Fondo di Fine Carriera: i calciatori reclamano trasparenza. Ora un giudice potrebbe cambiare tutto

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Articolo a cura dell’Avvocato Gianmarco Vocalelli, dello Studio Associato T-Legal Brigida-Vocalelli & Partners. C’è un ente che, dal 1975 ad oggi, gestisce i contributi versati obbligatoriamente dai professionisti del calcio che hanno militato in Italia. Si chiama “Fondo di accantonamento delle indennità di fine carriera per i giocatori e gli allenatori di calcio”: giuridicamente si tratta di un’associazione non riconosciuta senza scopo di lucro, che non rende visibili i suoi bilanci agli iscritti al Fondo.  Immaginate di versare ogni mese una quota del vostro stipendio in un fondo pensionistico, per anni, senza sapere come vengono investiti i vostri soldi. Fantascienza? No. È quello che accade ai calciatori e allenatori professionisti italiani.  Tale Fondo, in realtà, raccoglie i contributi obbligatori versati da calciatori, allenatori, preparatori atletici e altri professionisti tesserati per società di Serie A, B e C. Una sorta di TFR del pallone. Solo che, a differenza di qualsiasi altro TFR, il lavoratore non può monitorare facilmente il proprio saldo.  Il nodo della trasparenza  Il meccanismo è automatico: ogni mese i club versano al Fondo le quote previste per conto dei tesserati. Fin qui, tutto regolare ma il problema nasce successivamente. Il Fondo – secondo lo Statuto – non è tenuto ad informare il professionista di quanto ha maturato, non prevede la possibilità per gli iscritti di consultare i bilanci e investe le somme raccolte secondo modalità scelte in totale autonomia dai propri organi, senza un obbligo espresso di rendicontazione verso chi quei soldi li ha versati.  Non si parla di somme contese, né di accuse di irregolarità. La questione è più elementare, e forse proprio per questo più dirompente: il diritto di sapere. In qualsiasi altro contesto associativo — sportivo, culturale, professionale — l’accesso ai bilanci da parte degli associati è un principio sancito dal Codice Civile e dato per scontato. Nel calcio professionistico italiano, ad oggi, no.  Viviano in campo, stavolta fuori dal rettangolo di gioco  A dare un volto e una voce pubblica a questa battaglia è Emiliano Viviano, ex portiere di Serie A e della Nazionale Italiana. Una carriera di alto livello alle spalle e ora un contenzioso aperto davanti al Tribunale di Roma per affermare un principio che molti darebbero per scontato: il diritto di un iscritto di consultare i bilanci relativi agli anni in cui ha versato i propri contributi.  L’Avvocato Gianmarco VocalelliA dicembre 2025 il Tribunale ha emesso un decreto ingiuntivo a favore di Viviano in cui ha ordinato al Fondo di consegnare all’ex portiere la documentazione richiesta. Ma la partita è tutt’altro che chiusa in quanto il Fondo ha presentato opposizione, sostenendo che nessuna norma vigente riconosce agli iscritti un simile diritto di ispezione.  La palla passa ora al giudice, chiamato a tracciare un confine netto. Da un lato, il diritto degli iscritti a verificare la gestione delle somme versate nel corso della carriera; dall’altro, i limiti — ancora tutti da definire — dell’obbligo di trasparenza del Fondo. Una sentenza attesa tra il 2026 e il 2027, che potrebbe costituire un precedente storico non solo per Emiliano Viviano ma per l’intera categoria.  Il caso dei “dimenticati”: stranieri, Serie C e carriere brevi  C’è un aspetto della vicenda, inoltre, che rischia di passare in secondo piano, ma che è forse il più significativo sul piano umano e sociale. Viviano è solo la punta dell’iceberg. Dietro di lui ci sono oltre duecento professionisti che, tramite la società di consulenza Offside FC e lo Studio Associato T-Legal Brigida-Vocalelli & Partners, hanno avviato le verifiche sulla propria posizione contributiva. Ma il bacino potenziale è molto più ampio.  Pensate a chi ha trascorso l’intera carriera in Serie C, con compensi sufficienti ad arrivare a fine mese e nulla più. Oppure ai tanti calciatori stranieri passati per il campionato italiano — magari due o tre stagioni — e poi rientrati nel loro Paese, ignari di avere ancora dei crediti da riscuotere. L’automaticità del meccanismo non basta a garantire la conoscenza del diritto, soprattutto alla luce di un obbligo in capo agli iscritti non riconosciuto al tempo stesso in capo al Fondo che dovrebbe, per sua natura, informare i professionisti dell’esistenza di tale possibilità.  La posizione del Fondo e il ruolo delle istituzioni  Il Fondo, fino ad oggi, non ha accolto le richieste avanzate da Emiliano Viviano. Nella propria difesa ha indicato nelle Leghe e la FIGC le istituzioni «direttamente responsabili» degli obblighi informativi verso i tesserati». Una posizione che, paradossalmente, apre uno spiraglio. Se le Leghe e la FIGC sono effettivamente responsabili, sono proprio loro che potrebbero farsi parte attiva, sollecitando il Fondo ad aprirsi alle richieste dei professionisti.   L’obiettivo dichiarato non è mettere in discussione la legittimità del Fondo — che nasce come garanzia concreta per ogni professionista del pallone — ma applicare a questa realtà un principio già radicato nel diritto civile italiano: la trasparenza nella gestione associativa nei confronti degli associati.