C’è chi sfila per i diritti e c’è chi si sfila per convenienza, ragioni politiche o paura del contraccolpo reputazionale. Anche quest’anno il Pride Month si trova ad affrontare un fenomeno iniziato già da qualche anno: la ritirata dei grandi marchi globali, o almeno di alcuni. «La prima causa è questa ondata trumpiana internazionale, che probabilmente mette in difficoltà le grandi aziende», spiega a Open Antonello Sannino, Presidente di Antinoo Arcigay Napoli, associazione che coordina il Napoli Pride. Se negli Stati Uniti il Wall Street Journal ha svelato una fuga di sponsor storici (da Starbucks a Mastercard) dovuta alle crescenti pressioni dell’amministrazione Trump contro i programmi di Diversity, Equity and Inclusion (DEI), l’onda d’urto sta attraversando l’Atlantico, colpendo direttamente le piazze del nostro Paese.Tra multinazionali con la casa madre oltreoceano che tagliano i budget, marchi che chiedono di rimanere “invisibili” e alcune discussioni interne al movimento queer sul rischio di rainbow washing, la mappa del sostegno economico ai Pride italiani è profondamente cambiata. Abbiamo intervistato i responsabili dei coordinamenti di Roma, Milano, Napoli e Torino per capire chi entra, chi esce e quanto rischia di costare la difesa dei diritti.Roma, il calo finanziario e gli sponsor che chiedono di non apparireRoma, seppur piazza importante per gli sponsor e patria di una delle manifestazioni più numerose del paese, avverte in modo diretto il colpo della stretta americana sulla Diversity & Inclusion, registrando un calo finanziario stimato intorno al 10%, comunque compensato da altre entrate. Mario Colamarino, portavoce del Roma Pride e presidente del Circolo Mario Mieli, spiega a Open che la situazione va analizzata sotto più punti di vista. «Gli sponsor, quelli più importanti, storici, sono rimasti», racconta, precisando che «uno soltanto ha defezionato, ma credo che sia più per una questione organizzativa che per una questione di non adesione alla causa, anche perché in altri posti del mondo comunque continua a supportare i Pride». Con molti di questi brand il coordinamento lavora tutto l’anno su progetti che ingaggiano la comunità, eppure Colamartino ammette che «c’è un calo generale, non c’è stata quella corsa per sostenere il Pride o i valori del Pride, proprio per questo secondo me vanno valorizzati quelli che rimangono».Troppe volte, secondo il portavoce, i marchi vengono messi sul banco degli imputati, senza capire che dietro ci sono spesso persone della comunità LGBTQ+ che fondano network interni di diversity per poi trasmigrare questi percorsi all’esterno: «Quindi in realtà noi dobbiamo abbracciarli e guidarli un po’ in questo percorso». C’è poi un fenomeno del tutto nuovo, quello delle aziende che scelgono di supportare la causa ma chiedono esplicitamente di non comparire in pubblico. «C’è anche qualcuno che effettivamente ci ha dato una mano quest’anno ma in modo poco visibile, dicendo che non volevano apparire. Quindi devo dire che sicuramente è cambiato qualcosa», sottolinea Colamarino. «L’anno scorso noi a Roma avevamo avuto dei numeri molto alti in termini di raccolta sponsor. Quest’anno si avverte il colpo dell’amministrazione Trump. Perché poi la madrepatria di tanti di questi brand sono ovviamente gli Stati Uniti e gli effetti di questa cosa si sentono anche qui da noi».Il confronto con gli Stati Uniti, dove le amministrazioni hanno smesso di finanziare e una legge penalizza le aziende che investono in Diversity & Inclusion, resta comunque lontano dalla realtà italiana. «Invece da noi è più che altro una modalità che alcune aziende adottano, altre no», conclude Colamarino, evidenziando come le aziende nord-europee siano oggi «tra i campioni del sostegno». Nonostante la perdita del 10%, recuperata in altro modo, il bilancio della comunità romana resta positivo: «Per quanto riguarda le attività che noi stiamo facendo in questi giorni, stiamo andando molto bene. Il numero è altissimo. Quindi comunque siamo soddisfatti. E poi siamo solo all’inizio».Milano tiene botta ma i budget sono ridottiSpostandosi a Milano, capitale economica del Paese e da sempre hub fondamentale per le sfilate dei grandi marchi commerciali, la situazione sembra tenere meglio, sebbene i budget complessivi stiano subendo una forte contrazione a livello globale. Alice Redaelli, presidente del CIG Arcigay Milano, riconosce l’impatto delle dinamiche internazionali ma ridimensiona gli effetti sul contesto locale: «L’offensiva contro la cultura della Diversity & Inclusion, partita con l’amministrazione Trump negli Stati Uniti, ha indubbiamente fatto sentire i suoi effetti anche in Italia. Nel nostro Paese, va tuttavia ricordato che le aziende dispongono di budget infinitamente ridotti su questi temi rispetto alle omologhe di altri contesti occidentali».Questa differenza strutturale ha permesso alla piazza milanese di non subire scossoni drammatici nell’ultimo biennio. «Nonostante questo clima globale, lo scorso anno i risultati si sono mantenuti stabili rispetto al passato, e anche quest’anno ci attestiamo sostanzialmente sulla stessa linea», spiega Redaelli a Open. Le donazioni e i fondi raccolti della manifestazione, al netto delle spese, vengono poi destinati al sostegno di progetti tesi al cambiamento sociale anche durante il resto dell’anno. C’è però una trasformazione interna nel modo in cui questi fondi vengono difesi e stanziati: «Se da un lato si registra una generale contrazione delle risorse economiche investite, dall’altro emerge un dato positivo: la presenza, in molte realtà aziendali, di figure dedicate alla Diversity che si prodigano con enorme convinzione per preservare i progetti e difendere i budget stanziati».Napoli, il dietrofront dei brand e le tensioni interne al movimento queerIl segnale più forte di una reale contrazione economica arriva invece dai Pride più piccoli, come quello di Napoli. Qui almeno un terzo degli sponsor si sono sfilati dalla manifestazione. Come ci spiega Antonello Sannino, Presidente di Antinoo Arcigay Napoli, l’associazione che coordina il Napoli Pride «le cause sono due, a mio avviso. La prima è questa ondata trumpiana internazionale, che probabilmente mette in difficoltà le grandi aziende. La seconda viene dal movimento queer che è stato molto aggressivo, in maniera ingiustificata, nei confronti di diverse aziende, accusandole di pink washing e di rainbow washing, cosa che noi come Napoli Pride non condividiamo ma di cui paghiamo le conseguenze».Questo clima di tensione, evidenzia Sannino, ha irrigidito i rapporti commerciali: «In generale, non è diminuito solo l’aiuto materiale, ma è diminuita proprio l’interazione tra aziende e mondo queer». Fino a due anni fa, invece, i marchi «ci chiamavano anche per dei momenti di condivisione e di formazione all’interno dell’azienda per l’applicazione di regole di equality standard e di diversity management». «Adesso molto meno», taglia corto Sannino.Quando gli chiediamo quali siano le motivazioni ufficiali addotte dai brand per giustificare il dietrofront, le risposte restano vaghe: «Dicono che è cambiata la policy aziendale, che non ci sono fondi adeguati, che non c’è la possibilità di sostenere il Pride o anche che si sono spostati su un altro Pride. In generale che hanno deciso di andare su altre sfere di interesse aziendale». I nomi dei marchi che hanno scelto di fare un passo indietro, d’altronde, sono eccellenti e trasversali: «Avio già dall’anno scorso si è sfilata, Ferrarelle ha sempre sostenuto il Pride, quest’anno invece ci sostiene solo nei progetti associativi. EasyJet non ci ha proprio dato risposta. A2A si è defilata».Il “modello Torino”: niente sponsor e un codice etico da rispettareTorino rappresenta l’eccezione radicale nel panorama delle grandi città italiane. Il coordinamento piemontese non ha dovuto affrontare il problema della fuga degli sponsor per una ragione molto semplice: ha scelto deliberatamente, già da tempo, di non legarsi ai finanziamenti dei grandi brand corporate, escludendoli a monte attraverso un rigido filtro etico. Chiara Tarantello, co-coordinatrice e legale rappresentante del Coordinamento Torino Pride, rivendica con forza questa identità: «Non abbiamo avuto problemi di sponsor che si sfilano perché non solo non ne abbiamo, ma anche perché quelli che si sono sfilati da altri Pride comunque con noi non hanno mai collaborato per via del nostro codice etico». Le ragioni della rigidità del codice etico del Torino Pride risiedono, infatti, nella volontà di garantire l’indipendenza dell’associazione LGBTQ+. Ecco perché si è deciso di fissare linee guida precise per tutte le aziende, i partner e gli sponsor che intendono partecipare e sostenere le manifestazioni.Il capoluogo piemontese si muove così su binari completamente diversi rispetto alle dinamiche delle multinazionali. «Torino è un po’ un unicum tra le grandi città. Nel senso che noi finora non abbiamo sponsor, non abbiamo finanziamenti da aziende, ma ci sono delle associazioni, delle aziende, dei media partner che non ci danno denaro ma che ci aiutano nell’organizzazione», spiega Tarantello. La rete si regge su collaborazioni nate dal basso, nel tessuto culturale cittadino. Per i media partner, ad esempio, il Pride collabora con la radio RBE, Radio Beckwith Evangelica, dove gli stessi attivisti conducono la trasmissione Pride On Air.Anche i servizi logistici seguono la via delle convenzioni: c’è il sostegno storico di GTT, l’azienda dei trasporti locale, favorito dal patrocinio del Comune; c’è la partnership con il Centralino Club per le feste di autofinanziamento, e quella con Gimax, che non fornisce i carri gratuitamente ma garantisce forti sconti a chi partecipa. «A noi non interessa fare una parata grandiosa o molti eventi di intrattenimento, ma il nostro è un Pride politico, sicuramente anche con dei carri commerciali, dove però i carri commerciali sono comunque carri delle realtà della città», chiarisce la coordinatrice. Il tessuto dei partner si arricchisce ogni anno di piccole realtà indipendenti: «Quest’anno si è aggiunto per esempio Komorebi, che è una fumetteria con cui abbiamo lavorato sia per il Salone del Libro che per il Torino Comics. Così come per Trebisonda e Nora, che sono due librerie: noi portiamo i loro libri in vendita e loro ci donano una parte dell’incasso. Poi c’è Evergreen Fest che è già stato partner altre volte, ci aiuta a trovare le persone ospiti».C’è però una cosa che sta effettivamente cambiando, spiega a Open Tarantello, con una punta di rammarico: «Quello che sta cambiando sta cambiando nelle strade, perché le persone che già non ci amavano ci amano sempre di meno». Verso l’EuroPride 2027La città della Mole Antonelliana ha poi vinto la candidatura per ospitare l’EuroPride nel 2027, la manifestazione comunitaria europea che attira centinaia di migliaia di persone da tutto il continente. Anche su quel palcoscenico i rubinetti delle grandi aziende rimarranno chiusi se non rispetteranno i requisiti etici della comunità locale. Alessandro Battaglia, Presidente del Comitato Organizzatore dell’EuroPride 2027, ci tiene a precisare che sarà «sempre il Torino Pride ad ospitarlo. Quindi le regole per quanto riguarda la questione sponsor sono sempre le stesse e sono quelle che si rifanno al nostro codice etico».La macchina organizzativa si sta muovendo con largo anticipo ma senza deroghe ai propri principi, nonostante le grandi cifre che un evento europeo richiede. «Al momento non siamo ancora partiti nella ricerca vera degli sponsor. Stiamo facendo delle valutazioni relative ad alcune richieste che abbiamo ricevuto», spiega Battaglia a Open. Il codice etico esclude «tutte le aziende che lavorano nel settore che in qualche modo è vicino alle guerre, quelle la cui eticità è discutibile o legate allo sfruttamento di minori in alcune parti del mondo, e ancora esclude multinazionali che in qualche modo sono vicine alla situazione tra Israele e Palestina». In compenso però «sono aumentate le contribuzioni pubbliche e sono le prime che abbiamo in qualche modo messo al sicuro». La partita economica resta aperta, ma la direzione è tracciata. «Torino è comunque una piazza interessante perché è sede di molte aziende di livello nazionale se non addirittura internazionale», conclude Battaglia, «quindi da questo punto di vista le interlocuzioni cominceranno tra non molto tempo».L'articolo Pride, c’è chi sfila e chi si sfila: cosa sta succedendo agli sponsor e perché c’entra Trump proviene da Open.