AI, il futuro della cura in Italia passa dalla formazione

Wait 5 sec.

Analisi predittiva delle patologie, diagnosi sempre più precoce, scoperta di nuovi farmaci: sono solo alcuni dei possibili impieghi dell’intelligenza artificiale in ambito sanitario. Ma anche la tecnologia più evoluta risulta inefficace se chi la deve utilizzare non è formato in maniera adeguata. Il programma di formazioneÈ per rispondere a questa esigenza che Microsoft Italia, Johnson & Johnson Italia e Fondazione Mondo Digitale hanno progettato ‘Il futuro della cura’, un programma di formazione che mira a rafforzare le competenze digitali di 50mila professionisti della salute, presentato a Roma presso il Centro studi americani di via Caetani. “L’investimento in salute è quello più importante per il Paese e noi vogliamo dare il nostro contributo”, dichiara Jacopo Murzi, amministratore delegato di Johnson & Johnson Innovative Medicine Italia. “Dobbiamo fornire gli strumenti che consentano di utilizzare in modo critico la tecnologia per migliorare i percorsi di cura”, aggiunge Murzi.Tre le aree principali oggetto del programma di formazione: comprensione del funzionamento dell’AI, capacità critica nella valutazione degli output e integrazione della tecnologia nel flusso di lavoro. Un cambiamento culturale “Qualsiasi cambiamento tecnologico richiede un cambiamento culturale e di acquisizione di competenze”, sottolinea l’Ad di Microsoft Italia Vincenzo Esposito. “Se ne parla poco ma l’AI servirà anche a ridurre le attività routinarie nella sanità, consentendo ai medici di passare meno tempo a scrivere report invece di curare il rapporto col paziente”, fa notare l’amministratore delegato. La formazione deve essere fatta “da chi conosce davvero il settore, in modo essenziale e agile. La rivoluzione digitale deve essere democratica e alla portata di tutti”, esorta Renato Brunetti, presidente di Fondazione Mondo Digitale. Per Andrea Ceschini, ricercatore e formatore della Fondazione, “al centro del processo deve esserci l’uomo: la tecnologia non cura, l’uomo sì. Vogliamo avvicinare gli operatori sanitari ai pazienti”.Abbattere le barriere “Dall’analisi di dati recenti emerge che appena il 12% dei medici di base fa ricorso a tool di intelligenza artificiale, un valore che scende al 10% per gli specialisti”, fa sapere Alessandra Baldini, medical affairs director di Johnson & Johnson. “L’innovazione va avanti così rapidamente che non è facile stare al passo coi tempi. Ma un medico potenziato dagli algoritmi e dai tool potrà dedicare più tempo alla relazione col paziente”, evidenzia Baldini. Anche per Alberto Rizzo, microbiologo dell’ospedale Sacco di Milano, c’è un divario tra la sperimentazione e l’implementazione delle tecnologie su larga scala. Un gap che solo la formazione può contribuire a colmare. “Dobbiamo fornire agli operatori sanitari gli strumenti necessari per valutare se e quando l’integrazione dell’AI nei processi apporta effettivamente dei benefici. Serve un cambio di paradigma”, spiega il microbiologo. Sulla stessa lunghezza d’onda Federica Morandi, direttrice dei programmi accademici e di ricerca di Altems. “La tecnologia è disponibile, manca la capacità di assorbirla nei processi decisionali e organizzativi”. L’alleanza ibrida tra uomo e intelligenza artificiale “Bisogna valorizzare l’alleanza ibrida tra uomo e AI. Se utilizzata in modo adeguato, questa tecnologia può contribuire ad alleggerire i compiti del personale socio-sanitario”, prevede Barbara Pizzuco, responsabile della formazione della Fondazione Don Gnocchi. “In un Paese secondo al mondo per longevità, con una durata media della vita di 85,6 anni, dobbiamo pensare alla presa in carico, alla cura e all’assistenza con una visione olistica, complessiva della persona”, dice Luciano Ciocchetti, presidente dell’Intergruppo parlamentare One Health. “Serve dialogo tra le varie professionisti sanitarie. E l’AI può essere una grande opportunità”.A dare una visione concreta dei possibili benefici dell’AI è Carlo Riccini, direttore generale di Farmindustria: “L’AI può dimezzare i tempi della ricerca clinica. Nei prossimi 15-20 anni, il 60% dei nuovi farmaci sarà generato grazie all’intelligenza artificiale”. Questo articolo AI, il futuro della cura in Italia passa dalla formazione proviene da LaPresse