«Fate quello che dovete». Carmelo Cinturrino ormai il fermo se lo aspettava. L’assistente capo di 41 anni del commissariato Mecenate è arrivato alle 8.30 ieri mattina per attaccare il turno. Dal 26 gennaio, ovvero dal giorno della morte di Abderrahim Mansouri, non pattugliava più. Aveva mansioni non operative ed era stato privato dell’arma di ordinanza. Per questo quando ha visto gli agenti con il fermo e il decreto di perquisizione non ha fatto una piega. Stamattina sarà di fronte al Gip Domenico Santoro per l’udienza di convalida. E intanto si parla delle sue abitudini a Rogoredo. E di quel soprannome: Thor. Come il personaggio Marvel. E di un martello.Carmelo Cinturrino e ThorLo chiamavano così perché molti avevano paura di lui. «È un poliziotto chiacchierato», si diceva tra i colleghi. «Era persona significativamente aggressiva e violenta, abituato a percuotere le persone che frequentavano il bosco di Rogoredo anche avvalendosi di un martello», hanno riferito i tre della messinscena del boschetto. «Mentre andavo verso la macchina ho avuto questo pensiero, Cinturrino è una persona pericolosa. È una persona che incute timore, è rude», ha spiegato l’agente di 28 anni corso in commissariato a prendere la valigetta in cui si ritiene l’assistente capo abbia prelevato la finta replica della Berretta piazzata vicino a Mansouri. E ancora: «Ci ha detto di aver avuto paura che mentre correva il collega potesse sparargli», ha detto agli inquirenti un altro agente.I colleghiGli altri poliziotti sono attualmente indagati per favoreggiamento personale e omissione di soccorso. La perquisizione di Cinturrino ha riguardato anche la villetta della compagna a Carpiano, a sud di Milano, oltre all’alloggio di servizio. L’avvocato che lo assiste è Piero Porciani. Attualmente si trova nel carcere di San Vittore. Soltanto nel 2015 aveva ricevuto una lode per un’operazione di polizia. Con il nome di Luca era conosciuto dagli spacciatori e dai tossicodipendenti. Chiedeva il pizzo. In contanti e droga. Mentre i suoi profili social raccontano di vacanze nella sua Sicilia tra Taormina e Stromboli con la compagna, custode di un palazzone Aler in via Mombiani.La ricostruzione fasullaNella ricostruzione fornita subito dopo l’omicidio Cinturrino ha accusato Mansouri: «Ha estratto dalla tasca questa pistola, dalla tasca destra, lui aveva la mano così», e la mano si poggia sul fianco, «l’ha tirata fuori e l’ha puntata», e il braccio si tende. «Ha tirato su la pistola, io l’ho tirata fuori ed ho esploso», qui il braccio destro stavolta mima il suo. «Ho chiamato subito l’ispettore, ho detto: “Oh, dove sei? Vieni, che qua c’è stata una pistolata, c’è stato un conflitto, questo c’aveva la pistola”». L’agente D.P.: confermava: «Ha sparato, l’assistente ha sparato perché nel momento in cui viene puntata un’arma addosso — l’agente abbozza, non mima — insomma ha fatto quello che… penso per legittima difesa, comunque».Gli altri agentiIl giovane agente esprimerà successivamente il «timore di essere colpito alle spalle dal Cinturrino — così scrivono il pm Giovanni Tarzia e il procuratore capo Marcello Viola nella loro richiesta di convalida — mentre stava correndo verso l’uscita del bosco, in esecuzione dell’ordine, impartitogli proprio dall’indagato, di recarsi al commissariato». O, come specifica D. P. a verbale il 19 febbraio: «Mentre andavo verso la macchina ho avuto questo pensiero, Cinturrino è una persona pericolosa. È una persona che incute timore, è rude». E poi c’è il vice ispettore L. R.: il «timore che il Cinturrino, già attivatosi più volte per raccomandare che la versione della legittima difesa venisse sostenuta senza esitazioni», sottolineano ancora in Procura, «possa aggredirli e far loro del male».La nuova versioneOra Cinturrino ha una nuova versione. «Ho messo la pistola vicino a Mansouri perché temevo le conseguenze di quello che era accaduto», ha fatto sostenere al suo difensore. Ma gli inquirenti non ci credono: «Il fatto che sia stato esploso un solo colpo è indicativo dell’assenza di uno stato emotivo di paura: in quel caso, infatti, il Cinturrino avrebbe, verosimilmente, esploso più colpi». Ma soprattutto, e appare incredibile per un uomo delle forze dell’ordine, la ricostruzione di Cinturrino non stava in piedi perché sulla pistola a salve non c’era il Dna di Mansouri. Gli unici profili di dna «sia sulla guanciola destra, sia sul grilletto/ponticello sia sul cane, sia sul dorso dell’impugnatura dell’arma» sono del poliziotto, che «lungi dall’aver spostato con un semplice gesto la pistola, l’ha maneggiata in modo tale da lasciare tracce biologiche in più punti dell’arma».La dinamicaProprio per questo successivamente D.P. racconta una dinamica diversa: «Ho visto Zack (il nomignolo della vittima, ndr) che ha fatto il gesto di alzare il braccio destro, sopra la spalla, come se volesse lanciarci qualcosa». La pietra. «Mansouri si è spostato come se volesse cambiare direzione vedendo la pistola puntatagli da Cinturrino che subito dopo gli ha sparato e lo ha colpito. Mansouri è caduto di faccia e Cinturrino una volta avvicinatosi ha girato il corpo e si è reso conto di averlo colpito». E a quel punto scatta il piano: «Immediatamente Cinturrino — prosegue D. P. — mi ha dato le chiavi della macchina, la Fiat Panda di servizio con cui è arrivato, ordinandomi di andare in commissariato a prendere la valigetta degli atti».La messinscenaLe telecamere ritraggono l’agente mentre arriva a via Impastato alle 17.33, entra in commissariato e torna al boschetto alle 17.48. L’assistente capo «ha subito aperto il cofano della macchina ed ha prelevato qualcosa dalla borsa; aveva qualcosa in una mano, non ricordo quale delle due, era un oggetto nero». Cinturrino va «di corsa» verso il corpo moribondo di Mansouri, D. P. si attarda un attimo con i colleghi per spiegare quel viaggio lampo, «a prendere la borsa per gli atti, cosa che li aveva sorpresi anche perché era presente anche la volante Mecenate bis che abitualmente li ha disposizione per le incombenze degli interventi».La pistolaQuando l’agente raggiunge Cinturrino e Mansouri «e solo in quell’occasione ho visto che nei pressi del corpo, vicino alla mano destra c’era una pistola». Poi ammette che che «prima dello sparo, nessuno dei due poliziotti ha intimato l’alt al Mansouri». Il 27 gennaio aveva detto tutt’altro: «Noi intimiamo l’alt della polizia… E poi il collega, sì, anche lui urlava: polizia, polizia, polizia». Quando Mansouri gli scatta una foto «l’indagato ha sparato — concludono i pm — senza intimare alcun: “alt, polizia”. In assenza di una concreta minaccia, e nel momento in cui il Mansouri stava cercando una via di fuga».L'articolo Carmelo Cinturrino: il poliziotto chiamato Thor che ha dimenticato il Dna proviene da Open.