Il futuro prossimo di Cuba? Con un pizzico di fantasia, e con un po’ d’attenzione alle notizie di questi giorni ed alla Storia, si può facilmente spiegare sui due piedi, seppur non nel senso metaforico – notoriamente traducibile in “immediatamente”, “senza indugi” – che di norma viene attribuito a quest’espressione. Le estremità in questione sono, infatti, due piedi veri. Non in carne ed ossa, per la verità, ma solennemente, anzi, “monumentalmente” autentici. Due piedi che, oggi forgiati nel bronzo, sono destinati – dovessero le cose andare nella direzione dai più pronosticata – a trasfigurarsi in oro zecchino ed a camminare, a passi lunghi e ben distesi, “Back to the Future”. Indietro verso il futuro. O, a scelta, avanti verso il passato.Partiamo, per spiegarlo, dalla cronaca. Tutti – e con eccellenti ragioni – oggi ne convengono. Cuba è ormai allo stremo. E non ha scampo. Privata d’ogni rifornimento energetico, altro a questo punto non vede, di fronte a sé, che il capolinea di quella che ancora chiama – e che un tempo davvero fu – la sua rivoluzione.Le notizie si rincorrono. Il governo Usa, dopo aver stretto attorno al collo di Cuba il cappio d’un “definitivo” assedio, per vie più o meno dirette ci informa che sta lavorando a quella che, più o meno esplicitamente, viene definita una “soluzione venezuelana”. Come? Cercando di individuare e reclutare, ai vertici di quel che resta del castrismo, uno o più Delcy Rodríguez. Ovvero: i terminali d’un nuovo governo in grado di garantire – senza nulla cambiare, ma sotto l’egida via “remote control” degli Usa – un “radicale” cambio di direzione.Radicale, in che senso? Nel più classico senso del capolavoro di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Dal chavismo al “gattochavismo”, nel caso del Venezuela. Dal castrismo al “gattocastrismo”, nel caso di Cuba. E, in entrambi i casi, dalla dittatura alla dittatura. Il tutto – e qui sta la peculiarità della vicenda – nel dorato segno di Donald J. Trump, il presidente degli Stati Uniti d’America. Che dittatore, suo malgrado, ancora non è, ma che, come un dittatore (ed un dittatore da operetta), parla, pensa e governa.Tre sono i nomi dei personaggi che, stando agli spifferi di notizie che vanno circolando, sono in queste ore impegnati in “conversazioni” con il Segretario di Stato Marco Rubio. E tutti, non per caso, portano il cognome che, con la morente rivoluzione, più radicalmente e semanticamente si identifica. Alejandro Castro Espín, già capo dei servizi segreti, figlio di Raúl Castro (e, ovviamente, nipote di Fidel). Oscar Pérez Oliva Fraga, attuale ministro al Commercio Estero, figlio di Angela Castro, la più anziana delle sorelle di Fidel e Raúl e, pertanto, di Fidel e Raúl nipote. E, infine, Raúl Guillermo Rodríguez Castro, soprannominato “el Cangrejo”, il granchio, quarantunenne figlio di Deborah Castro Espín, figlia maggiore di Raúl, e di Luís Alberto López-Callejas militare di altissimo rango che, fino alla sua morte per attacco cardiaco, nel 2022, aveva diretto il Grupo de Administración Empresarial S. A. (GAESA).Tre nomi, tre Castro, uniti, oltre che dalla appartenenza a quella che della Rivoluzione fu (e resta) la famiglia reale, da un più o meno diretto rapporto con la sunnominata GAESA, l’impresa militarizzata che, a Cuba, controlla il 70 per cento dell’economia cubana e la quasi totalità dell’industria turistica. Il che lascia intendere che proprio questo sia il punto chiave – se una chiave davvero esiste – delle conversazioni in corso. Sarà il turismo – hotel, gioco d’azzardo, campi da golf – il petrolio cubano, la merce di scambio tra assediato ed assediante? Non pochi ne sono convinti. E a supporto di tanta convinzione vanno in questi giorni ripubblicando sui social – in una sorta di memoria-profezia – le foto della vecchia e rutilante Avana anni 50, con i suoi casinò, i suoi night club, il suo traffico e i suoi negozi pieni d’ogni ben di Dio…Qualcuno a questo punto si chiederà: che c’entra tutto questo con i “due piedi” annunciati all’inizio come chiave d’accesso alla Cuba post-rivoluzionaria? C’entra eccome. Perché – passando dalla cronaca alla Storia – fu in questa Avana che Fidel Castro ed i suoi “barbudos” trionfalmente entrarono il primo gennaio del 1959, pressoché unanimemente accolti come liberatori da un paese che reclamava indipendenza e libertà.Era, quell’Avana, la capitale di una non-nazione, la luccicante facciata d’un classico protettorato impoverito, oltre i bagliori del consumismo turistico e del gioco d’azzardo – con tutte le sue gangsteristiche appendici – dalla sua sottomissione agli interessi d’una potenza straniera, in storica combutta con una oligarchia avida e corrotta.Fu in questa Avana che, già nelle prime ore della rivoluzione, la folla in festa demolì la statua di Tomás Estrada Palma, primo presidente di quella che la Storia definisce la “pseudo-repubblica”. Era stata eretta, quella statua, nel 1936, giusto al termine d’uno dei principali viali dell’Avana. Quello che, ufficialmente noto come “Calle G”, ma da tutti chiamato “Avenida de los Presidentes”, nel quartiere del Vedado maestosamente scende dalla Plaza de la Revolución (a quei tempi solo uno spiazzo erboso senza nome) fino al lungomare del Malecón.Proprio per questo era stato abbattuto quel monumento. Per cancellare il simbolo d’un passato di subordinazione e di ingiustizia, la vergogna d’una lunga serie di presidenti-fantoccio e di fantocci-dittatori. E proprio per questo quel che ne era rimasto – i due bronzei piedi di Estrada Palma in cima ad un sontuoso piedistallo di granito – non era poi stato mai rimosso. Per ricordare – con una presenza, i piedi, e con un’assenza, la statua – quel che era stato e che non doveva tornare ad essere. Quello che sta tornando.Che cosa stiano discutendo – se davvero stanno discutendo – Marco Rubio e gli ultimi rampolli della dinastia castrista, non è dato sapere. Ma due cose si possono dire o immaginare. Si può dire che, cominciata nel “cortile di casa”, al “cortile di casa” la rivoluzione castrista sembra destinata a tornare, in una sorta d’amoroso – seppur tutt’altro che paritario – incontro tra autoritarismi. Quella che arriva è infatti – anche se qualcuna la chiamerà “libertà – soltanto una nuova spartizione del bottino in chiave neocoloniale. Una replica dorata di quel che fu.Perché dorata? Perché non si vede come quei due piedi e quel piedistallo semivuoto in una “prime location”, della capitale del nuovo protettorato possano sfuggire alle narcisistiche mire, agli interessi immobiliari ed ai cafoneschi gusti del nuovo “protettore”. Il, dove la Calle G s’incontra con il Malecón, sorgerà – si accettano scommesse – un nuovo monumento, imponente e tutto d’oro. Il monumento a Donald J. Trump.E se mai si riaccenderanno le luci dell’Avana, questo – indietro verso il futuro e avanti verso il passato – sarà lo spettacolo che illumineranno.L'articolo Il futuro della Cuba post-castrista? Si può spiegare sui due piedi proviene da Il Fatto Quotidiano.