C’è un momento nella vita di una donna in cui il desiderio di un figlio – o la consapevolezza di non volerlo affatto – fa capolino nella quotidianità. Questo sentire, sempre più spesso, si scontra con una realtà strutturale che non agevola il percorso verso la genitorialità: dall’età sempre più avanzata in cui si inizia concretamente a cercare una gravidanza, fino alle barriere d’accesso alla procreazione medicalmente assistita (PMA). Per le coppie eterosessuali, la lunghezza delle liste d’attesa nel sistema pubblico, i costi elevati del settore privato, la carenza cronica di gameti e la profonda disomogeneità territoriale rappresentano ostacoli concreti, che un Paese con un tasso di natalità tra i più bassi d’Europa non può più permettersi. Ostacoli che, paradossalmente, le donne single e le coppie omogenitoriali non incontrano, per il semplice fatto che in Italia l’accesso alle tecniche è loro vietato a monte. Una legge voluta dal governo Berlusconi nel 2004, priva di fondamenti scientifici e dai tratti fortemente anacronistici, nega ancora oggi il diritto alla genitorialità basandosi sullo stato civile e sull’orientamento affettivo. Proprio per scardinare questo impianto ha preso ufficialmente il via la raccolta firme per la proposta di legge di iniziativa popolare “PMA per tutte”, promossa dall’Associazione Luca Coscioni insieme a decine di organizzazioni della società civile.La proposta di legge “PMA per tutte” e il quadro normativo attualeL’obiettivo della mobilitazione è quello di raccogliere 50mila firme entro sei mesi per depositare in Parlamento una riforma che modifichi l’articolo 5 della legge 40/2004. Attualmente, la normativa italiana restringe l’accesso alla PMA alle sole coppie eterosessuali maggiorenni, coniugate o conviventi. Questa esclusione colpisce una platea potenziale enorme: secondo le stime Istat, le sole donne single di età compresa fra i 30 e i 46 anni in Italia sono circa 2 milioni e 400mila. A queste poi si devono aggiungere le coppie di donne.La campagna ha come volto e testimonial l’ex calciatrice della Nazionale Alia Guagni, diventata madre single in Spagna proprio a causa dei divieti italiani. Questa iniziativa rappresenta l’ultimo tassello di un percorso ventennale che ha visto la Corte Costituzionale smantellare progressivamente i pilastri più rigidi della legge 40, come il limite di fecondazione di tre gameti, il divieto di fecondazione eterologa e l’esclusione della diagnosi genetica preimpianto per le coppie portatrici di patologie ereditabili. La stessa Consulta ha chiarito che non sussistono ostacoli costituzionali all’estensione della PMA alle single e alle coppie dello stesso sesso, demandando l’intervento correttivo alla responsabilità del Parlamento. Visualizza questo post su Instagram Un post condiviso da Associazione Luca Coscioni (@associazione_luca_coscioni)La PMA in Europa: cosa si può fare e doveLa mappa aggiornata dall’associazione Luca Coscioni, curata dall’avvocata Alessia Cicatelli e da Alessandro De Luca, evidenzia come l’Europa viaggi a due velocità sul fronte dei diritti riproduttivi. Sono 32 gli Stati europei che consentono legalmente l’accesso alla PMA per le donne single. Tra questi, nazioni come Francia, Spagna, Regno Unito, Svezia, Norvegia, Danimarca e Paesi Bassi garantiscono il trattamento sia alle single sia alle coppie omogenitoriali ed eterogenitoriali. Altri Paesi, principalmente dell’Europa dell’Est come Russia, Ucraina, Grecia e Serbia, lo permettono alle single ma mantengono il divieto per le coppie dello stesso sesso.L’Italia si colloca invece nel ristretto gruppo di 13 Paesi che vietano la procedura alle donne single e alle coppie di donne, restringendo l’accesso alle sole coppie eterosessuali. In questo blocco restrittivo figurano nazioni come la Polonia, la Repubblica Ceca, la Slovacchia, l’Albania e la Lituania. Sfumature diverse si registrano in Austria e Svizzera, dove la legge tutela l’accesso per tutte le tipologie di coppia indipendentemente dall’orientamento sessuale, ma esclude le donne che scelgono la maternità in solitaria.Le tecniche di PMAMa quali sono le principali tecniche di PMA esistenti? Innanzitutto bisogna comprendere da dove arrivino i gameti (ovociti e spermatozoi) necessari alla fecondazione. La prima grande distinzione è quella tra fecondazione omologa ed eterologa. Nel primo caso, la genetica del nascituro appartiene al 100% alla coppia: si utilizzano infatti esclusivamente i gameti dei due partner intenzionali. Al contrario, si parla di fecondazione eterologa quando almeno uno dei due elementi biologici proviene da un donatore o da una donatrice esterni. Questa strada si suddivide a sua volta in tre vie: l’ovodonazione (ovociti esterni e seme del partner), l’eterologa maschile (ovociti della partner e seme da donatore) o la doppia eterologa, in cui entrambi i gameti sono esterni.Al di là della provenienza biologica, la medicina divide poi i percorsi in base alla complessità tecnologica. Si va dal I livello, rappresentato dall’inseminazione intrauterina (dove il concepimento avviene all’interno del corpo femminile), fino al II e III livello, ovvero la fecondazione in vitro vera e propria (FIVET o ICSI). In questo secondo scenario, l’unione tra ovocita e spermatozoo avviene in laboratorio e gli embrioni ottenuti vengono successivamente trasferiti nell’utero della donna. Sebbene la legge italiana consenta oggi sia l’omologa che l’eterologa per le coppie eterosessuali, vieta ancora categoricamente altre pratiche diffuse all’estero, come appunto l’accesso alla PMA per donne single, il metodo ROPA per le coppie di donne (una dona gli ovuli, l’altra porta avanti la gravidanza) e la gestazione per altri (GPA).Sempre più coppie si affidano alla PMAIl confronto tra il passato e il presente fotografa una vera e propria metamorfosi: le coppie italiane si affidano alla scienza medica in modo sempre più massiccio. Se in passato la PMA era considerata un’opzione residuale e quasi d’emergenza, oggi è diventata una strada maestra per contrastare l’infertilità e l’allungamento dei tempi biologici. I numeri della Relazione al Parlamento sulla PMA del 2025 (basati sull’attività del 2023) mostrano una crescita costante anno su anno su tutti i fronti rispetto al passato: aumentano le coppie trattate (sfiorando quota 90mila), aumentano i cicli totali effettuati (oltre 112mila) e aumentano i bambini nati vivi, che hanno superato i 17.200 in un solo anno.Il balzo in avanti più evidente riguarda la fecondazione eterologa, che un tempo in Italia era totalmente vietata dalla legge 40 e che oggi registra un’autentica esplosione, superando i 4mila nati all’anno. Come spiega Maurizio Bini, responsabile della struttura Diagnosi e Terapia della Sterilità e Crioconservazione del Niguarda di Milano, alle giornaliste Milena Gabanelli e Martina Pennisi su Dataroom, l’eterologa mostra un trend vicino al raddoppio anno su anno. Questo accade perché l’età media delle donne che iniziano un percorso biologico in Italia è sempre più alta (36,7 anni per l’omologa e ben 41,8 anni per l’eterologa femminile). Di conseguenza, mentre le nascite naturali in Italia crollano ai minimi storici – con un numero di figli per donna pari all’1,18 nel 2024 e stimato a 1,13 per il 2025 dall’Istat – l’impatto della PMA sulla natalità generale è in costante ascesa. Come scrivono Gabanelli e Pennisi, infatti, nel 2024 il 4,2% dei bambini nati in Italia è venuto al mondo grazie alle tecniche di procreazione assistita, una percentuale cresciuta rispetto al 3,9% dell’anno precedente e destinata a salire ancora.Il giro d’affari e le liste d’attesaNonostante la PMA sia entrata nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), permettendo di accedere ai trattamenti nel pubblico con il solo pagamento del ticket (fino a un massimo di 6 tentativi), l’efficienza del sistema si scontra con la realtà. Le tariffe di rimborso fissate dallo Stato (2.750 euro per l’omologa e 3.100 euro per l’eterologa) sono troppo basse rispetto ai costi reali affrontati dalle strutture. Questo genera liste d’attesa estenuanti, che nel pubblico variano da nove mesi fino a un anno e mezzo, e una forte disomogeneità geografica, con la metà dei centri concentrata in sole quattro regioni del Nord e del Centro, costringendo oltre un terzo delle pazienti alla migrazione sanitaria.Per evitare queste attese, moltissime coppie si riversano nel mercato privato o transfrontaliero, muovendo un giro d’affari imponente. Nel privato in Italia si superano i 5mila euro per l’omologa e gli 8mila per l’eterologa. All’estero i costi variano dai 1.500 euro per un’inseminazione con seme donato in Spagna o Danimarca, fino a superare gli 8.000 euro per i trattamenti in vitro più complessi.Il nodo delle detrazioni nel 730A questo quadro economico si aggiunge un paradosso fiscale e legislativo. Le spese mediche sostenute per accedere a un trattamento di PMA effettuato all’estero sono detraibili in dichiarazione dei redditi, ma con limiti rigidissimi imposti dalla stessa legge 40. La detrazione è infatti concessa solo se le prestazioni sono state eseguite per le finalità e sui soggetti consentiti in Italia, e se sono attestate da una struttura estera specificamente autorizzata. Questo significa che, mentre una coppia eterosessuale può scaricare i costi del trattamento transfrontaliero, le donne single e le coppie di donne subiscono una doppia penalizzazione: oltre a dover pagare interamente il viaggio e la terapia medica all’estero, lo Stato italiano nega loro il diritto alla detrazione fiscale in base allo stato civile o all’orientamento affettivo.Il fattore tempo e i blocchi biologici della Legge 40Il ritardo nell’accesso alle cure non è solo un problema burocratico, ma ha un impatto biologico devastante. Sempre su Dataroom viene richiamato uno studio della rivista Human Reproduction secondo cui un ritardo di appena sei mesi nell’inizio delle terapie riduce drasticamente le percentuali di successo e di nascita (dal 5,6% all’11,8% a seconda dell’età della donna), percentuali che si raddoppiano se l’attesa tocca i dodici mesi. Un dato allarmante, se si considera che in Italia le coppie infertili impiegano mediamente quattro o cinque anni prima di approdare a un centro specializzato. A rallentare il sistema contribuisce anche il divieto italiano di remunerare le donatrici di ovociti: l’assenza di un rimborso spese per il disagio subìto, diversamente da quanto avviene in Spagna che paga tra gli ottocento e i mille euro, azzera le donazioni spontanee in Italia e costringe i centri a importare i gameti congelati dall’estero.Il congelamento degli ovuliAnche l’accesso al social freezing (il congelamento precauzionale degli ovociti) presenta diverse incongruenze in Italia. Il Servizio Sanitario Nazionale copre la procedura solo per le pazienti oncologiche, tutte le altre donne devono pagare fino a 5mila euro nel privato. Se in futuro una donna decide di scongelare e utilizzare quegli ovociti ma non si presenta con un compagno eterosessuale, la legge le vieta di farlo in Italia, costringendola a spendere oltre mille euro per trasferire il proprio materiale biologico all’estero tramite corrieri autorizzati. Lo stesso blocco totale colpisce l’embriodonazione, provocando l’accumulo di migliaia di embrioni inutilizzati e abbandonati sotto azoto liquido a -196 gradi nei congelatori delle biobanche, che non possono essere donati né ad altre persone (a meno che la donna non si sia registrata nel frattempo come donatrice) né alla ricerca scientifica. Infine, se una donna subisce un’interruzione spontanea di gravidanza dopo un trattamento effettuato all’estero, lo Stato italiano si fa interamente carico del raschiamento uterino e delle cure ospedaliere, finanziando la gestione clinica del fallimento ma vietando le procedure per l’inizio sicuro della gravidanza stessa.L'articolo “PMA per tutte”, al via la raccolta firme per l’accesso a single e coppie di donne. Costi, paradossi e diritti negati: la situazione in Italia proviene da Open.