Stabilità artica, risorse e ruolo delle medie potenze. Conversazione con il prof. Heininen

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Mentre l’attenzione globale si sposta sempre più verso il Grande Nord, l’Artico emerge come uno spazio strategico in cui sicurezza, cambiamento climatico, interessi economici e governance si intrecciano. Eppure la regione continua a sfidare molte delle narrazioni dominanti sulla rivalità tra grandi potenze. Per comprendere meglio queste dinamiche — dalla competizione geopolitica alla dimensione geoeconomica fino al ruolo degli attori non artici — Formiche.net ha intervistato il professor Lassi Heininen, Chair dell’Arctic Circle Mission Council on the GlobalArctic, professore di Politica Artica alla University of Lapland, e tra i massimi studiosi di politica e governance artica.Il professor Heininen sarà tra i protagonisti del pre-evento “Greenland and Scenarios for Arctic Security” (per partecipare, seguire il link), organizzato dal Guarini Institute for Public Affairs della John Cabot University il 2 marzo alle ore 18:00, con la media partnership di Formiche e Decode39. L’incontro alla John Cabot apre il programma dell’Arctic Circle Rome Forum, iniziativa che si concentra sugli scenari di sicurezza, sui domini strategici e sul crescente interesse delle potenze extra-artiche per la regione.Nel contesto di un ordine mondiale sempre più frammentato e di tensioni crescenti tra le grandi potenze, come sta evolvendo l’architettura di sicurezza dell’Artico, in particolare alla luce della postura militare russa, della crescente presenza cinese e del rinnovato focus della Nato sul Nord? La regione si sta avviando verso una competizione strutturata, una coesistenza gestita o una nuova forma di politica a blocchi?Ironia della sorte, nonostante il disordine globale, l’antagonismo nella politica mondiale e le tensioni sulla Groenlandia tra la “paura” espressa attraverso la forza e la “fiducia” espressa attraverso la cooperazione, l’Artico rimane un’eccezione rispetto alla geopolitica dominante. La regione continua a mostrare un’elevata stabilità geopolitica e non presenta conflitti armati.Questa stabilità si basa ancora su una cooperazione transfrontaliera (funzionale) in corso in ambiti come ricerca e soccorso, protezione ambientale e scienza. Tuttavia, a causa delle speculazioni alimentate da notizie globali in continuo cambiamento e aggiornamenti orari sui social media, questa stabilità — e le ragioni che la sostengono — vengono raramente discusse o analizzate adeguatamente nei dibattiti tra esperti.L’Artico non ha conosciuto guerre, conflitti armati o dispute di sovranità dalla Seconda guerra mondiale. Questa situazione poggia, da un lato, su caratteristiche specifiche della sicurezza artica — in particolare la deterrenza nucleare globale, poiché sia la Russia sia gli Stati Uniti dispiegano sistemi nucleari strategici nella regione. Dall’altro, si fonda su caratteristiche specifiche della governance artica, in particolare un elevato grado di certezza giuridica internazionale. Inoltre, nonostante la competizione e le tensioni, gli Stati artici — e in parte anche i popoli indigeni artici — condividono interessi comuni, tra cui affrontare l’inquinamento a lungo raggio, il rapido cambiamento climatico e lo sviluppo economico.Sebbene sia difficile prevedere quanto durerà questa situazione o quanto diventeranno influenti blocchi geopolitici come la Nato o i Brics+, la cooperazione artica ha dimostrato resilienza. Ad esempio, nel 2025 gli otto Stati artici che compongono il Consiglio Artico, hanno riaffermato il loro “impegno a mantenere pace, stabilità e cooperazione nell’Artico”.In che misura i fattori economici — dalle nuove rotte marittime ai minerali dei fondali e alle materie prime critiche — ridefiniranno l’importanza strategica dell’Artico? Stiamo assistendo alle fasi iniziali di una corsa geoeconomica paragonabile ad altre frontiere delle risorse, oppure vincoli ambientali, giuridici e quella governance di cui ci ha parlato rallenteranno tali dinamiche?Si tratta di una questione reale e, nel lungo periodo, significativa sia dal punto di vista geostrategico sia ambientale. L’Artico è già stato profondamente integrato nell’economia globale basata sulle risorse, che opera all’interno di una cultura politico-economica di estrazione continua e competizione.Se la crescente domanda globale di energia continuerà a essere soddisfatta dai combustibili fossili, ciò accelererà lo scioglimento dei ghiacci e dei ghiacciai artici. Paradossalmente, questo renderà più facile e più attraente l’accesso alle risorse artiche e il loro trasporto. Questa dinamica cumulativa — il “Paradosso artico” — porta a un aumento dello sfruttamento di idrocarburi e minerali strategici, nonché all’espansione del trasporto marittimo attraverso l’Oceano Artico.Ogni volta che i decisori politici tentano di bilanciare la protezione ambientale con un aumento dell’attività economica per lo sviluppo regionale artico, emerge un’ambivalenza strutturale. Ciò è dovuto in gran parte a normative ambientali insufficientemente rigorose e alla riluttanza politica degli Stati artici ad assumere decisioni difficili.Allo stesso tempo, l’Artico potrebbe svolgere un duplice ruolo: primo, come sistema di allerta precoce per il cambiamento climatico globale — come un canarino nella miniera — e secondo, come laboratorio per la ricerca transdisciplinare su clima, sicurezza umana e sicurezza ambientale.Quale ruolo significativo possono svolgere le medie potenze e gli Stati non artici — geograficamente lontani ma storicamente impegnati nella regione, come l’Italia per esempio — nella futura governance dell’Artico? La diplomazia scientifica, le partnership industriali e i quadri multilaterali possono consentire loro di influenzare gli esiti pur non essendo attori primari?Come già osservato, l’Artico presenta sia un crescente bisogno sia uno spazio politico per attori internazionali che sostengano attivamente la mitigazione del cambiamento climatico e difendano la libertà della ricerca scientifica. Sebbene l’Accordo artico sulla scienza del 2017, giuridicamente vincolante, fornisca un quadro per tale cooperazione, la sua attuazione ha incontrato esitazioni.I piccoli e medi Stati non artici sono ben posizionati per contribuire perché non portano il peso diretto delle rivendicazioni di sovranità artica né la necessità di difendere interessi territoriali immediati. Se sono realmente interessati al futuro dell’Artico e dei suoi popoli — anche se l’Artico non è giuridicamente classificato come bene comune globale — possono agire a livello internazionale, e persino planetario, in modi che tradizionalmente gli Stati hanno adottato a livello nazionale.I quadri multilaterali esistenti — come il Consiglio Artico e i suoi gruppi di lavoro, l’International Arctic Science Committee e l’International Polar Year — offrono canali istituzionali di coinvolgimento. Tuttavia, una partecipazione significativa richiede rispetto per i popoli e gli ecosistemi artici. La diplomazia scientifica rimane uno strumento pratico ed efficace per tale coinvolgimento, anche in presenza di turbolenze geopolitiche più ampie.