suo avversario, ha impostato la propria campagna elettorale sul rifiuto della «politica dell’odio e della paura», cercando di unire un ampio spettro di forze progressiste, movimenti sociali ed ecologisti attorno a un progetto politico centrato sulla riduzione delle disuguaglianze, giustizia sociale e transizione ecologica.Con un’affluenza pari al 57,88%, il primo turno delle elezioni presidenziali si è concluso con il successo inatteso di Abelardo de la Espriella, primo con il 43,7% dei voti davanti a Iván Cepeda. Quest’ultimo, pur avendo raccolto circa 9,6 milioni di voti – il miglior risultato mai ottenuto dalla sinistra nella storia politica colombiana – si è fermato al 40,9%. Nettamente più indietro Paloma Valencia, esponente della destra conservatrice, che ha raccolto appena il 6,9%.Presentandosi con uno stile che richiama quello di Javier Milei, come un outsider disposto a sfidare la classe politica tradizionale e a riformare profondamente il sistema politico colombiano, De la Espriella ha costruito una campagna fortemente centrata sul tema dell’ordine e della sicurezza. La sua candidatura ha beneficiato di un clima di crescente preoccupazione in ampi settori dell’elettorato, alimentato dal riemergere di gravi episodi di violenza nel Paese. Negli ultimi mesi, infatti, si sono moltiplicati attentati con bombe e veicoli esplosivi, blocchi stradali, assalti contro basi militari, stazioni di polizia e mezzi civili, in un’escalation quantomeno sospetta, per intensità e tempistica, che ha contribuito a spostare la campagna elettorale sul terreno della paura e dell’emergenza securitaria.In questo quadro, la campagna della destra radicale ha fatto ricorso in modo sistematico ai mezzi di comunicazione e alle reti sociali per presentare Iván Cepeda non soltanto come un avversario politico, ma come una minaccia per la stabilità economica e le istituzioni democratiche del Paese, diffondendo ripetutamente accuse e contenuti falsi con l’obiettivo di associare la sua candidatura alla violenza politica e al conflitto armato. Attraverso questa strategia, De la Espriella è riuscito a consolidare un’ampia visibilità pubblica e a intercettare il malessere di una parte consistente dell’elettorato, trasformando la questione della sicurezza nel principale terreno di contrapposizione con il campo progressista.Sul piano opposto, Cepeda ha mantenuto un profilo più basso, scegliendo una campagna meno centrata sull’esposizione mediatica e sulla mobilitazione digitale. La sua presenza sulle reti sociali è rimasta limitata, così come la partecipazione ai grandi spazi del confronto televisivo, mentre la strategia elettorale ha privilegiato i percorsi territoriali, il contatto diretto con i movimenti sociali e il rapporto con le organizzazioni popolari di base. Si è trattato di una scelta coerente con la sua storia politica e con l’identità del campo progressista colombiano, ma anche di una strategia che ha ridotto la sua capacità di parlare a un elettorato più ampio, in particolare ai settori moderati, urbani e meno politicizzati, potenzialmente decisivi in una competizione presidenziale segnata da forte polarizzazione.Le prospettive in vista del ballottaggio, in programma il 21 giugno, restano incerte. De la Espriella vi arriva forte della posizione acquisita al primo turno e del probabile ricompattamento del voto di destra, rafforzato dal sostegno già assicurato da Paloma Valencia e dal settore conservatore a lei legato. Cepeda, al contrario, dovrà allargare il proprio consenso oltre l’elettorato progressista già mobilitato. Per vincere, avrà bisogno di attrarre una parte del voto centrista e di riportare alle urne quei settori vicini alla sinistra che si sono astenuti al primo turno, facendo leva sui rischi politici, sociali e democratici di una svolta radicale a destra. Sebbene affronti una campagna difficile, conserva ancora possibilità reali di vittoria, a condizione di rendere la propria comunicazione più incisiva e trasversale, capace di parlare anche a settori meno politicizzati dell’elettorato senza rinunciare al rigore dei propri principi. Mi auguro sinceramente che la Colombia, un Paese in cui ho lavorato a lungo e al quale sono molto legato, scelga di guardare al futuro senza cedere a manipolazioni e promesse illusorie. Che prosegua il cammino delle trasformazioni avviate dal governo Petro e rifiuti la restaurazione promossa da forze legate a interessi ristretti ed escludenti, storicamente responsabili delle profonde disuguaglianze e dei cicli di violenza che hanno segnato così duramente la sua storia.* Dopo oltre trent’anni di attività come cooperante e funzionario internazionale, oggi si dedica all’analisi e alla divulgazione di temi internazionali e geopolitici, con particolare attenzione all’America Latina e alle sue dinamiche sociali, economiche e politiche. È autore del libro Il cammino di un cooperante.