di Shorsh Surme – In ogni momento critico della storia del Libano emerge un certo tipo di “intellettuale” che riempie schermi televisivi, stazioni radio, piattaforme politiche e caffè con proclami di modernità, razionalità e illuminismo. Eppure questi individui scompaiono, vacillano o addirittura cospirano proprio quando la nazione è sotto attacco. Personaggi che si presentano come custodi della civiltà e difensori dei valori umani finiscono spesso per essere più spietati verso i loro concittadini che resistono all’occupazione che verso l’occupazione stessa.Oggi, mentre l’esercito israeliano continua a uccidere cittadini libanesi, colpire i villaggi del sud, radere al suolo case e terreni, espandere l’occupazione e imporre nuove realtà con la forza militare, alcune di queste figure elitarie conducono una battaglia completamente diversa. I loro attacchi non sono rivolti all’aggressore, ma a coloro che si trovano in prima linea. È come se il problema non fosse l’occupazione e i crimini quotidiani del nemico israeliano, ma l’identità di chi sceglie di resistere.L’ironia è evidente. Molti di questi individui si proclamano paladini della liberazione, della giustizia e del diritto dei popoli all’autodeterminazione. Alcuni si definiscono marxisti, altri nazionalisti arabi, altri ancora liberali difensori dei diritti umani. Ma quando si parla della resistenza in Libano, questi slogan evaporano, sostituiti da un linguaggio fatto di sospetti, accuse di tradimento e criminalizzazione.Questi intellettuali prestano scarsa attenzione alla sofferenza degli abitanti del sud e all’espansione dell’occupazione israeliana. Non si interrogano su come contrastare l’aggressione e proteggere i civili. Al contrario, riducono tutto a una sola domanda: chi resiste? Chi lo sostiene? Da dove arrivano le armi?Così, chiunque si opponga all’esercito di occupazione diventa l’imputato, mentre le azioni del nemico scivolano sullo sfondo del discorso politico e mediatico. Alcuni media ripetono ossessivamente che i combattenti della resistenza sarebbero soltanto strumenti di un progetto iraniano. Questa accusa ignora una verità elementare: il conflitto non è un dibattito teorico confinato ai seminari, ma uno scontro reale con un esercito che occupa territorio libanese e usa la forza per uccidere e opprimere. Anche ammesso che l’Iran fornisca sostegno finanziario o militare, la domanda che questi critici evitano è semplice: questo sostegno annulla forse la realtà dell’occupazione? La vittima diventa aggressore solo perché riceve aiuto per difendersi?La storia offre una risposta chiara. Nessun movimento di liberazione nazionale è stato isolato dal sostegno esterno. La Resistenza francese ricevette aiuti dagli Alleati. I movimenti di liberazione in Asia, Africa e America Latina si avvalsero, in misura diversa, dell’appoggio di altri Paesi. Il criterio per giudicarli non era la provenienza del sostegno, ma la natura della causa e il nemico che affrontavano.Il vero problema non è il disaccordo politico, che è legittimo: il problema nasce quando il dissenso verso un partito o un’organizzazione diventa un pretesto per ignorare la realtà dell’aggressione. Quando l’ostilità verso la resistenza diventa la lente attraverso cui alcuni interpretano tutto, fino a renderli incapaci di vedere il sangue libanese versato, le case distrutte e i villaggi che il nemico tenta di cancellare dalla mappa.Ancora più pericoloso è il fatto che alcuni sostenitori di questa retorica agiscano come se stessero conducendo una battaglia culturale contro la resistenza, mentre altri combattono una battaglia militare contro l’occupazione. È come se la priorità non fosse proteggere la terra e il popolo, ma regolare conti politici e ideologici. In momenti come questi, sembra quasi che i coltelli destinati all’aggressore vengano rivolti contro chi gli si oppone.Il popolo libanese non è tenuto a essere d’accordo su tutto, né a sostenere Hezbollah o qualsiasi altra forza politica. Ha però il diritto di chiedersi perché le critiche siano spesso più dure verso chi combatte l’occupazione che verso l’occupazione stessa. Perché il dibattito sull’influenza regionale domina la scena, mentre la sofferenza delle popolazioni sotto bombardamento viene relegata ai margini?Una cultura che perde la capacità di distinguere tra aggressore e vittima diventa un ornamento vuoto. Una modernità che ignora il diritto dei popoli all’autodeterminazione e all’autodifesa si riduce a uno slogan. Il vero patriottismo si manifesta nel contrastare chi occupa un territorio, uccide civili e impone la propria volontà con la forza, non nel contrastare chi sceglie di resistergli, a prescindere dalle differenze politiche.